Visualizzazione post con etichetta Cicerone. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cicerone. Mostra tutti i post

mercoledì 4 maggio 2016

Lectio facilior. Il culo profumato dei cani e gli splendori offuscati di Cicerone.

Se si volesse applicare con costanza il criterio della lectio difficilior alle opere di Cicerone (cosa che nessun editore di buon senso si sognerebbe di non fare) allora parecchi degli apparati delle recenti e meno recenti edizioni critiche dovrebbero essere rivisti. Un esempio tra i tanti si trova nelle Lettere a Attico (I.16) - sempre che l'epistolario non sia un falso (la questione non è mai stata nemmeno presa in considerazione dai vari editori negli ultimi cinque secoli. Si rischierebbe, oggi, di veder mandare al macero tonnellate di libri e articoli di storia, oltre che di filologia, anche se in fondo non si eliminerebbe la sostanza: avremmo cioè sempre a che fare con un signor falsario, un antico falsario con le palle, non ignaro di niente).

 E' la lettera dell'inizio luglio 61, nella quale - la questione era già stata affrontata in altre due lettere dell'inizio dell'anno (25 gennaio e 13 febbraio - I.13 e 14) - viene raccontata la penosa costituzione della giuria chiamata a giudicare Publio Clodio nel processo per sacrilegio, un processo nel quale Cicerone è chiamato come testimone. Testimonianza, d'altronde, che gli è poca gradita:

neque dixi quicquam pro testimonio nisi quod erat ita "notum" atque testatum ut non possem praeterire.

né ho raccontato nulla che non fosse così "conosciuto" e risaputo da poterlo trascurare.

Tutti gli editori moderni (e anche antichi) accolgono notum (conosciuto), conservato da alcuni codici della famiglia sigma contro la totale concordanza dei codici della famiglia delta, che hanno novum, cioè nuovo, inaudito, mai sentito prima e quindi anche recente, accaduto da poco, fresco (per novum nel senso di recente gli esempi non sono predominanti ma si trovano comunque in Livio, Tacito eccetera).

La difficoltà per l'editore, qui, è nel decidere tra il banale (notum) e l'icastico (novum), per quanto, a seconda che si opti l'uno o per l'altro, il senso non ne viene stravolto. Novum è inoltre appunto lectio difficilior.

Il problema sollevato da Cicerone è ovvio: è quello di qualsiasi processo fondato sull'escussione di un teste in mancanza di documenti - come è nel processo a Clodio, un processo per sacrilegio (crimen incesti), che tocca per di più la sfera non pubblica, non ufficialmente certificabile, della sessualità (se cioè Clodio sia entrato o meno vestito da donna in casa di Cesare per incontrarsi con Pompea durante la celebrazione dei riti della Bona Dea): un processo nel quale Clodio offre un alibi (si trovava a Terni, quel giorno, non a Roma), di fronte a un testimone, Cicerone, che aveva già sbandierato ai sette venti, e a poche ore dal fattaccio, che Clodio quel giorno era invece andato a trovarlo nella sua casa sul Palatino. Era perciò cosa ormai risaputa (testatum) e era un fatto anche novum - recente, ma anche singolare: colpiva per una sua certa "novità" (assurdità): quella discrepanza tra le parole di un ex console e le affermazioni di Clodio, e quindi restava impresso. E' evidente, quindi, che il problema posto agli editori di questo passo delle Lettere riguarda l'attendbilità di una testimonianza man mano che ci si allontani dagli eventi relati.

Vedi su questo, ad esempio, Demostene nel De corona, dove parla di accuse che si riferiscono a fatti non recenti:

νῦν δ' ἐκστὰς τῆς ὀρθῆς καὶ δικαίας ὁδοῦ καὶ φυγὼν τοὺς παρ' αὐτὰ τὰ πράγματ' ἐλέγχους, τοσούτοις ὕστερον χρόνοις αἰτίας καὶ σκώμματα καὶ λοιδορίας συμφορήσας ὑποκρίνεται (15)

ora invece, tenendosi fuori della retta via e avendo evitato le prove vicine ai fatti, costui recita dopo tanti anni un'accozzaglia di imputazioni e beffe e offese

o anche più specificamente:

καὶ μὴν ὅταν ᾖ νέα καὶ γνώριμα πᾶσι τὰ πράγματα, ἐάν τε καλῶς ἔχῃ, χάριτος τυγχάνει, ἐάν θ' ὡς ἑτέρως, τιμωρίας. (85)

e ovviamente, quando i fatti siano recenti e conosciuti a tutti, nel momento in cui vanno bene incontrano il favore, se vanno diversamente vengono puniti.

Insomma per quanto in Demostene siano ricordati entrambi gli aspetti di una testimonianza che abbia il sostegno della memoria (recenti e conosciuti), e per quanto il "conosciuti" di cui parla Demostene (γνώριμα) non sia altro che il notum accolto dagli editori delle Lettere, difficilmente Cicerone, che sicuramente conosceva il De corona parola per parola, se avesse dovuto scegliere, avrebbe scelto il secondo a scapito del primo (quel νέα cosi appetibile che gli dava la possibilità di richiamarlo quanto meno a se stesso  - e a Attico), evitato un uso pregno di novum al solo scopo di produrre un appiattimento del testo: notum atque testatum - testatum è d'altronde lì a indicare che ciò che ha raccontato in qualità di testimone era già stato attestato, cioè provato, riconosciuto come vero, e quindi conosciuto, noto. Vedi l'uso di testatum in questo stesso senso in un'altra lettera a Attico:
  
Epistulam meam quod pervulgatam scribis esse non fero moleste, quin etiam ipse multis dedi describendam; ea enim et acciderunt iam et impendent ut testatum esse velim de pace quid senserim, (VIII, 9).

Varrebbe la pena di ricordare il peso avuto da umanisti del calibro di Manuzio nel determinare alcuni erronei procedimenti della critica testuale a partire già dai primi testi a stampa: la differenza che Manuzio poneva tra novum e recens: ciò che caratterizza il novum è l'assoluta novità, ciò che non ha precedenti. Fatto non sempre vero, si veda ad esempio proprio in Cicerone, nelle Tuscolane:

cur tantum interest inter novum et veterem exercitum, quantum experti sumus?

dove novum  non indica altro che la qualità di un esercito: un esercito fatto di giovani in opposizione a uomini già provati, veterani. Il ripetersi di un fatto, la possibilità che possa ripresentarsi in ogni tempo un esercito di giovani, esclude il carattere di assoluta novità, di inaudito, e il senso è invece prossimo a quello che si ha per esempio in agricoltura, in culinaria, vedi anche l'italiano fresco (pesce fresco, appena pescato) - vinum novum (Varrone), novuum et venire qui videt culum olfacit (Fedro - i cani che annusano il culo a ogni nuovo cane che arriva, sperando che sia uno dei loro ambasciatori inviati a Giove, ai quali avevano, in segno di ripetto per la divinità, improfumato il culo).

Lo stesso discorso andrebbe fatto e ripetuto, nonostante la concordanza dei manoscritti (che però risalgono tutti a uno stesso codice), per un passo delle Verrine:

Postremo ego causam sic agam, iudices, eius modi res, "ita notas, ita testatas", ita magnas, ita manifestas proferam, ut nemo a vobis ut istum absolvatis per gratiam conetur contendere (actio 1, 48)

dove  l'amplificazione costruita su due coppie di termini paralleli richiede la sostituzione di notas con novas. Non così conosciute, così risapute ma così singolari e così risapute.

La lectio difficilior (novas) è conservata in un'edizione delle opere di Cicerone del 1776, a cura e con una sua traduzione in castigliano, di Manuel Antonio Merino, che si firmava Andrés Merino de Jesucristo, erudito scolopio e conoscitore di lingue orientali. Il quale tuttavia non dice, nella breve introduzione, dove abbia preso il testo latino.






sabato 19 marzo 2016

Le eiaculazioni dei castrati del pensiero

Sarebbe difficile dare un senso alle oscene eiaculazioni sinaptiche di tanti esperti e "conoscitori" del mondo antico se non ci si vedesse quella tipica tendenza all'idiozia da cui è affetto da sempre il mondo accademico. L'entusiasmo senza riserve per questo o quest'altro autore a cui si attribusice "profondità" di pensiero è una manifestazione di una idiosincrasia al contrario, di una immoderata simpatia, non potrà mai contare su ragioni obbiettive, non è altro che conseguenza di infatuazioni pseudoideologiche. Leggere e rileggere autori greci e latini va bene finché non ci si dimentica che erano epoche (e autori) che fondavano il loro benessere su un feroce sfruttamento della manodopera schiavistica. Platone o Aristotele, Demostene o Cicerone, Catullo, Cesare, Lisia o Isocrate, Antifonte, Erodoto, Senofonte, Sallustio, Tucidite o Tacito, Pindaro, Alceo, Anacreonte e chi più ne ha ne metta non provavno nessunissima vergogna a utilizzare la parola schiavo, a maneggiare, accettando lo stato di cose, la nozione di non libero. Non se ne salva nessuno. Il Cattolicesimo trae forza unica da Platone e Aristoetle (a entrambi nella storia del pensiero, pone fine soltanto Cartesio), ancora nei Dialoghi e nelle Lettere di Gregorio Magno, che scrive in veste di pontefice, si potrebbero citare decine di riferimenti al patrimonio della Chiesa, al "va bene così", alla sua accettazione di una struttura agraria che si regge sullo stesso tipo di sfruttamento che li aveva preceduti nel mondo pagano. L'ipocrita Agostino non la passa liscia quando in una lettera a Alipio di Tagaste (appartiene all'ultimo periodo) pare soltanto scagliarsi contro i mangones (mercanti di schiavi), in realtà riproponendo da cima a fondo il sistema libero/schiavo:

Nam vix pauci reperiuntur a parentibus venditi quos tamen non ut leges Romanae sinunt ad operas viginti quinque annorum emunt isti, sed  .... (CSEL, 10)

Se ne trovano pochissimi che siano stati venduti (legalmente) dai genitori e che (i mangones) comprano per farli lavorare non venticinque anni, come richiedono le leggi romane ma ...

Basterebbe questo "scambio privato" tra un futuro santo e un vescovo a far apparire la malafede pure in tutte le altre cose che ha scritto (altro che Confessioni), non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere se l'idea è di farne apologia.

Ciò che rese grande la Grecia e grande Roma,e poi il Cattolicesimo, non fu altro che lo stesso meccanismo (più evidente perché più vicino) che ha reso grande la scorreggiante America bianca o che rese ricco lo scorreggiante Sudafrica bianco all'epoca dell'Apartheid. Non c'è semplicemente nessuna ragione "umanistica", di superiorità dell'uomo sulla bestia, nessuna ragione di andare fieri del pensiero antico, di visitare Atene e commuoversi sull'Acropoli perché è lì che si sentono le origini del pensiero occidentale, o andare a Delfi a respirare il soffio magnetico di Apollo, o sedersi su un pezzo di tufo al Foro a Roma e piangere di commozione dentro una confezione di kleenex, così come non c'è nessuna ragione di andare fieri del "pensiero" moderno o contemporaneo, che fonda la sua libertà parolaia sui milioni di morti sul lavoro che si registrano ogni anno in tutto il mondo (circa due milioni, comprese le morti per malattie professionali). Parlare dei quali oltre un certo limite non attirerebbe audience.

L'unico grande evento memorabile nell'antichità fu la rivolta di Spartaco, un gruppo di schiavi che anelarono alla libertà. A parte questo, non successe niente.

venerdì 24 ottobre 2014

l'abbassarsi cristiano e il restare in piedi pagano

La differenza tra i modi della libera religiosità pagana e quelli del più vincolante mondo cristiano potrebbe essere avvertita nel semplice accostamento di due testi lontanissimi nel tempo (ma si potrebbe prendere anche un testo cristiano dell'antichità, una lettera di san Paolo), uno francese e l’altro latino, in entrambi i casi viene usato uno stesso verbo (abiiciere/abjecter):

Or en Jesus nul au vray ne se fie,
sinon celui qui sous son bras puissant
en tous endroits s’abjecte et humilie (Clément Marot, Opusc., I)

Adesso nessuno ha fede in Gesù
se non colui che sotto il suo braccio potente
in ogni luogo si abbassa e umilia

e

Sic te ipse abiicies atque prosternes ut nihil inter te atque quadrupedem aliquem putes interesse? (Cic., Paradoxa stoicorum, 14)

E ti abbasserai e prosternerai a tal punto da mostrare che tra te un quadrupede non vi è nessuna differenza?

Entrambi gli esempi riportati nell’Archeologie française del Pougens, un testo tra l’altro ampiamente rastrellato da Leopardi, che lo cita spesso nello Ziba.

I versi da vaudeville del buon Marot, del libertino Marot, soltanto apparentemente inconcludenti e tautologici, indicano in effetti (è un po' il senso del loro sottilissimo e quasi invisibile sarcasmo - non aveva altri strumenti per non finire come De Sade sempre e nuovamente in galera), che il gesto religioso deve avere per alcuni lo stesso valore dell’abito religioso: un valore di continua testimonianza: un gesto di apparente umiltà, di vicinanza alla terra, quindi in effetti non per restarci (vedi quanto ho scritto nell'Inganno dell'ascesi e dell'invocazione delle sacerdotesse di Dodona). 

Così il martirio (testimonianza) non è altro, per la stessa ragione, che una somma isteria: la ripetizione dello stesso gesto fino alle estreme conseguenze, fino a sbatterci finalmente, come desiderato, il grugno. Lo stesso può dirsi in realtà della scrittura, di chi scrive (vedi Balzac che muore non per una peritonite che si complica in gangrena ma nella sua stessa opera, all’interno della quale si era già trasferito da tempo). Come tutte le forme di irrigidimento anche scrivere è un'isteria.

sabato 11 ottobre 2014

Quel traditore di Ottaviano Augusto e gli scrittori di regime

Se l'orgoglioso Dante non si fosse fatto guidare dalla sua ideologia fondamentalista e teocratica (che una critica ridicola chiama "dottrina storica") e al posto di Cassio e Bruto avesse meso nelle fauci di Lucifero Ottaviano Augusto e Marco Antonio avrebbe fatto migliore e più giusta scelta, perché se ci furono traditori negli anni in cui cadeva la Repubblica (strumento, a sua volta, di latifondisti dallo stomaco senza fondo) proprio questi due furono i sommi, insieme ovviamente a Giulio Cesare - in epoca, oggi, in cui ognuno si riempie la bocca (e a vanvera) del termine democrazia (in termini moderni aveva iniziato Toqueville, con la sua convinzione di una, verrebbero accusati tutti e tre di attentato alla Costituzione e alto tradimento e se acciuffati prima di un capovolgimento delle sorti verrebbero in alcuni paesi perfino impiccati o fucilati. Così, il comune di Roma farebbe bene a cambiare il nome a piazza Augusto Imperatore e operare finalmente, su questa figura di bigotto ipocrita oltre che di feroce assassino, quella damnatio memoriae eterna che da due millenni le vittime dell'arbitrio si attendono; e la stessa cosa dovrebbe fare qualsiasi altra città nella cui toponomastica ricorre il nome di questo grissino erede di Cesare, il quale deve il potere unicamente a un attimo di stupidità di un Cicerone ormai provato e vecchio. Va da sé che insieme a lui cadrebbero anche Virgilio e Orazio, visto che la loro opera, la conoscenza della loro opera, è dipesa unicamente dal megafono di regime di questo traditore della sua patria.

Fece perciò bene questo sommo traditore a dire al nipote che di nascosto leggeva Cicerone - se l'aneddoto narrato da Plutarco è vero - che non c'era da vergognarsi, perché "era un uomo intelligente e amante della patria". Tanto amante della patria che lo fece ammazzare senza pietà e permise che i sicari di Marco Antonio, il suo degno e avvinazzato compare, gli mozzassero la testa e le mani, che facessero scempio di quel povero vecchio corpo. Tutte le altre fandonie, riportate anche da Plutarco, che Ottaviano avesse tentato per tre giorni (contrastando Marco Antonio) di salvargli la vita è tutta robaccia retorica che non è nemmeno degna di essere presa in considerazione da una qualsiasi storiografia che si rispetti.

E peccato ancora che Dante non abbia potuto citare proprio il Plutarco della Vita di Cicerone, la pagina finale in cui si commenta il modo disgustoso in cui Ottaviano, Marco Antonio e quel terzo pupazzo di Lepido si spartirono il potere con quelle loro private liste di proscrizione (l'edizione di Plutarco di Massimo Planude era proprio degli anni in cui veniva scritta la la Divina Commedia, e comuqnue Dante non conosceva il greco) e se l'avesse letta, fosse anche in latino, avrebbe comunque strappato quella pagina che non sarebbe tornata comoda alla sua delirante ideologia delle due massime potestà preordinate da Dio e di cui Cesare sarebbe stato l'incarnazione di quella imperiale:

Così per la rabbbia e il furore caddero fuori dalla ragione umana, e piuttosto dimostrarono come non vi sia belva più selvaggia dell'uomo quando alla passione aggiunge il potere.

(οὕτως ἐξέπεσον ὑπὸ θυμοῦ καὶ λύσσης τῶν ἀνθρωπίνων λογισμῶν, μᾶλλον δ' ἀπέδειξαν ὡς οὐδὲν ἀνθρώπου θηρίον ἐστὶν ἀγριώτερον ἐξουσίαν πάθει προσλαβόντος. Plu., Cic., 46,6)










venerdì 10 ottobre 2014

Codice Hays, Aventino, omosessuali, Cicerone

In realtà le produzioni italiane, soprattutto quelle della Rai, quando ci si mettono sono anche piu bigottamente allettanti di quanto non doveva essere nelle intenzioni del Codice Hays per gli americani. Ed è strano che nessuno ancora abbia parlato di un Codice Vaticano. Così nel melenso e patetico Restauratore, che non so per quale ragione mi ostino a guardare (forse perché mi divertono i piedi piatti di Lando Buzzanca) ancora non si è vista una scena di sesso esplicito (o forse quasi una) ma naturalmente è in avvicinamento una qualche scena di troiaio dentro un commissariato, secondo la nuova estetica delle poliziotte sempre in calore (riuscirà l'agente tal dei tali a conquistare il cuore della collega eccetera).

Quello che invece c'era da aspettarsi, è che viste le direttive del Vaticano, sono stati assolutamente esclusi - e siamo già alla seconda stagione - riferimenti non dico gay ( le lobby gay qui si saranno stracciate, anche loro alla maniera biblica, sicuramente le t-shirt, strappate dal deretano le piume di pavone dei gay pride) ma nemmeno omoerotici, figuriamoci quindi possibili intrecci anche senza che le labbra si sfiorino. Tanto più curiosa questa omissione dell'omosessualità in quanto sono già un paio di puntate che, fatalità, alcuni personaggi che nella trama non hanno nessun rapporto reciproco vegono fatti abitare nella stessa via di Roma, via S. Alberto Magno, all'Aventino - non viene detto nella fiction, ma visto che in passato ho abitato proprio in quella via lo dico con cognizione di luogo; anzi uno di questi personaggi sembra abitare proprio nel palazzo dove abitavo io, quando dalle finestre e dal terrazzo mi godevo la vista dei Palazzi Imperiali del Palatino esattamente di fronte, a venti metri dalla basilica di Santa Sabina e a venti metri dall'ex villa di Nino Manfredi. Curiosa, l'omissione, nel senso che nell'antichità l'Aventino era nota zona di battuage omosessuale, all'ombra o nelle tenebre (madri delle dark room contemporanee) di  boschetti sacri alla più accondiscendente delle dee, Diana, quando i romani si palpavano a vicenda senza pensarci troppo o appiccicarsi un'etichetta in fronte (oggi - e sono parecchi decenni - zona di rimorchio gay è un altro colle, il Campidoglio, i giardini di Montecaprino, le pendici che guardano il Tevere, a due passi da dove si ergeva uno dei templi più intoccabili della romanità, non lontani, giustamente, questi battuage odierni (ma non c'è nemmeno il gusto del paradosso e della trasgressione, è semplice incapacità di fare associazioni) dall'antica via divenuta famosa proprio per il suo nome:

προελθὼν δ' ὁ Κικέρων ἐκάλει τὴν σύγκλητον εἰς τὸ τοῦ Στησίου Διὸς ἱερόν, ὃν Στάτορα Ῥωμαῖοι καλοῦσιν, ἱδρυμένον ἐν ἀρχῇ τῆς ἱερᾶς ὁδοῦ πρὸς τὸ Παλάτιον ἀνιόντων. (Plu. Cic., 16, 3)

Uscito di casa Cicerone convocò il senato nel tempio di Giove Stasio, che i Romani chiamano Statore, costruito all'inizio della via Sacra e visibile a chi sale verso il Palatino).


giovedì 9 ottobre 2014

Peracottalandia e Cicerone



Credo che l’Italia – e i fatti mi danno comunque ragione – debba essere chiamata non Italia ma Peracottalandia: basterebbe soltanto osservare come un ministro dell’Interno si vada improvvisamente a impelagare, in un paese economicamente allo sfascio e allo sbando, nella questione secondaria dei matrimoni tra persone dello stesso sesso. E nemmeno col livore che uno si aspetterebbe da tale genia di ciceroniani incolti dell’ultima ora. Naturalmente dietro questo ministro che crede di saper parlare italiano solo perché non commette (ma apparentemente) errori grammaticali o sintattici, c’è il blocco monolitico della chiesa cattolica; nessuno d’altronde crede alla buonafede dell’attuale papa, le sue chiacchiere di tolleranza sono appunto chiacchiere, sputate nel momento più basso della credibilità di una confessione religiosa che più che cristiana dovrebbe a rigore chiamarsi paolino-giovannea, cioè bassa teologia allo stato puro (come fa una religione delle masse a presentarsi e ad avere la presunzione di essere compresa con un vangelo come quello di Giovanni: "in principio era il verbo"? o con tutti quegli astrattismi e intellettualismi filosofeggianti di san Paolo? E comunque la tolleranza non la si pratica né la si sbandiera: nel momento in cui ci si definisce tolleranti vuol dire che si è esattamente il contrario.

E capitale di Peracottalandia è Peracottalandia al quadrato, cioè Roma, dove ho avuto la disgrazia di nascere e crescere, e che ancora nel 2014 non si vergogna di avere soltanto due linee di metropolitana su una popolazione di cinque milioni di abitanti.  Cioè la quintessenza giustamente di Peracottalandia, la peracottalandietà – non a caso dopo il 1945 sono approdati in questa città di conformisti, che è ancora oggi una concrezione di burocratico pus fascista, centinaia di migliaia di italiani da ogni altra parte d'Italia. Quindi come dovrebbe chiamarsi la capitale di Peracottalandia?

Sulla questione del pupazzo nella storia italiana ho già detto nel post precedente.

venerdì 26 settembre 2014

Demostene ovvero il comico inconsapevole

Il comico inconsapevole nasce sempre dal rapido contrastarsi di due diverse nature in una stessa persona, o di due diverse situazioni quando una prende improvvisamente il posto dell'altra - differente da umorismo e dalla comicità di chi vuol far ridere, il quale comunque è sempre debitore, imitatore del comico inconsapevole, obbligato al contrasto, se non al contratto.

Così Demostene, che si leggano le sue orazioni e discorsi tra le righe, o si legga quello che altri hanno scritto di lui, appare sempre e comunque un comico inconsapevole. La sua inconsapevole comicità (a parte i sassolini che infilava sotto la lingua per correggere i difetti di pronuncia e altre varie amenità - il rafforzare la voce e i polmoni pronunciando un discorso o conversando mentre correva, costringendo quindi anche il povero interlocutore a correre), lo studiolo che s'era fatto costruire sotto terra per potersi esercitare più tranquillamente, il radersi i capelli per costringersi a non uscire di casa per mesi - la testa rasata era segno di effeminatezza), la sua inconsapevole comicità nasce però più propriamente dal contrasto o conflitto di due nature: da una parte il coraggio della parola, che non aveva eguali (non avrebbe temuto, in questo senso, nemmeno Giove ottimo massimo), dall'altra la facilità con cui al più piccolo pericolo fisico se la faceva addosso. Cosa che aveva in comune con Cicerone, e forse con Cicerone aveva in comune quasi tutto, salvo il significato che ciascuno dava al denaro, più concreto in Cicerone (i soldi per Cicerone avevano il valore che avevano: servivano semplicemente a ottenere oggetti piacevoli: bei mobili, libri, opere d'arte - natura più generosa, a differenza di quanto si dice di Demostene, del suo essere avido).

Non è quindi un caso che dopo essersi ringalluzztio alla morte di Filippo, dopo aver tuonato e essere stato unico, per così dire, e incontrastato attore sulla tribuna del'assemblea del popolo, dopo essere riuscito a rinfocolare gli animi di tutta l'Ellade contro Alessandro, che chiamava sprezzantemente il "ragazzino", dopo aver ottenuto i soldi da Dario per finanziare i tebani contro la macchina bellica macedone, si affloscia in un attimo non appena giungono le prime avvisaglie che Alessandro sta marciando verso Tebe:

ἐπεὶ μέντοι τὰ περὶ τὴν χώραν θέμενος, παρῆν αὐτὸς μετὰ τῆς δυνάμεως εἰς τὴν Βοιωτίαν, ἐξεκέκοπτο μὲν ἡ θρασύτης τῶν Ἀθηναίων, καὶ ὁ Δημοσθένης ἀπεσβήκει, Θηβαῖοι δὲ προδοθέντες ὑπ' ἐκείνων ἠγωνίσαντο καθ' αὑτοὺς καὶ τὴν πόλιν ἀπέβαλον. (Plut., Dem., 23,2) 

Dopo aver sistemato gli affari domestici, (Alessandro)  apparve con le sue forze in marcia per la Beozia, e l'ardore degli ateniesi s'era già spezzato, e Demostene s'era afflosciato (spento): i tebani, traditi così dagli ateniesi, combatterono contro i macedoni e persero la città.

E giustamente Plutarco usa qui il piuccheperfetto, l'ardore degli ateniesi s'era spezzato, e Demostene s'era afflosciato: non c'era stato nemmeno bisogno di trovarselo davanti, Alessandro, di vederlo: era bastata la notizia che s'era mosso.

giovedì 31 luglio 2014

L'autodidatta - storia di una tradizione e reati accademici

Il povero autodidatta assetato di conoscenza ( ma sono rimasti solo i pensionati nelle biblioteche a ricopiare nei  loro notebook interi brani su qualche personaggio storico amato - e forse non bisognerebbe chiamare autodidatti nemmeno questi, visto che ormai possono contare su quella paternalistica università della terza età) l'autodidatta di questo tipo non gode oggi di buona fama: non verrebbe invitato in televisione a parlare di Cartesio e non verrebbe minimamente "cagato" dagli addetti ai lavori, gli accademici, che lo sgamano subito, in genere dalla pronuncia “sbagliata” di una parola, di un termine, ad esempio Walter Benjamin pronunciato all'inglese. Io stesso, che pure non potrei dirmi autodidatta, nel senso che ho seguito le lezioni anche di nomi che andavano e vanno per la maggiore, e non solo al biennio di Fisica ma poi soprattutto in seguito a Lettere, venni colto in flagranza di reato accademico un giorno in cui (ero ancora studente) dissi, chiacchierando sull’autobus col professore di letteratura greca cristiana, Cibéle invece di Cìbele. “Anche lei!... ”, mi disse amareggiato, “Anche lei dice Cibèle!”. Forse allora, a vent'anni, mi suonava meglio. A rigore, secondo la pronuncia latina dovrebbe essere Cìbele, ammettendo la penultima breve. Ma la mia convinzione era e rimane ancorata al "buon senso", e sicuramente un "non autodidatta" e vanesio e snob come Cicerone, le parole greche che usava in latino le pronunciava alla greca, e tutte le parole greche che così venivano introdotte da altri colti o acculturati del tempo erano pronunciate secondo la pronuncia greca (nomi più comuni come Sòcrate, Demòstene, Aristòfane invece di Socràtes, Demostènes, Aristofànes come pronunciavano i greci, non posssono essere altro che frutto e retaggio di un uso di questi nomi al vocativo, che in greco ritirava l'accento, e in altri casi di un aritificio accademico fondato su ipotesi elaborate dalla tradizione grammaticale), così come oggi d'altronde (unica eccezione i francesi, che invece di dire Freud alla tedesca, come fa il resto del mondo, dicono Fred) un italiano che usa una parola inglese la pronuncia all'inglese, al massimo con un forte accento locale, softe invece di soft - il che tra l'altro indica che l'italiano, nonostante tutto, resta intrappolato fonologicamente nelle maglie della baritonesi latina (fenomeno più accentuato a Roma, dove parole come bar, gas eccetera diventano bare, gasse eccetera), e anche ai tempi di Cesare sicuramente non dicevano tot ma totte: totte capita totte sentenzia, una bella zeta sorda e dura al post di un balbettato ti di sententia.

Altro grave reato accademico in cui incappai da studente fu in occasione della seconda tesi, che dovetti scrivere in latino trattandosi di un’edizione critica, quando usai disgraziatamente hortor alla forma attiva: hortavit invece di hortatus est; cosa che – mi pare di averlo già ricordato in queste registrazioni - mandò su tutte le furie il correlatore, che oltretutto quel giorno era malato e s'era fatto sostituire. A essere onesti, l’avevo inserito di proposito, un pizzico di malizia, col puro gusto della provocazione. Credo che avessi in mente un uso tardo – quella forma si trova in certa tradizione di Petronio.

Eraclito (che tutti gli autodidatti pronunciano Eràclito) era autodidatta per orgoglio di nascita. Non ammette "il sapere" di nessuno al di fuori del proprio: spara a zero non solo contro i contemporanei e chi l’aveva preceduto ma anche contro i posteri. Omero, Senofane, Pitagora, Archiloco – per Archiloco anzi, che come lui era un feroce antidemocratico, prevedeva la verga: che venisse cacciato a suon di vergate dagli agoni poetici insieme al suo degno compare, Omero. Considerava se stesso la verità incarnata – non a caso amava, un po’ come Gesù, la compagnia dei bambini, che propose con sommo disprezzo dei suoi concittadini alla guida suprema dello Stato.

In tempi più recenti, poderoso autodidatta, "atleta della cultura italiana", come lo chiamava Contini, fu Benedetto Croce, che dopo aver seguito qualche lezione all’università tolse il disturbo, lo tolse cioè a se stesso.

Altro grande autodidatta – a parte gli anni di apprendimento delle lingue classiche, ma sempre seguito da mediocri precettori domestici – fu Leopardi, e non solo per le difficoltà di viaggi e sposatmenti. Con una biblioteca come quella del padre poteva benissimo restarsene a casa, tutt’al più spostava di qualche metro il  tavolinetto su cui studiava da un angolo all’altro della biblioteca, seguendo la luce del sole. Ma effettivamente sarebbe difficile immaginarsi un Leopardi che segue  le lezioni di un accademico. Avrebbe usato anche lui la verga se fosse capitato in qualche università e avesse sentito un qualsiasi professore aprire semplicemente bocca: quella stessa verga che Ranieri gli vide in mano a Napoli, un giorno che si apprestava a uscire per andare a bastonare qualcuno, per sua stessa ammissionepuò darsi il Tommaseo, il mediocre (o per lo meno mi piacerebbe pensare che pensarlo).

Autodidatta fu anche Bouffon: i parrucconi del suo tempo giustamente a'inchinarono al suo genio e lo nominarono membro dell'Accademia delle Scienze a soli ventisei anni.

Una cattiva conclusione, trovata in uno dei tanti forum dedicati alla cultura: la risposta di un forumer a un ragazzo che chiedeva se si pdiventare filosofi da autodidatti:

"Chi inizia da autodidatta, ammesso che abbia imparato a leggere (essenziale) alcuni testi non certo semplici, rischia di diventare un erudito, che è il contrario di un filosofo e di ogni intellettuale che abbia compreso che cultura è elaborare, connettere, associare, discernere"

Il che concorderebbe con quanto Diogene Laerzio parlando di Eraclito:

πολυμαθίη νόον ἔχειν οὐ διδάσκει· Ἡσίοδον γὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτίς τε Ξενοφάνεά τε καὶ Ἑκαταῖον (ix, 1) 

una vasta erudizione non insegna ad avere acutezza: se così fosse l'avrebbe insegnata a Esiodo a Pitagora a Senofane e a Ecateo.

Ma il sottinteso di quel forumer è che si comprende cos'è cultura - cioè elaborare, connettere eccetera - solo se si seguono le lezioni di qualcuno, anche se questo qualcuno è un mentecatto - e bastava forse dire a quel poveretto che se postava simili domande non sarebbe comunque diventato un filosofo.

 E' curioso poi che proprio coloro che nelle università, a Filosofia, girano e rigirano come un pedalino e analizzano in tutte le salse il "conosci te stesso" che si leggeva sul tempio di Delfi, proprio costoro poi storcono il naso quando sentono parlare un autodidatta, magari anche intuitivo e geniale. Vorrebbero che sul quel tempio, invece di gnothi sauton, conosci te stesso, ci fosse stato scritto "conosci me stesso".
eccetera

mercoledì 21 maggio 2014

l'effimero sesso degli insetti





Domandavo anni fa a un amico a cui piacciono molto gli uomini: “Ma tu sapresti dire, guardandolo semplicemente per la strada, se uno ce l’ha grosso o piccolo?” “Certo”, fa lui. “E come?”, dico. “Basta vedere

sabato 3 agosto 2013

Specchio delle mie brame: capitalisno e farsa della battaglia di Farsalo


Gneo Pompeo Magno


L’esito della famosa non battaglia di Farsalo, nella quale Cesare sconfisse Pompeo nel giro di pochissime ore, sarebbe stato deciso, a voler seguire Plutarco, da una semplice e elementare accortezza tattica: un curioso riferimento, in pieno scontro armato, al

sabato 13 aprile 2013

scorregge profumate (lettera a Ferrara - Il foglio)


                                                    Leonardo, due teste


Gentile direttore,
il titolo dell’articolo di Piero Sansonetti, De senectute, sembrava far ben sperare i tanti poveri milioni di ultra settantenni di questo paese:  che avessero finalmente trovato una certo spazio proprio all'interno del Foglio, giornale dove normalmente si respira una salutare aria di sguardo obliquo. C’era già tutto, in quel titolo di Sansonetti: il richiamo a Cicerone, all’antichità, la saggezza dei vecchi, il fatto che gli antichi erano proprio grandi e rispettosi dell'età  ... Ma invece di quel pianto sul "come erano belli i tempi passati", di cui l’articolo gronda, ci saremmo aspettati, dall’ex direttore dell’Unità, un riconoscimento di ciò che al contrario è sempre stato e sempre così sarà: perché se Cicerone scrisse quel trattatello (che sarebbe poi un dialogo) in cui tesse in Catone l’elogio della vecchiaia, la ragione era che il mondo ai suoi giorni andava esattamente come ai nostri giorni: giovane era bello mentre tutto ciò che era vecchio era considerato per ciò che era: vecchio, puzzolente e turpe. Cicerone, d’altra parte, a 42 anni era già console, e nel 44, quando morì Cesare (e quando scrisse il de senectute), ne aveva 62, cioè 63 (anno del suo consolato) meno uno, mentre Catone nel dialogo immaginario ne aveva 83, cioè 63 più venti, che è l’età dei virgulti in fiore (anche se poi non si capisce perché le scorregge di un ventenne risultino ugualmente tanticchia pestilenziali).

A Guenon sarebbero piaciuti questi simbolici richiami ai numeri, tanto più che un certo riferimento a dei fiori appena sbocciati gli avrebbe fatto tornare in mente i Rosa-Croce (simbolo, la croce, a cui indulgono maggiormente gli anziani, e utilizzato nell’occidente cristiano anche sui coperchi delle bare), e ci avrebbe forse spiegato, Guenon, che la croce, associata alla rosa, ha in realtà, in certe raffigurazioni medievali, il suo esatto equivalente in una lancia (simbolo più giovanile), ad esempio nell’abbazia di Fontevrault, in Francia. Guenon queste cose doveva saperle per forza se iniziò prestissimo a studiare e a scrivere e continuò a scrivere fino a tardi, restando però da anziano il maestro che era stato da giovane: passando tra l’altro, nella sua lunga erudita esistenza, dal Cristianesimo all’Islam, per ragioni sue proprie che, come lei sa, niente hanno a che fare con la religione. Il fatto è che a distinguere così le generazioni, e soprattutto a citare a vanvera gli antichi, come fa Sansonetti, senza averli veramente bazzicati, si rischia di sbatterci il grugno.


   
                                          he- gassen - pittura giapponese sec. XIX

E se c’era un insegnamento da trarre, da un Cicerone che ormai vecchio si affretta a scrivere un libro sulle bellezze della vecchiaia, è che la vita gli stava appunto crollando addosso, come sta crollando addosso, vista l’età, a Sansonetti, che in quel suo pianto funebre per i bei tempi andati sembra ignorare ciò che più veramente conta dei racconti della Storia: che i novatori e i rivoluzionari di ogni tempo, vivono il tempo di una mosca, che si chiamino grillini o panterini o sessantottini o occupy wall street, e che perfino FB e Twitter, il massimo deli orgasmi quotidiani, saranno già domani superatissimi, e i tuittisti di oggi saranno considerati gli stessi matusalemme di oggi. Insomma, nessuno avrebbe mai potuto dire che “gallina vecchia fa buon brodo” se qualcuno prima di lui non avesse detto: “che nessuno tocchi il pollo”.
Cordialmente
Valerio Larena