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mercoledì 16 dicembre 2015
Del cinismo degli universitari
Che i cosiddetti specialisti di Leopardi - tutti nessuno escluso, come d'altronde tutti gli specialisti in qualsiasi scienza o disciplina - non capiscano niente dell'oggetto delle loro ricerche dovrebbe risultare chiaro dalla loro totale indifferenza alle ragioni di un Leopardi cinico. Leopardi, si dicono costoro (tra un inutile convegno e un altro, e tra un inutile articolo accademico e l'altro), non può essere cinico per la semplice ragione che accusava gli italiani di essere "cinici d'animo" (Discorso sopra lo stato presente degli italiani - del 1824). Fanno finta di non accorgersi che lo Zibaldone inizia desolatamente proprio con l'immagine di un cane che abbaia nella notte, e che tutto il diario è disseminato di riferimenti al cane e alla felicità con la quale il cane pare godersi il suo dolce far niente. Comunque la si veda, l'etimologia di cinico sempre all'immagine del cane bisogna farla risalire. Vedi quello che ho scritto in L’infinito di Leopardi e il “caro” egoismo degli antichi; Leopardi i cani e gli uccelli; Il cane filosofo. Dal cinismo alle monadi informatiche.
lunedì 26 gennaio 2015
il male e il bene della dislessia
L'essere da sempre dislessico in fondo mi ha dato un male e un bene: l'aver dovuto
mercoledì 24 dicembre 2014
Stendhal, il teorema di Lagrange e i safety tutor sulle autostrade
La questione del successo postumo è strettamente legata al denaro che si può ricavare da un autore, da un pittore eccetera morti in assolutà povertà, in stato di quasi indigenza; per altri invece la questione non cambia: erano comunque ricchi o benestanti, anche se è difficile pensare che chi è poi finito nel calderone dei classici non sputasse costantemente sangue, se si vuole tener fuori il conte Giacomo Leopardi e pochi altri, Proust eccetera. Quando a cinquant'anni Stendhal dice nei Ricordi di egotismo che dieci anni prima gli restavano soltanto 3500 franchi (forse qualcosa come diecimila euro di oggi), e che una volta finiti avrebbe avuto almeno la gioia di farsi saltare le cerevella non immaginava il mare di denaro che gli editori in tutto il mondo avrebbero cominciato a far girare cento anni dopo coi suoi libri. Per altri - e questo è più vero in ambito accademico - la quantità di grana che si sarebbe generata con qualche loro scoperta è talmente incommensurabile che neanche il loro genio avrebbe potuto calcolarla. Che è per esempio il caso di Lagrange e del suo bellissimo teorema o formula sulle funzioni derivabili, quella che stabilisce, se applicata al movimento, che la velocità media che si percorre in un tratto di strada tra un punto a e uno b è uguale alla velocità istantanea calcolata in un punto compreso tra a e b:
(f(b)-f(a))/(b-a)=f '(x)
Che è poi la formula usata dai safety tutor in autostrada, quei dispositivi che calcolano la velocità media di un mezzo. Così se è vero il teorema di Lagrange (e non ci sono ragioni per non crederlo vero) poiché ci sarà almeno un punto nel tratto in cui la tua velocità è uguale a quella media calcolata sull'intero percorso, allora se alla fine la tua veloctà media risulterà superiore a quella che ti è stata imposta su quel tratto, vuol dire che c'è stato almeno un punto in cui l'hai superata. E questo, al di fuori della matematica, può dirsi anche di qualsiasi autore, pittore, musicista, o politico che sia passato alla storia.
Il torinese Lagrange - anzi Giusepper Ludovico Lagrangia (il suo nome sarebbe suonato ugualmente grande se avesse conservato la grafia italiana) era in fondo un semplice borghese, un benestante. Ma meno attento al denaro che alla gloria. E che sicuramente guardava solo all'esprit de géométrie: che cosa poteva fregargliene delle centinaia di milioni di euro che un giorno avrebbero fatturato con la sua formula se già sentiva il suo nome appartenere ai posteri? Ebbe vita facile (a parte gli anni di apprendistato - che fosse stato autoditatta nello studio della matematica superiore va ascritto a suo merito e dovette farlo a tozzi e bocconi e pure di nascosto dal padre - per il resto tutto in seguito filò liscio, se si escludono le sue ricadute nell'ipocondria: dal momento in cui a vent'anni fu nominato Sostituto del Maestro di Matematica nelle Regie Scuole di Artiglieria, a quando successe a Eulero a Berlino, a quando si traferì a Parigi e dopo qualche tempo sposò, a cinquantasei anni, una ventiseienne. E comuque ebbe gloria ai suoi tempi, tanto più sotto Napoleone, e diventò senatore eccetera.
Anche Stendhal aveva amato Napoleone, e - a differenza di Lagrange, che era un'opportunista - l'aveva amato davvero. E aveva amato anche la matematica (numerosi i riferimenti nell'Henry Brulard: Ma cohabitation passionnée avec les mathématiques m'a laissé un amour fou pour des bonnes définitions, sans lesquelles il n'y a que des à-peu-près). Ma non fece ugualmente una buona fine. Pochi soldi, calcoli ai reni, gotta, emicranie. E alla fine morì a cinquantanove anni d'infarto. Un piccolo trafiletto su un giornale, è morto il signor Beyle, autore della Vita di Mozart e Cimarosa. E fu tutto. E non ebbe la tomba al Panthéon a Parigi come Giuseppe Lagrangia, ma comunque sempre al Père Lachaise. Il fatto è che a quel tempo al Père Lachaise ci mettevano tutti.
venerdì 19 dicembre 2014
Quando Leopardi toppava. fisica statistica e coscienza collettiva
La psicologia e la psicanalisi non sono altro che una collezione di strumenti grossolani e manipolatori sprovvisti di qualsiasi base strutturale, non in grado quindi, con tali presupposti, di rendere l'effettiva realtà dei movimenti interiori generati a livello molecolare e atomico. Alcuni scrittori riescono a descrivere in maniera incredibilmente sottile gli "stati d'animo", i passaggi continui tra uno "stato d'animo" e l'altro. Ma "stato d'animo" (o anche psicologia di un personaggio) resta una nozione dozzinale (la critica letteraria attinge a piene mani a questo tipo di "strumenti" critici): rivela nella sua infeconda genericità tutti i suoi limiti, dovuti essenzialmente alla mancanza di verificate corripondenze.
L'ugualmente generico concetto di forze d'attrito, ancora piuttosto in voga anche nei testi di fisica teorica, quanto meno quando si tenta di spiegare il senso di alcuni formalismi e astrazioni, si presterebbe molto meglio a definire i rapporti interpersonali: a determinare il visibile e il non visibile, se non altro per le sue più interne implicazioni fisiche. Una qualsiasi interazione tra due persone, nel momento in cui intervengono il corpo o la parola, comporta un tale sconvolgimeno "interno" (basterebbe misurare con un termometro ciò che avviene al corpo sotto la "spinta" della cosiddetta "invidia"), che il fatto può approssimarsi a ciò che succede a livello microscopico quando due superfici vengono a contatto generando calore, il quale non è altro poi che il risultato di una determinata media di tutte le interazioni elementari tra questi due corpi, quando il movimento viene passato ai cosiddetti gradi di libertà delle molecole e degli atomi - in più, la teoria degli errori, come si studia e si studiava quando studiavo fisica io e preparavo in laboratorio l'esame di fisichetta (esperimentazioni di fisica) starebbe lì in qualche modo a ricordarti che omnia munda mundis, che insomma la tua malafede è meno facilmente mascherabile con dei numeri. Una visione meccanicistica quanto si vuole ma ineludibile sul piano della concretezza sperimentale (chi ha detto che Dio è contro il meccanicismo visto che ci ritroviamo a fare i conti con l'immensa macchina dell'universo?)
La "scienza" psicologica, quindi, avrebbe tutto da guadagnare da un costruttivo mea culpa, se cioè iniziasse a considerare quello che effettivamente è stata finora: una grossolana descrizione di fenomeni macroscopici che non sa tener conto dei fenomeni microscopici, il cui unico strumento interpretativo non può che essere che la fisica statistica, quella che opera sulla nozione di media. In questo senso i moderni sondaggi - per quanto resi inutili dall'inguaribile guittismo dell'individuo, dalla sua insanabile tendenza alla menzogna, dalla sua insopprimibile paura - hanno posto le basi per una corretta impostazione del problema, modificando il generico concetto di "stato d'amimo" in quello di "coscienza collettiva". Naturalmente i risultati restano imprecisi: i fenomeni sono abbordabili ancora soltanto a livello macroscopico, come nel caso delle misurazioni elaborate da quei computer e programmi che misurano le reazioni di massa a eventi "epocali"; oppure c'è discrepanza tra risultati ed effettivo sentire, come nel caso della maggior parte dei sondaggi per la ragione accennata - problema che si era posto già san Benedetto nella sua Regola quando nella preghiera comune, nella salmodia, suggeriva che la mente (lo spirito) dovesse accordarsi con la voce (ut mens nostra concordet voci nostrae).
Ma intanto, in attesa di un perfezionamento di tali strumenti, l'uomo e la donna contemporanei continueranno a illudersi di possedere le chiavi della "conoscenza" dei propri movimenti interni, che ci siano "arrivati" da soli o con la guida di uno psicologo o di uno psicanalista. In questo Leopardi toppava completamente: l'uomo moderno viveva e vive tuttora come l'uomo antico, di magia e illusioni - tra le quali rientrano anche le poche "conoscenze" che gli vengono dalla volgarizzazione della scienza. L'unico modo in cui riesce a convincersi che l'ossessivo e arbitrario concetto hegeliano di progresso storico abbia un senso.
L'ugualmente generico concetto di forze d'attrito, ancora piuttosto in voga anche nei testi di fisica teorica, quanto meno quando si tenta di spiegare il senso di alcuni formalismi e astrazioni, si presterebbe molto meglio a definire i rapporti interpersonali: a determinare il visibile e il non visibile, se non altro per le sue più interne implicazioni fisiche. Una qualsiasi interazione tra due persone, nel momento in cui intervengono il corpo o la parola, comporta un tale sconvolgimeno "interno" (basterebbe misurare con un termometro ciò che avviene al corpo sotto la "spinta" della cosiddetta "invidia"), che il fatto può approssimarsi a ciò che succede a livello microscopico quando due superfici vengono a contatto generando calore, il quale non è altro poi che il risultato di una determinata media di tutte le interazioni elementari tra questi due corpi, quando il movimento viene passato ai cosiddetti gradi di libertà delle molecole e degli atomi - in più, la teoria degli errori, come si studia e si studiava quando studiavo fisica io e preparavo in laboratorio l'esame di fisichetta (esperimentazioni di fisica) starebbe lì in qualche modo a ricordarti che omnia munda mundis, che insomma la tua malafede è meno facilmente mascherabile con dei numeri. Una visione meccanicistica quanto si vuole ma ineludibile sul piano della concretezza sperimentale (chi ha detto che Dio è contro il meccanicismo visto che ci ritroviamo a fare i conti con l'immensa macchina dell'universo?)
La "scienza" psicologica, quindi, avrebbe tutto da guadagnare da un costruttivo mea culpa, se cioè iniziasse a considerare quello che effettivamente è stata finora: una grossolana descrizione di fenomeni macroscopici che non sa tener conto dei fenomeni microscopici, il cui unico strumento interpretativo non può che essere che la fisica statistica, quella che opera sulla nozione di media. In questo senso i moderni sondaggi - per quanto resi inutili dall'inguaribile guittismo dell'individuo, dalla sua insanabile tendenza alla menzogna, dalla sua insopprimibile paura - hanno posto le basi per una corretta impostazione del problema, modificando il generico concetto di "stato d'amimo" in quello di "coscienza collettiva". Naturalmente i risultati restano imprecisi: i fenomeni sono abbordabili ancora soltanto a livello macroscopico, come nel caso delle misurazioni elaborate da quei computer e programmi che misurano le reazioni di massa a eventi "epocali"; oppure c'è discrepanza tra risultati ed effettivo sentire, come nel caso della maggior parte dei sondaggi per la ragione accennata - problema che si era posto già san Benedetto nella sua Regola quando nella preghiera comune, nella salmodia, suggeriva che la mente (lo spirito) dovesse accordarsi con la voce (ut mens nostra concordet voci nostrae).
Ma intanto, in attesa di un perfezionamento di tali strumenti, l'uomo e la donna contemporanei continueranno a illudersi di possedere le chiavi della "conoscenza" dei propri movimenti interni, che ci siano "arrivati" da soli o con la guida di uno psicologo o di uno psicanalista. In questo Leopardi toppava completamente: l'uomo moderno viveva e vive tuttora come l'uomo antico, di magia e illusioni - tra le quali rientrano anche le poche "conoscenze" che gli vengono dalla volgarizzazione della scienza. L'unico modo in cui riesce a convincersi che l'ossessivo e arbitrario concetto hegeliano di progresso storico abbia un senso.
venerdì 24 ottobre 2014
Leopardi senza Leopardi e la bravura di Martone
È assolutamente patetico (nel senso di commovente) vedere un attore che prima interpreta una figura, un "personaggio" storico e poi va in
televisione a dire che almeno quella è la "sua" interpretazione. C’è
una tale pochezza di obbiettivi e una tale incapacità di autoanalisi nella
odierna globalizzata società multitutto, e la televisione e il cinema hanno fatto un tale calderone
e una tale accozzaglia di ogni cosa tra passato presente e futuro, che l’attore
arriva a sentirsi nient’altro che onnipotente ("questa almeno è la mia
interpretazione!", è il massimo che riescono a dire quando si rendono
conto che qualcosa non quadra). Ci si provi a immaginare la propria vita,
insignificante quanto possa apparire, e si provi poi a pensare che tra cento anni
qualcuno la porterà sulla scena sulla base di qualche nostra lettera o email o
di qualche nostro pensierino sulla vita e si misurerà tutta la differenza che
ci può essere tra Leopardi e l'interpretazione di Elio Germano, che crede di poterlo finalmente rappresentare a partire
dai suoi (di Germano) gesti sempre uguali, che lo fanno riconoscere subito per
quello che è, per Elio Germano: la sua mimica facciale, i suoi occhi spaesati e
non certo cilestri eccetera, e che si ritrovano in tutti i film nei quali
ha “lavorato”. Come se il Leopardi poetico e filosofico, anche a non considerare il colore
degli occhi, avesse il volto di Elio Germano.
Ci sarebbe forse voluto Alec Guinness, l’uomo dai mille volti, sempre irriconoscibile: “il più bravo, il più grande”, come scrisse di lui Arbasino alla sua morte. Anzi forse Leopardi avrebbe potuto somigliare per certi versi proprio al professor Marcus/Guinness di Ladykillers: gli ingredienti c’erano tutti: la vecchia signora (Louisa Wilberforce) che andava ammazzata era il padre di Leopardi (Monaldo), il pappagallo era la madre (Adelaide Antici), i componenti del gruppo cameristico, cioè i falsi suonatori, erano i vari mediocri (tra cui il Tommaseo) che l’hanno ostacolato in vita. Inoltre Danny Green, nella parte del tonto al seguito, avrebbe potuto essere l'amico Ranieri, gay velato ante litteram, altro che donnaiolo secondo il film di Martone. E il colpo al furgone portavalori era il tentativo dei suonatori di passare alla storia, serviti poi dal patatrac finale: non a caso il professor Marcus è l’ultimo a morire. E in alcune scene Marcus appare pure piuttosto seedy, squallido (vedi la scena della cucina, quando cerca di convincere la vecchia a non denunciarli): un pastrano pieno di cimici che lo fa apparire un grandioso down and out.
E così era Leopardi, che amava pochissimo l’acqua, tanto che lo zio fu costretto a essere un tantino brusco in una lettera, invitarlo a lavarsi un po’, a usare ogni tanto il sapone: sporcizia che doveva formare un meraviglioso ossimoro con la bellezza dei suoi occhi, che mostravano nello stesso tempo due precise qualità, non certo lo spaesamentto di Germano: estrema bontà d’animo (gli sporadici attacchi d'irascibilità ne sono un ingrediente) e l'intelligenza divina (così almeno non può non vederlo chiunque abbia avuto la fortuna di leggersi anche poche pagine dello Zibaldone). Non bastano due urli o due incazzature o una scoliosi posticcia per fare Giacomo Leopardi: certe espedienti servono solo, in maniera surrettizia, a farti grande con ciò che non ti appartiene.
Ci sarebbe forse voluto Alec Guinness, l’uomo dai mille volti, sempre irriconoscibile: “il più bravo, il più grande”, come scrisse di lui Arbasino alla sua morte. Anzi forse Leopardi avrebbe potuto somigliare per certi versi proprio al professor Marcus/Guinness di Ladykillers: gli ingredienti c’erano tutti: la vecchia signora (Louisa Wilberforce) che andava ammazzata era il padre di Leopardi (Monaldo), il pappagallo era la madre (Adelaide Antici), i componenti del gruppo cameristico, cioè i falsi suonatori, erano i vari mediocri (tra cui il Tommaseo) che l’hanno ostacolato in vita. Inoltre Danny Green, nella parte del tonto al seguito, avrebbe potuto essere l'amico Ranieri, gay velato ante litteram, altro che donnaiolo secondo il film di Martone. E il colpo al furgone portavalori era il tentativo dei suonatori di passare alla storia, serviti poi dal patatrac finale: non a caso il professor Marcus è l’ultimo a morire. E in alcune scene Marcus appare pure piuttosto seedy, squallido (vedi la scena della cucina, quando cerca di convincere la vecchia a non denunciarli): un pastrano pieno di cimici che lo fa apparire un grandioso down and out.
E così era Leopardi, che amava pochissimo l’acqua, tanto che lo zio fu costretto a essere un tantino brusco in una lettera, invitarlo a lavarsi un po’, a usare ogni tanto il sapone: sporcizia che doveva formare un meraviglioso ossimoro con la bellezza dei suoi occhi, che mostravano nello stesso tempo due precise qualità, non certo lo spaesamentto di Germano: estrema bontà d’animo (gli sporadici attacchi d'irascibilità ne sono un ingrediente) e l'intelligenza divina (così almeno non può non vederlo chiunque abbia avuto la fortuna di leggersi anche poche pagine dello Zibaldone). Non bastano due urli o due incazzature o una scoliosi posticcia per fare Giacomo Leopardi: certe espedienti servono solo, in maniera surrettizia, a farti grande con ciò che non ti appartiene.
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giovedì 31 luglio 2014
L'autodidatta - storia di una tradizione e reati accademici
Il povero autodidatta assetato di conoscenza
( ma sono rimasti solo i pensionati nelle biblioteche a ricopiare nei loro notebook interi brani su qualche personaggio storico amato - e forse non bisognerebbe chiamare autodidatti nemmeno questi, visto che ormai possono contare su quella paternalistica università della terza età) l'autodidatta di questo tipo non gode oggi di buona fama: non verrebbe invitato in televisione a parlare di Cartesio e non verrebbe minimamente "cagato" dagli addetti ai lavori, gli accademici, che lo sgamano subito, in genere dalla pronuncia “sbagliata” di una parola, di un
termine, ad esempio Walter Benjamin pronunciato all'inglese. Io
stesso, che pure non potrei dirmi autodidatta, nel senso che ho seguito
le lezioni anche di nomi che andavano e vanno per la maggiore, e non solo al
biennio di Fisica ma poi soprattutto
in seguito a Lettere, venni colto in flagranza di reato accademico un
giorno in
cui (ero ancora studente) dissi, chiacchierando sull’autobus col professore di
letteratura greca cristiana, Cibéle invece di Cìbele. “Anche lei!... ”, mi
disse amareggiato, “Anche lei dice Cibèle!”. Forse allora, a vent'anni, mi suonava meglio. A
rigore, secondo la pronuncia latina dovrebbe essere Cìbele, ammettendo la penultima breve. Ma la mia convinzione era e rimane ancorata al "buon senso", e sicuramente un "non autodidatta" e vanesio e snob come Cicerone, le parole greche che usava in latino le pronunciava alla greca, e tutte
le parole greche
che così venivano introdotte da altri colti o acculturati del tempo erano pronunciate secondo la pronuncia greca (nomi più comuni come Sòcrate, Demòstene, Aristòfane invece di Socràtes, Demostènes, Aristofànes come pronunciavano i greci, non posssono essere altro che frutto e retaggio di un uso di questi nomi al vocativo, che in greco ritirava l'accento, e in altri casi di un aritificio accademico fondato su ipotesi elaborate dalla tradizione grammaticale), così come oggi d'altronde (unica eccezione i francesi, che invece di dire
Freud alla tedesca, come fa il resto del mondo, dicono Fred) un italiano che usa una parola inglese la pronuncia all'inglese, al massimo con un forte accento locale, softe invece di soft - il che tra l'altro indica che l'italiano, nonostante tutto, resta intrappolato fonologicamente nelle maglie della baritonesi latina (fenomeno più accentuato a Roma, dove parole come bar, gas eccetera diventano bare, gasse eccetera), e anche ai tempi di Cesare sicuramente non dicevano tot ma totte: totte capita totte sentenzia, una bella zeta sorda e dura al post di un balbettato ti di sententia.
Eraclito (che tutti gli autodidatti pronunciano Eràclito) era autodidatta per orgoglio di nascita. Non ammette "il sapere" di nessuno al di fuori del proprio: spara a zero non solo contro i contemporanei e chi l’aveva preceduto ma anche contro i posteri. Omero, Senofane, Pitagora, Archiloco – per Archiloco anzi, che come lui era un feroce antidemocratico, prevedeva la verga: che venisse cacciato a suon di vergate dagli agoni poetici insieme al suo degno compare, Omero. Considerava se stesso la verità incarnata – non a caso amava, un po’ come Gesù, la compagnia dei bambini, che propose con sommo disprezzo dei suoi concittadini alla guida suprema dello Stato.
Altro grande autodidatta – a parte gli anni di apprendimento delle lingue classiche, ma sempre seguito da mediocri precettori domestici – fu Leopardi, e non solo per le difficoltà di viaggi e sposatmenti. Con una biblioteca come quella del padre poteva benissimo restarsene a casa, tutt’al più spostava di qualche metro il tavolinetto su cui studiava da un angolo all’altro della biblioteca, seguendo la luce del sole. Ma effettivamente sarebbe difficile immaginarsi un Leopardi che segue le lezioni di un accademico. Avrebbe usato anche lui la verga se fosse capitato in qualche università e avesse sentito un qualsiasi professore aprire semplicemente bocca: quella stessa verga che Ranieri gli vide in mano a Napoli, un giorno che si apprestava a uscire per andare a bastonare qualcuno, per sua stessa ammissione – può darsi il Tommaseo, il mediocre (o per lo meno mi piacerebbe pensare che pensarlo).
Autodidatta fu anche Bouffon: i parrucconi del suo tempo giustamente a'inchinarono al suo genio e lo nominarono membro dell'Accademia delle Scienze a soli ventisei anni.
Una cattiva conclusione, trovata in uno dei tanti forum dedicati alla cultura: la risposta di un forumer a un ragazzo che chiedeva se si può diventare filosofi da autodidatti:
"Chi inizia da autodidatta, ammesso che abbia imparato a leggere (essenziale) alcuni testi non certo semplici, rischia di diventare un erudito, che è il contrario di un filosofo e di ogni intellettuale che abbia compreso che cultura è elaborare, connettere, associare, discernere"
Il che concorderebbe con quanto Diogene Laerzio parlando di Eraclito:
πολυμαθίη νόον ἔχειν οὐ διδάσκει· Ἡσίοδον γὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτίς τε Ξενοφάνεά τε καὶ Ἑκαταῖον (ix, 1)
una vasta erudizione non insegna ad avere acutezza: se così fosse l'avrebbe insegnata a Esiodo a Pitagora a Senofane e a Ecateo.
Ma il sottinteso di quel forumer è che si comprende cos'è cultura - cioè elaborare, connettere eccetera - solo se si seguono le lezioni di qualcuno, anche se questo qualcuno è un mentecatto - e bastava forse dire a quel poveretto che se postava simili domande non sarebbe comunque diventato un filosofo.
E' curioso poi che proprio coloro che nelle università, a Filosofia, girano e rigirano come un pedalino e analizzano in tutte le salse il "conosci te stesso" che si leggeva sul tempio di Delfi, proprio costoro poi storcono il naso quando sentono parlare un autodidatta, magari anche intuitivo e geniale. Vorrebbero che sul quel tempio, invece di gnothi sauton, conosci te stesso, ci fosse stato scritto "conosci me stesso".
Altro grave reato accademico in cui incappai da studente fu in occasione della
seconda tesi, che dovetti scrivere in latino trattandosi di un’edizione critica, quando usai disgraziatamente hortor alla
forma attiva: hortavit invece di hortatus est; cosa che – mi pare di averlo
già ricordato in queste registrazioni - mandò su tutte le furie il correlatore, che oltretutto quel giorno era malato e s'era fatto sostituire. A essere onesti, l’avevo inserito di proposito, un pizzico di malizia, col puro gusto della
provocazione. Credo che avessi in mente
un uso tardo – quella forma si trova in certa tradizione di Petronio.
Eraclito (che tutti gli autodidatti pronunciano Eràclito) era autodidatta per orgoglio di nascita. Non ammette "il sapere" di nessuno al di fuori del proprio: spara a zero non solo contro i contemporanei e chi l’aveva preceduto ma anche contro i posteri. Omero, Senofane, Pitagora, Archiloco – per Archiloco anzi, che come lui era un feroce antidemocratico, prevedeva la verga: che venisse cacciato a suon di vergate dagli agoni poetici insieme al suo degno compare, Omero. Considerava se stesso la verità incarnata – non a caso amava, un po’ come Gesù, la compagnia dei bambini, che propose con sommo disprezzo dei suoi concittadini alla guida suprema dello Stato.
In tempi più
recenti, poderoso autodidatta, "atleta della cultura italiana", come lo chiamava
Contini, fu Benedetto Croce, che dopo aver seguito qualche lezione all’università
tolse il disturbo, lo tolse cioè a se stesso.
Altro grande autodidatta – a parte gli anni di apprendimento delle lingue classiche, ma sempre seguito da mediocri precettori domestici – fu Leopardi, e non solo per le difficoltà di viaggi e sposatmenti. Con una biblioteca come quella del padre poteva benissimo restarsene a casa, tutt’al più spostava di qualche metro il tavolinetto su cui studiava da un angolo all’altro della biblioteca, seguendo la luce del sole. Ma effettivamente sarebbe difficile immaginarsi un Leopardi che segue le lezioni di un accademico. Avrebbe usato anche lui la verga se fosse capitato in qualche università e avesse sentito un qualsiasi professore aprire semplicemente bocca: quella stessa verga che Ranieri gli vide in mano a Napoli, un giorno che si apprestava a uscire per andare a bastonare qualcuno, per sua stessa ammissione – può darsi il Tommaseo, il mediocre (o per lo meno mi piacerebbe pensare che pensarlo).
Autodidatta fu anche Bouffon: i parrucconi del suo tempo giustamente a'inchinarono al suo genio e lo nominarono membro dell'Accademia delle Scienze a soli ventisei anni.
Una cattiva conclusione, trovata in uno dei tanti forum dedicati alla cultura: la risposta di un forumer a un ragazzo che chiedeva se si può diventare filosofi da autodidatti:
"Chi inizia da autodidatta, ammesso che abbia imparato a leggere (essenziale) alcuni testi non certo semplici, rischia di diventare un erudito, che è il contrario di un filosofo e di ogni intellettuale che abbia compreso che cultura è elaborare, connettere, associare, discernere"
Il che concorderebbe con quanto Diogene Laerzio parlando di Eraclito:
πολυμαθίη νόον ἔχειν οὐ διδάσκει· Ἡσίοδον γὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτίς τε Ξενοφάνεά τε καὶ Ἑκαταῖον (ix, 1)
una vasta erudizione non insegna ad avere acutezza: se così fosse l'avrebbe insegnata a Esiodo a Pitagora a Senofane e a Ecateo.
Ma il sottinteso di quel forumer è che si comprende cos'è cultura - cioè elaborare, connettere eccetera - solo se si seguono le lezioni di qualcuno, anche se questo qualcuno è un mentecatto - e bastava forse dire a quel poveretto che se postava simili domande non sarebbe comunque diventato un filosofo.
E' curioso poi che proprio coloro che nelle università, a Filosofia, girano e rigirano come un pedalino e analizzano in tutte le salse il "conosci te stesso" che si leggeva sul tempio di Delfi, proprio costoro poi storcono il naso quando sentono parlare un autodidatta, magari anche intuitivo e geniale. Vorrebbero che sul quel tempio, invece di gnothi sauton, conosci te stesso, ci fosse stato scritto "conosci me stesso".
eccetera
giovedì 24 luglio 2014
Cacciari a caccia di Cacciari
Vi sono accademici, universitari, che si innalzano ben al di sopra della mediocrità dei loro colleghi ma che almeno agli inizi, o intorno agli inizi della loro carriera, e poi, di tanto in tanto, anche in seguito, sentono il bisogno (che non fa onore) di produrre lavori che posseggano i crismi (cioè i balsami) del "metodo", del metodo accademico, tali cioè da poter essere riconosciuti e accettati dai propri pari, che appunto, data la mediocrità che contraddistingue questi pari, non sarebbero per niente dei pari: sentono insomma, questi pochi grandi intellettuali vissuti all'ombra del mondo universitario (e che coniugano sempre precisione e sensibilità), il bisogno di essere giudicati da chi dovrebbero invece essere loro a giudicare ignorandoli. E mettono in atto, in alcune di queste loro opere, una potenza e tensione teoretica davvero ammirevoli - vedi per esempio il primo capitolo dell'antico Krisis di Cacciari, ma in generale tutto il saggio. Il quale però non è per niente opera filosofica - o lo sarebbe se fosse la parte che resta di un sistema (così come nel Cielo, Aristotele trova il tempo di passare criticamente in rassegna le posizioni dei filosofi che l'hanno preceduto o contemporanei). Eppure Massimo Cacciari è un filosofo: cioè un pensatore con la "p" maiuscola, e lo è non in questi primi o anche successivi lavori di critica ideologica, come Dell'Inizio, Della cosa ultima, che in fondo non sono altro che opere di storiografia filosofica (come lo possono essere il Sofista di Platone, i Physicorum placita di Teofrasto) ma lo è in alcuni suoi lavori di mezzo, nei quali la voce diventa finalmente magistrale: è la voce senza incertezze del maestro, ad esempio in quello che considero il suo libro più filosofico: Dallo Steinhof; quella voce del vero pensatore che a tratti si sente anche in Icone della legge:
La ricerca è l’esperienza continua della impossibilità della risposta – ovvero: che la risposta non-è-che-possibile. E come potrebbe darsi piena risposta, se un’essenziale, irriducibile dimenticanza fonda lo stesso domandare? (p. 91)
oppure in Geofilosofia dell'Europa, lì dove ad esempio discute della tolleranza nella tradizione umanistica del de pace fidei (dialogo tra religioni quale premessa della pace):
... non appena l’idea della tolleranza viene affrontata con la necessaria coerenza, essa non può che riuscire di nuovo in quella di armonia.
Una stessa voce che si ritrova a tratti anche in un lavoro apparentemente più esegetico, L'Angelo necessario, opere la cui impostazione è quella di un grande sapere e di una grande erudizione che si abbandonano all'imprevedibile rimaneggiamento e riattualizzazione suscitato di necessità dal loro conflitto con l'esperienza. Ciò che si chiama, se sostenuto da tensione analitica e sintetica, sapienza, e che si ritrova, spesso in forma di brevi aforismi (il frammento che torna caro ai romantici e a Leopardi, e che permette sempre e nuovamente di ricominciare ed eleudere la noia di produrre un lungo testo) in opere come la Gaia Scienza e Aurora di Nietzsche.
La ricerca è l’esperienza continua della impossibilità della risposta – ovvero: che la risposta non-è-che-possibile. E come potrebbe darsi piena risposta, se un’essenziale, irriducibile dimenticanza fonda lo stesso domandare? (p. 91)
oppure in Geofilosofia dell'Europa, lì dove ad esempio discute della tolleranza nella tradizione umanistica del de pace fidei (dialogo tra religioni quale premessa della pace):
... non appena l’idea della tolleranza viene affrontata con la necessaria coerenza, essa non può che riuscire di nuovo in quella di armonia.
Quali vie tentare,
allora? Possiamo forse pensare la pace al di fuori dell’idea di armonia e di
connessione? Ma proprio questo è il tentativo che, al fondo, è stato operato
dall’idea di tolleranza. Possiamo indebolire all’infinito quest’idea, senza per
ciò superare le sue aporie; anche se tolleranza per noi si riduce a vago
sentimento di affinità, a incerta, eclettica ‘simpatia’ col diverso, non è neppure concepibile il tollerare, se non nei
confronti di ciò che in nessun modo si ritiene espressione di verità. (p. 146).
Una stessa voce che si ritrova a tratti anche in un lavoro apparentemente più esegetico, L'Angelo necessario, opere la cui impostazione è quella di un grande sapere e di una grande erudizione che si abbandonano all'imprevedibile rimaneggiamento e riattualizzazione suscitato di necessità dal loro conflitto con l'esperienza. Ciò che si chiama, se sostenuto da tensione analitica e sintetica, sapienza, e che si ritrova, spesso in forma di brevi aforismi (il frammento che torna caro ai romantici e a Leopardi, e che permette sempre e nuovamente di ricominciare ed eleudere la noia di produrre un lungo testo) in opere come la Gaia Scienza e Aurora di Nietzsche.
giovedì 5 giugno 2014
il cane filosofo. dal cinismo alle monadi informatiche
Non credo possa esistere un animale più maschio e filosofo del cane
(anche e forse soprattutto quando è un esemplare femmina); e come ho già detto altrove, lo Zibaldone di pensieri
inizia non a caso con l’immagine di un cane che
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domenica 25 maggio 2014
scienza, capitale e l'illusione della felicità
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| Totò in La terra vista dalla luna |
Tra il sentimento della felicità e quello del dolore esiste
uno "spazio" che può essere inteso anche logicamente oltre che geograficamente e temporalmente. La scienza e la tecnologia (le due non sono in un rapporto consequenziale univoco, come sembra intendere chi pensa che vi può essere progresso tecnologico soltanto quando vi è progresso scientifico, e anzi sono state spesso proprio alcune scoperte tecnologiche "casuali", al di fuori si ogni elaborata riflessione scientifica, a correre in
aiuto alla scienza galileiana, quella macroscopica) la scienza e la tecnologia si illudono di eliminare
sempre più questo spazio geografico o logico tra dolore e felicità. E in parte per la verità ci
riescono. Ma la più grande illusione che la scienza e la tecnologia regalano all'umanità (oggi in misura più sensibile che in passato)
consiste in questa semplice convinzione:
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domenica 26 gennaio 2014
Leopardi i cani e gli uccelli
| cagnetto randagio (foto Lucignolobrescia - Wikipedia) |
L'antico cave canem sui cancelli delle ville (attenti al cane) è stato sostituito dal più allegro area videorvegliata. Il che rappresenta un progresso, almeno si lasciano in pace i cani.
E' curioso come si usi quasi sempre il singolare, raramente il plurale: attenti al cane, anche quando ce ne sono parecchi. La ragione, a mio avviso, è che è difficile per chi si arrischia nella proprietà privata duplicare o triplicare l'attenzione: l'attenzione è sempre biologicamente una, rivolta a qualcosa di specifico. Guardati da un cane per volta, secondo la tua natura. E' una forma di bontà del padrone. Ti viene incontro. Lo stesso per area videosorvegliata al posto di aree videosorvegliate.
Scrive Leopardi nello Zibaldone:
Il solo stato di quiete e d'inazione sì frequente e lungo nel selvaggio
(insopportabile al civile) è certamente un piacere, non vivo, ma atto e
sufficiente a riempiere una grande e forse massima parte della vita del
selvaggio. Vedesi ciò anche negli altri animali. Vedesi (tra i domestici, e più
a portata della nostra osservazione) nei cani, che se non sono turbati o
forzati a muoversi, passano volentierissimo le ore intiere, sdraiati con gran
placidezza e serenità di atti e di viso, sulle loro zampe. (Zib. 4180-81,
1826)
E scrive ancora nello Zibaldone:
Anche gli uomini sono, la più parte, come le bestie, che a non far nulla
non si annoiano; come i cani, i quali ho ammirati e invidiati più volte,
vedendoli passar le ore sdraiati, con un occhio sereno e tranquillo, che
annunzia l'assenza della noia non meno che dei desiderii. (Zib. 4306, 1828)
Esclusa la possibilità per l'uomo di imitare gli uccelli in volo e nel canto (sogno di Amelio filosofo nell'operetta morale di Leopardi) non resta che osservarli quando si muovono su un prato, quando saltellano, oscillano lenti, curiosi del mondo che li circonda. Li si può imitare soltando camminando placidamente, con le braccia dietro la schiena.
venerdì 17 gennaio 2014
L’infinito di Leopardi e il “caro” egoismo degli antichi
Al mio amico F.D.
Sempre caro mi fu
quest’ermo colle. Se Leopardi avesse scritto L’infinito in forma di canto amebeo, secondo la
tecnica dei poeti bucolici, di botta e risposta tra due pastori, avrebbe forse aggiunto
- se si considera la giocosa ironia che pervade tutta la sua opera – uno
spiritoso chiarimento,
mercoledì 14 agosto 2013
Eurialo e Niso: omosessualità in Plutarco, Virgilio e Leopardi
![]() |
| J.B. Roman, Eurialo e Niso (Louvre) - foto Jastrow - Wikipedia |
τὴν μὲν πρὸς ἄρρεν´ ἄρρενος ὁμιλίαν, μᾶλλον δ´ ἀκρασίαν καὶ ἐπιπήδησιν, εἴποι τις ἂν ἐννοήσας
Traduco quasi letteralmente questo passo che si trova verso la fine dell’Amatorius, o Erotikós, il dialogo sull'amore che Plutarco scrisse agli inizi dell’era cristiana e di cui ho già accennato altrove:
del rapporto
sessuale di un maschio con un altro maschio,
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mercoledì 7 agosto 2013
Amor proprio, antidoto e letteratura
"… perché il sacrifizio precisamente per altrui non è
possibile all’uomo …" Così Leopardi nello Zibaldone (67) a conclusione di un
pensiero attorno all’amor di patria e a tutte le cose giuste e anche alle sciocchezze
scritte prima di lui su questo argomento. In altri termini, nota Leopardi,
l’amor di patria non sarebbe che una forma mascherata
mercoledì 24 aprile 2013
Le risate di Giacomino Leopardi
C’è
in greco antico delle frasi che hanno, come in questa mia frase, il verbo al singolare
e il soggetto al plurale. E succede non solo coi nomi neutri, che
sarebbe d’obbligo, ma anche coi nomi maschili e con quelli femminili. È anche vero che
si tratta di casi rari, e che a questa costruzione piuttosto allegra si dà un nome particolare e altisonante: schema pindarico, sicuramente per il fatto che Pindaro, il poeta dei
vincitori delle Olimpiadi, ne fa a malapena uso. Curiosamente, il contrario non
funzionerebbe, nemmeno in italiano: difficile poter dire: ci sono una frase, anche se poi, omnibus non perpensis, cioè al di fuori di ogni dramma, quale sarebbe il dramma? Eppure internet è pieno di forum dove fioccano una dietro l'altra domande preoccupatissime su come si debba scrivere una certa parola: se è meglio
usare coscia o cosca, o quale sia il vero
plurale: se cacce o caccie o cacche,
quale la vera e giusta preposizione: se indulgere
a o indulgere in. E piovono
risposte di tutti i tipi: si inizia in genere col citare il Treccani e si finisce nel patatrac del Treggatti - e ogni tanto, anche se non così raramente, nel superpatatrec del Tommaseo,
dizionario che tuttavia amava Sciascia (come fonte di citazioni).
Leopardi, che venne ostacolato in tutti i modi da una banda anzi da una gang non di scrittori ma di letterati, di eccelsi mediocri, i quali in effetti gli tolsero in vita quella fama a cui aspirava (e in questa gang di mediocri senza talento c’era anche il Tommaseo) dettava un giorno al suo amico Ranieri - il quale scriveva di malavoglia viste le volgarità a cui Leopardi si stava abbandonando - che "Monti usava d'esclamare in un significato singolarissimo: oggi mi dolgono i tommasei"; inizio di un capolavoro perduto perché immediatamente Ranieri, come lui stesso racconta, si alzò e disse: "Leopardi, tu sai s'io sono devoto a te e alla tua gloria, ma ti prego di non continuare ". E lo invitò anzi a distruggere quanto aveva fino a quel momento dettato. Cosa a cui Leopardi, che era un angelo, acconsentì di buon grado. Il che è anche una conferma della sua natura giocosa e solare, tutt'altro che morbosamente cupa o depressa, come tanto a vanvera si racconta nel mondo. Lo Zibaldone infatti, bibbia filosofico-linguistica, è un monumentale inno al sole dell’intelligenza. E non a caso Giacomino, grande amante di gelati e sorbetti, se ne andò tranquillamente a morire a Napoli, quando lo Zibaldone, tra l'altro, l'aveva già chiuso da un pezzo, perché aveva già detto tutto quello che aveva da dire. Pare che le ultime parole dette a Ranieri, prima di spirare, siano state: io non ti veggo più!
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