Il giornalismo di oggi come quello di ieri - diciamo i grossi giornali dietro i quali si nascondono i grossi gruppi finanziari - non ha come oggetto né la libertà né la verità, nemmeno in una concezione della libertà o della verità in senso classico, dal momento che un giornale si definisce in base al suo valore di oggetto effimero, ossia che ha la durata di un giorno.
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sabato 10 gennaio 2015
mercoledì 17 dicembre 2014
la guerra tra rane e topi: editori contro scrittori ministeriali
Così alla fine editori e scrittori ministeriali (professori universitari) sono venuti ai ferri corti (tutto un didascalico e noioso articolo su Repubblica): i secondi accusano i primi di seguire unicamente il mercato, i primi accusano i secondi di produrre testi soltanto in vista dei concorsi - cioè saggi che nessuno leggerà e che non leggono nemmeno le commissioni d'esame (a parte andarsi a spulciare l'indice per vedere se il pavone di turno è stato citato) perché il vincitore di un determinato posto - lo sanno cani e porci - è già stato deciso secondo il sistema interno del baronaggio . E ci sarebbe da chiedere agli editori che lanciano adesso accuse al mondo accademico, in quale mondo hanno vissuto fino a ieri e dove si trovavano quando pubblicavano robaccia indigeribile che i dipartimenti universitari consegnavano direttamente alle redazioni (Mulino, Laterza eccetera). Gli scrittori ministeriali, i "professori" (quelli che vengono pagati dal Ministero) sono in questo genere di affari più puri, più prossimi alla semplicità delle cose: in effetti hanno sempre rigettato il mercato: hanno fin dall'inzio seguito il sistema che precedeva il mercato prima dell'invenzione del denaro: il sistema di scambio: tu fai vincere oggi il mio allievo, io faccio vincere domani il tuo. A non voler poi aprire una parentesi su quegli scrittori universitari (e sono una legione) che non hanno mai saputo tenere a freno la verga, che favoriscono o hanno favorito in passato non gli allievi ma le "allieve", il cui svergognato capobanda nel settore umanistico è stato fino a qualche anno fa un personaggio della "sinistra" che non conta nemmeno nominare, talmente dovrebbe essere noto a tutti. Su questo ho già scritto e riscritto a iosa
domenica 14 dicembre 2014
l'ironia e la mafia di Roma. Potentati economici a teatro
Non si riesce a capire in cosa consista l'ironia di un comico che prendendo spunto dagli scandali della "mafia romana" modifica una vecchia canzone - la società dei magnaccioni - e fa impazzire la rete. Ma i siti dei giornali titolano ancora e nuovamente: "si scatena l'ironia del web".
Credo di averlo già scritto: una società (lettori e produttori di babettii) che vuole fare della parola il centro della sua professione o dei suoi interessi e non conosce il senso più elementare dei termini di cui si serve è una società che dovrebbe quanto meno andare a ripulirsi. Qui oltretutto non è nemmeno beffa, perché i mafiosi se ne fregano della tua chitarra di libero cantore: qui è soltanto il tuo meschino amor proprio che non sa tenersi distante, non sa prendere le distanze (questa sarebbe ironia) da una situazione piuttosto squallida e penosa per alcuni (i contribuenti). Quello che conta è che i giornali facciano il tuo nome, proiettino la tua bella trovata: te ne frega assai che questi papponi abbiano pappato.
Così, quello che diceva Pasolini un po' prima di morire (contenuto in un messaggio postumo, purtroppo ai radicali): "siate sempre irriconoscibili" (il senso era che il potere contro il quale lotti, scrivi, canti si approria di te e del tuo impegno) è esattamente quello che non interessa a questo Dado, a questo ultimo comico "impegnato": il cui lavoro viene megafonizzato proprio dai quei grossi siti (Messaggero, Repubblica, Corriere) che con tali trovate riescono a pompare l'utenza e a portare ancora più acqua al serbatoio degli introiti (il Messaggero appartiene ai potenti Caltagirone, i noti ex palazzinari romani e oggi tra gli uomini più ricchi del pianeta) . Ecco la vera ironia sarebbe questa: che non solo non fai nessuna ironia, ma finsici per fare il gioco della parte che ha molti più soldi e interessi e ramificazioni economiche di coloro che attacchi. E sulla quale l'ironia del web difficilmente si scatena, perché è proprio questa parte a determinare ciò che è ironico e ciò che non lo è. E che comunque - a giudicare dall'ignoranza crassa della lingua - non lo sarebbe in nessun caso.
Credo di averlo già scritto: una società (lettori e produttori di babettii) che vuole fare della parola il centro della sua professione o dei suoi interessi e non conosce il senso più elementare dei termini di cui si serve è una società che dovrebbe quanto meno andare a ripulirsi. Qui oltretutto non è nemmeno beffa, perché i mafiosi se ne fregano della tua chitarra di libero cantore: qui è soltanto il tuo meschino amor proprio che non sa tenersi distante, non sa prendere le distanze (questa sarebbe ironia) da una situazione piuttosto squallida e penosa per alcuni (i contribuenti). Quello che conta è che i giornali facciano il tuo nome, proiettino la tua bella trovata: te ne frega assai che questi papponi abbiano pappato.
Così, quello che diceva Pasolini un po' prima di morire (contenuto in un messaggio postumo, purtroppo ai radicali): "siate sempre irriconoscibili" (il senso era che il potere contro il quale lotti, scrivi, canti si approria di te e del tuo impegno) è esattamente quello che non interessa a questo Dado, a questo ultimo comico "impegnato": il cui lavoro viene megafonizzato proprio dai quei grossi siti (Messaggero, Repubblica, Corriere) che con tali trovate riescono a pompare l'utenza e a portare ancora più acqua al serbatoio degli introiti (il Messaggero appartiene ai potenti Caltagirone, i noti ex palazzinari romani e oggi tra gli uomini più ricchi del pianeta) . Ecco la vera ironia sarebbe questa: che non solo non fai nessuna ironia, ma finsici per fare il gioco della parte che ha molti più soldi e interessi e ramificazioni economiche di coloro che attacchi. E sulla quale l'ironia del web difficilmente si scatena, perché è proprio questa parte a determinare ciò che è ironico e ciò che non lo è. E che comunque - a giudicare dall'ignoranza crassa della lingua - non lo sarebbe in nessun caso.
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domenica 29 giugno 2014
Lo spettacolo della scempiaggine e gli assegni profumati della stampa
Due idiozie una più grossa dell’altra ancora in un titolo del
giornale citato nel post precedente:
“NASTRI D’ARGENTO, TRIONFA PAOLO VIRZI’, MA TANTO SPAZIO AI
GIOVANI TALENTI”.
Lasciando da parte chi sia questo Paolo Virzì, e se non lo
so io vuol dire che conta come l’asso di picche, la prima idiozia consiste
in questo, che si parla di talenti
quando invece non se ne vede neppure mezzo all'orizzonte; la seconda, che si dia un’età
al talento, seguendo in questo la
moda adottata ormai da tutti i parolai di questo paese e non solo. Se così fosse, bisognerebbe chiamare Leonardo, al termine della sua vita, un vecchio
talento. Con il che, con questo giornale della pseudo sinistra ho finito. D’altra
parte, un giornale il cui livello culturale è talmente alto che chiama ironia
delle freddurine, anzi delle fritturine per immagini (uno
spirito di patata che me li fa scendere fino ai ginocchi), in uno spazio del
sito nel quale mostra le foto del cannibale
dei mondiali in veste di Dracula e titola appunto L’ironia di Twitter, vuol dire che ha il pubblico che va a cercarsi. Dominus vobiscum! et cum spiritu tuo! Amen.
Il caso Yara. Dove sei grande Sciascia?
Il delirio dei giornali italiani, lontani ormai da ogni più elementare logica,
pure quella che regge il delirio. Si legge su Repubblica, sul caso Yara:
“Proprio nei cantieri frequentati da Bossetti, si viene a
sapere, sono andati spesso i funzionari incaricati delle indagini. ‘Non
possiamo dire niente, ci hanno detto di non parlare, comunque - dice un collega
di Bossetti –‘ siamo stati interrogati sulle assenze di Massimo dal cantiere’...
". Chiede l'anonimato, è un lavoratore nella cantieristica, d i c e e n o n d i c e, m a q u e l l o c h e d i c e a p- p a r e
m o l t o i m p o r t a n t e: "Qualche volta Bossetti ci diceva che aveva da fare
e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi
l'aveva soprannominato i l c a c i a b a - l e, o qualche cosa del genere".
Caciabale, o cacciabballe: a Roma si direbbe cazzarone. E gia non si capisce cosa c'entri questo essere cacciabballe con
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