dissipabo et assorbebo
parole poste in bocca a Dio da Isaia nell'Inno della vittoria (42:14), rese così giustamente, e conservando tutta l'ambiguità dell'ebraico, da san Girolamo, il quale se ne fotte ampiamente del fatto che si è appena parlato di una partoriente (l'immagine a cui appunto è assimilato il Dio guerriero) - le urla della partoriente (כיולדה אפעה - urlerò come una partoriente) - e che tutte le traduzioni moderne (si eccettua la Bibbia inglese di re Giacomo) invece hanno stupidamente forzato, seguendo l'ebraico alla lettera, a intendere (dopo le urla) ciò che può adattarsi ancora a una partoriente (gemerò e mi affannerò), e che in realtà non può più essere se lo si riferisce a Dio. E' difficile che tale immagine (gemere e affannarsi) vada d'accordo col Dio guerriero di questo passo di Isaia, un Dio che al massimò urlerà, come la partoriente, ma poi i lamenti e gli affanni dovranno trasformarsi necessariamente in qualcos'altro.
E' questo un tipico esempio di modulazione nella narrazione:
... urlerò come una partoriente
e disperderò [farò a pezzi] (non gemerò) e ingoierò (non mi affannerò ...
Insomma della partoriente si prenderà il momento della "furia", di cui il gemere e l'affannarsi sono semplicemento un complemento che sparisce di fronte alla visione maestosa di un Dio Guerriero che tutto polverizza e ingoia. D'altronde l'ebraico - come doveva giustamente aver compreso san Girolamo - conserva nei due verbi (sha'aph e nasham) tutta l'ambiguità possibile e immaginabile.
Visualizzazione post con etichetta traduzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta traduzione. Mostra tutti i post
lunedì 16 marzo 2015
martedì 13 gennaio 2015
sui fiumi di Babilonia i microbi della terra
על נהרות בבל שם ישבנו גם־בכינו בזכרנו את־ציון׃
Sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion.
Così hanno fatto i "grandi" della Terra, come li chiamano i giornali provinciali italiani (Corriere e Repubblica - Huffington Post Italia, sottomarca del liberalismo pseudo libertario, non è nemmeno da prendere in considerazione, se non come possibilità di ottenere una credit card prepagata). Così hanno fatto invece i piccoli della terra, rappresentati giustamente da gnomi in tailleur e giacca e cravatta, sulle ceneri di Charlie Hebdo: hanno sicuramente intonato l'inizio del Cantico di Sion, del più famoso dei salmi delle lamentazioni.
Ci sarebbe da dire che il testo l'ebraico non ha "e", come ho tradotto, ma "anche" (גם - gam). E' in posizione estremamente ambigua - estremamente perché è agli estremi di due proposizioni correlate: un nesso, sembrerebbe, paratattico ("questo e questo": sedevamo e piangevamo). Ma potrebbe riferirsi a quanto precede: sedevamo anche, cioè: anche sui fiumi di Babilonia sedevamo (dopo esserci seduti altrove). Oppure a quanto segue: piangevamo anche (oltre a essere seduti, piangevamo), e potrebbe addirittura indicare enfasi, come in alcuni suoi usi nel Vecchio Testamento, a introdurre un climax, un crescendo, uno stracciarsi le vesti, uno strapparsi i capelli, un graffiarsi e rigarsi i volti: sui fiumi di Babilonia sedevamo, sì (proprio così): piangevamo eccetera"
Tutti sensi che si adattano benissimo alla congrega di pidocchi della terra che si sono riuniti a Parigi
(ad esempio: e piangevamo anche, mentre rispondevamo al cellualre; oppure piangevamo anche mentre peteggiavamo in silenzio; oppure: piangevamo anche mentre speravamo, noi amebe, di essere visti dal mondo eccetera; oppure nel primo caso: anche lì sedevamo, dopo esserci seduti a tutte le inutili tristi celebrazioni e messe di suffragio.
Grazie al cielo l'orazione di Pericle per i caduti della guerra archidamica è andata perduta: doveva essere di una noia mortale a giudicare dalla ricostruzione di Tucidide: roboantica celebrazione della sua testa a forma di ogiva (per quanto Pericle fosse un gigante in confronto a queste caccole).
Sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion.
Così hanno fatto i "grandi" della Terra, come li chiamano i giornali provinciali italiani (Corriere e Repubblica - Huffington Post Italia, sottomarca del liberalismo pseudo libertario, non è nemmeno da prendere in considerazione, se non come possibilità di ottenere una credit card prepagata). Così hanno fatto invece i piccoli della terra, rappresentati giustamente da gnomi in tailleur e giacca e cravatta, sulle ceneri di Charlie Hebdo: hanno sicuramente intonato l'inizio del Cantico di Sion, del più famoso dei salmi delle lamentazioni.
Ci sarebbe da dire che il testo l'ebraico non ha "e", come ho tradotto, ma "anche" (גם - gam). E' in posizione estremamente ambigua - estremamente perché è agli estremi di due proposizioni correlate: un nesso, sembrerebbe, paratattico ("questo e questo": sedevamo e piangevamo). Ma potrebbe riferirsi a quanto precede: sedevamo anche, cioè: anche sui fiumi di Babilonia sedevamo (dopo esserci seduti altrove). Oppure a quanto segue: piangevamo anche (oltre a essere seduti, piangevamo), e potrebbe addirittura indicare enfasi, come in alcuni suoi usi nel Vecchio Testamento, a introdurre un climax, un crescendo, uno stracciarsi le vesti, uno strapparsi i capelli, un graffiarsi e rigarsi i volti: sui fiumi di Babilonia sedevamo, sì (proprio così): piangevamo eccetera"
Tutti sensi che si adattano benissimo alla congrega di pidocchi della terra che si sono riuniti a Parigi
(ad esempio: e piangevamo anche, mentre rispondevamo al cellualre; oppure piangevamo anche mentre peteggiavamo in silenzio; oppure: piangevamo anche mentre speravamo, noi amebe, di essere visti dal mondo eccetera; oppure nel primo caso: anche lì sedevamo, dopo esserci seduti a tutte le inutili tristi celebrazioni e messe di suffragio.
Grazie al cielo l'orazione di Pericle per i caduti della guerra archidamica è andata perduta: doveva essere di una noia mortale a giudicare dalla ricostruzione di Tucidide: roboantica celebrazione della sua testa a forma di ogiva (per quanto Pericle fosse un gigante in confronto a queste caccole).
Etichette:
Babilonia,
Cantico di Sion,
Charlie Hebdo,
climax,
ebraico,
enfasi,
giornali,
Guerra del Peloponneso,
microbo,
noia,
orazione,
orazione funebre,
paratassi,
Pericle,
pidocchio,
retorica,
salmi,
traduzione,
Tucidide
giovedì 23 ottobre 2014
vecchiaia potere e sesso in Plutarco
![]() |
| Antonio Bellucci, Rinaldo e Armida |
Venendo nel corso della sua opera a considerare la questione se l’uomo politico debba a un certo punto, con l’età, sottrarsi all’attività pubblica, se cioè la vecchiaia possa considerarsi un impedimento di natura all’esercizio dell’azione politica - per il fatto che l'uomo si dedicherebbe con più gusto ad altri piaceri (in primo luogo eros) - Plutarco, che affronta il problema da vecchio, lo esclude. E non solo perché è la vecchiaia a essere semmai di ostacolo a determinati piaceri. La ragione più vera è che l’uomo politico non può mai credere di poter venir meno al suo dovere etico.
Nel suo An seni respublica
gerenda sit (se il vecchio debba occuparsi attivamente di politica) si
serve, a esemplificazione del suo assunto, di due metafore politiche sicuramente
topiche, insistenti, nell’antichità: quella dei marinai e quella di Eracle alla reggia di Onfale. La prima delle
due immagini viene normalmente fraintesa: anzi non c'è mi pare traduttore che l’abbia resa correttamente. Il vecchio politico che lascia la vita
politica per darsi unicamente ai sensi viene paragonato, da questi traduttori, a quei marinai che lasciano la nave prima ancora di giungere in
porto. Basterebbe in realtà il semplice buon senso e un pizzico di intelligenza a indicare qui la giusta strada. Come potrebbero dei marinai abbandonare
la nave prima ancora che la nave sia arrivata in porto? con delle scialuppe sulle
quali concedersi ai letali riti di Afrodite, con l’aiuto magari di questa
o quest’altra sirena accondiscendente? (e le sirene di Ulisse dopotutto
potrebbero essere a loro volta nient’altro che una metafora proprio di questo, del sesso nudo e crudo, se l'isola nella quale albergano presuppone comunque il miraggio di un qualche porto, soprattutto trovandosi nei pressi di Scilla e Cariddi).
Dice in realtà e molto semplicemente Plutarco:
οὐκ οἶδα ποτέρᾳ δυεῖν εἰκόνων αἰσχρῶν πρέπειν δόξει μᾶλλον
ὁ
βίος αὐτοῦ· πότερον
ἀφροδίσια ναύταις ἄγουσι πάντα τὸν
λοιπὸν
ἤδη
χρόνον οὐκ
ἐν
λιμένι τὴν
ναῦν
ἔχουσιν
ἀλλ' ἔτι
πλέουσαν ἀπολείπουσιν (785e)
“... non so quale di
due vergognose immagini si addica di più alla vita di un uomo simile: se quella di quei
marinai che ancora in navigazione trascurano la nave invece di portarla al
sicuro in porto e si dedicano per tutto il tempo agli amori ...”
Quindi trascurano (ἀπολείπουσιν),
non abbandonano la nave, come viene sempre
tradotto – e semmai abbandonano la nave a
sé.
Il testo di Plutarco lascia giustamente pochissimo spazio
a un tipo di immaginazione onirica (alla base di tanti film horror e di tanta narrativa da quattro soldi) a cui è abituato il lettore e spettatore moderno. Non è
possibile osservare una nave che naviga con tutti i suoi marinai a bordo e un
attimo dopo trovarla vuota. Dove sarebbero andati a finire tutti quanti? E se
pure Plutarco avesse avuto un qualche interesse a distinguere le specie di eros, non avrebbe potuto farlo (ἀφροδίσια), e anche a voler sviluppare
ulteriormente una metafora che giustamente è stata appena accennata (la
fortunata metafora della nave senza nocchiere) quegli amori sensuali sarebbero
al massimo quelli nei quali il marinaio indulge a bordo,
senza lasciare la nave: e c’è da immaginarsi prima di tutto con chi e a spese di quale parte del corpo; a meno che
non si vogliano ipotizzare sulle navi antiche, triremi o da carico, bordelli
con tanto di anziana maitresse, e donne imbarcate al solo scopo di rifocillare
la ciurma, così come si imbarcano i viveri e tutto il necessario per la
sopravvivenza in mare. D’altronde, se anche qui non c’è in Plutarco evidente
ossessione classificatoria – amore
omosessuale o eterosessuale –
difficilmente una simile metafora risulterebbe incisiva senza una “concreta” esperienza
visivo-immaginativa del lettore, lo scrittore che gli fa immaginare la scena, i
bagordi, le bevute e la nave abbandonata a se stessa. Che è poi espediente
narrativo - l’omissione - tipico di tutti i grandi autori che
hanno superato la prova del tempo.
Ciò che invece qui conta è il fatto che questa immagine dell’abbandono del dovere tocchi e sfidi il
concetto stesso di virilità al di
fuori di un qualsiasi riferimento alla natura dell’amore e in direzione unicamente
di un indebolimento dell’animo umano,
del carattere maschile (l’amore omosessuale, o meglio l’amore per
i ragazzi, non a caso non si trova mai opposto in Plutarco, in nessuna delle
sue opere, a quello eterosessuale ma
soltanto all’amore coniugale, e
quindi al dovere - vedi il De amore e quanto ho scritto su questo;
l’abbandono del proprio dovere viene qui identificato semplicemente con ciò che
è vergognoso - ἐσχρόν - e tale immagine risulta ulteriormente ampliata
e definita dall’altra che segue immediatamente, quella di un Eracle effeminato alla corte di Onfale:
ἢ καθάπερ ἔνιοι τὸν
Ἡρακλέα
παίζοντες οὐκ
εὖ
γράφουσιν ἐν
Ὀμφάλης
κροκωτοφόρον ἐνδιδόντα
Λυδαῖς
θεραπαινίσι ῥιπίζειν καὶ παραπλέκειν ἑαυτόν.
Etichette:
Afrodite,
buon senso,
Eracle,
eterosessualità,
etica,
filologia,
gay,
metafora,
omosessualità,
Plutarco,
politica,
Scilla e Cariddi,
sirene,
traduzione,
Ulisse,
vecchiaia
mercoledì 30 luglio 2014
ancora su Eraclito: traduzione e false friends
E' difficile che un traduttore dal greco antico vada fuori tiro, che toppi (soprattutto nell'attuale clima produttivo delle università, di ossessivo controllo filologico, ogni cosa eseguita ritualmente nell'orizzonte di attesa dei colleghi che ti devono leggere e che stanno col fucile puntato addosso se sbagli una semplice virgola e soprattutto se non citi le loro illegibili, incoerenti sciocchezze, che comunque non leggerebbe nessuno) ma succede. Come nel caso della traduzione ancora usata di Diogene Laerzio, curata parecchi anni fa da un grande della filologia e papirologia, Marcello Gigante (e qui non è una virgola), il quale traduce o fa tradurre, dando luogo così a dei curiosi false friends, astrologìa con astrologia (I, 23) e poi qualche riga sotto la intende invece giustamente come astronomia, o dedicarsi all'astronomia, non ricordo, ma il greco è ἀστρολογῆσαι, che vale appunto occuparsi di astronomia, detto in questo caso di Talete, attività che secondo Diogene Laerzio anche Eraclito confermerebbe (μαρτυρεῖ δ' αὐτῷ καὶ Ἡράκλειτος) cioè "gli rende buona o favorevole testimonianza".
In realtà, nel passo in questione, erroneamente tradotto, si parla semplicemente di un'opera che andava sotto il nome di Talete (la ricordava ancora Plutarco già prima di Laerzio, e tre secoli dopo Laerzio la ricorda ancora Simplicio nel commento alla Fisica di Aristotele) ma ritentuta composta da un Foco di Samo, l'Astronomia nautica (ναυτικὴ ἀστρολογία), non certo l'astrologia nautica, perché consigliare a dei marinai di affidarsi al destino (a quello che è già scritto negli astri) piuttosto che alla scienza astronomica, era considerato anche ai tempi di Talete (che secondo Callimaco aveva fatto non modeste scoperte se tuttora alziamo i nostri moderni nasi a osservarle), come il classico darsi una martellata sui piedi:
Callimaco lo conosce scopritore dell'Orsa minore, così come si legge nei suoi giambi:
"E del Carro si dice abbia misurato
le piccole stelle, con le quali navigano i Fenici"
(Καλλίμαχος δ' αὐτὸν οἶδεν εὑρέτην τῆς ἄρκτου τῆς μικρᾶς, λέγων ἐν τοῖς Ἰάμβοις οὕτως·
In realtà, nel passo in questione, erroneamente tradotto, si parla semplicemente di un'opera che andava sotto il nome di Talete (la ricordava ancora Plutarco già prima di Laerzio, e tre secoli dopo Laerzio la ricorda ancora Simplicio nel commento alla Fisica di Aristotele) ma ritentuta composta da un Foco di Samo, l'Astronomia nautica (ναυτικὴ ἀστρολογία), non certo l'astrologia nautica, perché consigliare a dei marinai di affidarsi al destino (a quello che è già scritto negli astri) piuttosto che alla scienza astronomica, era considerato anche ai tempi di Talete (che secondo Callimaco aveva fatto non modeste scoperte se tuttora alziamo i nostri moderni nasi a osservarle), come il classico darsi una martellata sui piedi:
Callimaco lo conosce scopritore dell'Orsa minore, così come si legge nei suoi giambi:
"E del Carro si dice abbia misurato
le piccole stelle, con le quali navigano i Fenici"
(Καλλίμαχος δ' αὐτὸν οἶδεν εὑρέτην τῆς ἄρκτου τῆς μικρᾶς, λέγων ἐν τοῖς Ἰάμβοις οὕτως·
καὶ τῆς Ἀμάξης ἐλέγετο σταθμήσασθαι
τοὺς ἀστερίσκους, ᾗ πλέουσι Φοίνικες. [Diog. I, 23])
Etichette:
astrologia,
astronomia,
Callimaco,
Diogene Laerzio,
Eraclito,
false friends,
filologia,
Marcello Gigante,
papirologia,
Plutarco,
Simplicio,
Talete,
traduzione,
università
domenica 20 ottobre 2013
cultura buonsenso e casta
The man of culture is one of
the poorest mortals alive. For simple pedantry and want of good sense no man is
his equal. No assumption is is too unreal, no end is too unpractical for him.'
“L’uomo di cultura è tra tutti
i mortali uno dei più meschini. Non esiste altro essere alla sua altezza per pura pedanteria e mancanza di buon senso. Non c’è
per lui ipotesi troppo irrealistica, nessun fine è troppo impraticabile.”
Detto da
Etichette:
Aristofane,
Bruno Zevi,
casta,
cultura,
Frederic Harrison,
giornali,
intellettuale,
localizzazione,
pedanteria,
Platone,
positivismo,
traduzione
Iscriviti a:
Post (Atom)
