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sabato 10 gennaio 2015

i giornali, la libertà e i peti

Il giornalismo di oggi come quello di ieri - diciamo i grossi giornali dietro i quali si nascondono i grossi gruppi finanziari - non ha come oggetto né la libertà né la verità, nemmeno in una concezione della libertà o della verità in senso classico, dal momento che un giornale si definisce in base al suo valore di oggetto effimero, ossia che ha la durata di un giorno.

venerdì 17 ottobre 2014

Tortura, investigazione, ricerca della verità

Non c'è dubbio che la mente greca si rivela (rispetto a quella latina) speculativa perfino nelle questioni più pratiche, in quelle più estreme, nelle questioni di vita o di morte. Così avviene senz'altro a proposito della tortura: basanos, basanizesthai (torturare, ma in origine confrontare - basanos è la cosiddetta pietra lidia, la pietra con cui si testa la purezza dell'oro; e l'origine è comunque ancora semitica: l'egiziano conserva bahan, una specie di scisto usato in questo stesso senso [vedi Chantraine s.v. e vedi basalto in italiano] e anche in ebraico bahan, confermare. Il latino ha semplicemente (già in epoca classica) crucio, inizialmente mettere sulla croce, che varrà poi in seguito quale termine tecnico per tortura.

Dunque originariamente l'uomo latino è affascinato dallo strumento in sé, dall'idea di morte, e lo è già prima di avere appreso la "verità" processuale: quindi dal quadro d'insieme, dall'effetto, dallo spettacolo: si pone direttamente come spettatore, alla maniera di quanto avviene oggi in America, un paese psicologicamente rimpicciolito dagli ultimi sviluppi del caso ebola, dove il pubblico ammesso alle esecuzioni capitali assiste incuriosito al dramma dei medici che iniettano merda farmaceutica  nelle braccia di un loro simile, anche se solo dopo aver appreso  la "verita": un pubblico ovviamente non visto da chi è nella stanza degli orrori, protetto (per ragioni di privacy - non si sa di chi) dalla classica finestra usata anche negli interrogatori di polizia, seduto in una serie di file come se si fosse al cinema (in questo senso, la Cina - la sedicente comunista Cina - si mostra invece giustamente oscurantista e bigotta: censura ogni divertimento, fa direttamente sparire i condannati a morte, nessuno sa come dove è quando verranno giustiziati: nemmeno i familiari sanno niente, e nemmeno il condannato a morte). A differenza quindi - in un caso come nell'altro - del greco, che vuole ancora e sempre e fino alla fine semplicemente sapere, sentir parlare, conoscere, mettere alla prova, investigare (e pur sapendo che come il suo cugino latino anche lui può torturare soltanto gli schiavi, i quali poi saranno pronti a giurare il falso pur di evitare la corda o qualche altro aggeggio, con buona pace del vero): l'uomo greco insomma, nonostante le ingenuità metodologiche connesse con ogni tipo di tortura, è attante, è soggetto conoscitivo attivo anche quando delega al torturatore (basanistes - lo stesso che inquirente) che agisce per suo conto nella camera della "prova" (basanisterion) coi suoi strumenti della "conoscenza" (basanisteria).

Basanizesthai è d'altra parte ampiamente usato in senso scientifico:

διόπερ εὐλόγως βασανίζεται ταῖς πείραις τό γε τῶν ἀνδρῶν, εἰ ἄγονον, ἐν τῷ ὕδατι (Arist., De generatione animalium, 747a)

perciò giustamente viene "testato" quello maschile (lo sperma) nell'acqua, per vedere se è sterile.

E in logica:

ἀπὸ τῶν πανταχόθεν βεβασανισμένων (Philodemus, De signis, 29).

da ciò che è stato provato in ogni maniera (inferenza).

L'uso figurato di basanizesthai nella critica e nella stilistica: contorto (da torcere), rappresenta invece un totale capovolgimento di prospettiva: dove c'è tortura non può esserci né verità né persuasione: vedi ad esempio quanto detto dei primi discorsi del giovane Demostene, agli inizi della sua carriera, quando l'assemblea del popolo ancora rideva a crepapelle di una sua certa goffaggine nell'espressione:

τοῦ λόγου συγκεχύσθαι ταῖς περιόδοις καὶ βεβασανίσθαι τοῖς ἐνθυμήμασι πικρῶς ἄγαν καὶ κατακόρως δοκοῦντος (Plu., Dem., 6)

sembrando il suo periodare confuso, troppo fastidiosamente contorto (torturato) ed eccessivo per l'uso di formalismi argomentativi.

Che è poi il difetto di tutti i principianti.







   

venerdì 17 maggio 2013

Gli odorini della contessa




Andando recentemente in treno da Roma a Tivoli ho fatto caso che arrivando all’altezza di Bagni non si sente più quella tipica puzza di marcio delle acque sulfuree, che sono sempre state un po' la caratteristica del posto. Qualcuno si sarà lamentato. Avranno preso contromisure. Di sicuro, il mondo, pur se un tantino in ritardo, ha cominciato a introdurre il concetto di gradevolezza anche negli spazi comuni. E lo fa passare come nuova estetica. Tutto ciò che puzza è male, tutto ciò che profuma è bene, e, almeno per il momento, lo è sempre e comunque. Il che, adottato fino in fondo come metro di giudizio, non so quanto dovrebbe giovare, se si vuole credere ancora una volta all'esempio dei classici.

Trovandosi il giovane Jean-Jacques Rousseau insieme a altre persone nella camera da letto di una contessa, e giacendo la contessa immobile e credendola tutti morta, improvvisamente si sente un rumore venire da sotto le coperte. La contessa, che tutti credevano morta, apre gli occhi e dice: “Bon, femme qui pète n’est pas morte!”.

Il peto, dunque, nel caso di un’emissione di una certa potenza, sarebbe un test rivelatore: da preferire al classico specchietto messo davanti alla bocca quando non si ha a portata di mano un medico con lo stetoscopio, o un modernissimo cardiofrequenziometro. Anche il battito del polso, misurato domesticamente, non offre mai nessuna certezza. La vista e il tatto possono ingannare, l’udito e soprattutto l’olfatto mai. D'altra parte, come non dar credito qui, in questo famoso aneddoto della contessa, all'incredulo Rousseau, che fa costantemente della verità l'oggetto delle sue Confesssioni? Sempre che in queste sue memorie la menzogna non abbia fatto improvvisamente capolino, che cioè Rousseau non si sia inventato di sana pianta l'episodio: questa sorta di imbarazzante suoneria, qualcosa che sveglia pure i morti.

Diceva una ragazza in un forum in cui qualcuno aveva domandato se anche i morti eccetera, che una delle ragioni per cui si sarebbe fatta cremare è che “un corpo in decomposizione comincia a decomporsi dall’interno, producendo una montagna di gas che escono da tutti gli orifizi ...” Quello che è certo è che nella vita non è mai possibile venire a capo di niente. E chissà se quella povera turista che agli Uffizi ha perso l'equilibrio finendo contro un quadro di Salvator Rosa, L’allegoria della menzogna, causando senza volerlo un forellino nella tela, non abbia sentito in quel momento un altro di questi sibili liberatori …