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martedì 5 agosto 2014

l'elefante tedesco e la corrida italiana

(das) sagt der richtige

letteralmente: ha parlato il giusto! cioè: senti chi parla! ha parlato!

da noi anche: senti da che pulpito viene la predica!

l'ironia, in italiano, in tutti e tre i casi, si sente ancora ed è più sfumata che in tedesco, che entra in scena, con con passo da elefante. Stessa leggerezza in inglese:

look who's talking.

Ancora, in un inglese da saputello (smart-arse): that's a bit rich coming from you, sprezzante ma con quel pizzico di understatement con cui recuperare la solita ironia: un modo insomma per dire, senza offendere troppo, ma chi c. ti credi di essere.

Che da noi si siano conservate certe forme ironiche fin nel XXI secolo è un miracolo, non essendo l'italiano medio un cultore della parola ma solo delle pernacchie e delle corna, oltre che del pupazzo. Un fatto che si può comprendere soltanto se si prendono queste forme per luoghi comuni nei quali non ci si percepisce più neppure quell'originaria ironia. Soltanto il rosso della rabbia e dell'invidia sulle quali prosperano. Dopo la gran botta ampiamente meritata del fascismo, protrattosi nel binomio Democrazia Cristiana/Cattolicesimo fino ad oggi, trasmesso di padre in figlio e vanamente ostacolato soltanto da un'irrigidita ideologia marxista, l'italiano si è acculturato un po' negli ultimi anni con internet, non accetta facilmente l'ironia, non ama e non può ridere di sé, una semplice mancanza di apprezzamento lo spinge fuori dai binari e lo catapulta nelle chiese (dalle quali in realtà non è mai uscito) a osservare il "pulpito". L'unica immagine colta che riesce ancora a concepire quando lo giudicano.

giovedì 16 maggio 2013

Le corna


                                             George Frederick Watts - il minotauro

“Se ora non vado errando” (adotto di proposito il curioso intercalare usato coi giudici di Napoli da Giovanni Pandico, il grande accusatore di Enzo Tortora - e il pentitismo non mi pare altro che una forma di adulterio anticipato, il tradire la giustizia con la quale ci si sta sposando) il primo riferimento letterario alle “corna” quale simbolo di infedeltà coniugale si trova in Plutarco, nella Vita di Licurgo. In questo bellissimo opuscolo, scritto soltanto agli inizi dell’era cristiana, un cittadino spartano parlando secoli prima con uno straniero - che s’era meravigliato che a Sparta non ci fossero leggi contro l’adulterio - dice: “se uno di noi commettesse adulterio allora sarebbe anche in grado di comprarsi un toro talmente grande che potrebbe sollevare la testa, sporgersi al di sopra del monte Taigeto e bere qui sotto dalle acque del nostro Eurota.” E lo straniero: “E come potrà esserci un toro così grande?” E lo spartano, un certo Gerada, sorridendo: “E come potrà esserci un adultero a Sparta?”

Si tratta in effetti di un'implicita tautologia, che non a caso fa rima con taurologia: uno spartano è uno spartano. Eppure, grazie a questo Gerada, chiunque da allora sia stato scoperto a tradire il partner avrà provato a difendersi attaccando, e anzi a ricordarsi non solo di Gerada ma anche di Teseo (di cui parla ancora Plutarco) che nel labirinto prende il Minotauro per le corna.



Il paragrafo qui sopra è un esempio di come con le parole si possa dire tutto ciò che il parlante o lo scrivente ci vede o voglia vederci. Così il grande avvocato Coppola, in una delle più belle arringhe che siano mai state pronunciate in un tribunale dei nostri giorni - insuperata lezione di psichiatria forense - definì il grande accusatore e "pentito" Pandico un dubbio filologico: "Pandico!", disse Coppola: "il suo nome risulta dal fatale incontro di due lingue caratterialmente diverse: pan: dal greco pas pasa pan, che significa tutto: e il latino dico: dico tutto!"

L'incomprensione è il minimo che ci si debba aspettare se si portano le corna a tema del giorno, a comunicazione verbale, figuriamoci quando l'interlocutore è un giudice. Mi raccontava un amico monsignore di una vecchia causa per adulterio, un fatto accaduto parecchi anni fa in un paesino vicino Roma. Venne chiamata a deporre, dall'allora pretore, l'anziana domestica, che asseriva di avere assistito, inosservata (dal buco della chiave?) al "tradimento". Dice il pretore: "Allora signora, ci dica quello che ha visto". E la donna, al di là di ogni ragionevole dubbio "Ho visto tutto, signor giudice!". E il pretore: "Ha visto tutto che cosa?" La domestica ci pensa un attimo poi dice: "Signor giudice, come ho detto all'avvocato, quello gliel'aveva messo dentro!" "Ma signora", esclama il pretore, "ma come parla? ma parli per metafora, per cortesia!" E la donna: "Ma quale metà ffora e metà ffora: stava tutto dentro!"