Sarebbe difficile dare un senso alle oscene eiaculazioni sinaptiche di tanti esperti e "conoscitori" del mondo antico se non ci si vedesse quella tipica tendenza all'idiozia da cui è affetto da sempre il mondo accademico. L'entusiasmo senza riserve per questo o quest'altro autore a cui si attribusice "profondità" di pensiero è una manifestazione di una idiosincrasia al contrario, di una immoderata simpatia, non potrà mai contare su ragioni obbiettive, non è altro che conseguenza di infatuazioni pseudoideologiche. Leggere e rileggere autori greci e latini va bene finché non ci si dimentica che erano epoche (e autori) che fondavano il loro benessere su un feroce sfruttamento della manodopera schiavistica. Platone o Aristotele, Demostene o Cicerone, Catullo, Cesare, Lisia o Isocrate, Antifonte, Erodoto, Senofonte, Sallustio, Tucidite o Tacito, Pindaro, Alceo, Anacreonte e chi più ne ha ne metta non provavno nessunissima vergogna a utilizzare la parola schiavo, a maneggiare, accettando lo stato di cose, la nozione di non libero. Non se ne salva nessuno. Il Cattolicesimo trae forza unica da Platone e Aristoetle (a entrambi nella storia del pensiero, pone fine soltanto Cartesio), ancora nei Dialoghi e nelle Lettere di Gregorio Magno, che scrive in veste di pontefice, si potrebbero citare decine di riferimenti al patrimonio della Chiesa, al "va bene così", alla sua accettazione di una struttura agraria che si regge sullo stesso tipo di sfruttamento che li aveva preceduti nel mondo pagano. L'ipocrita Agostino non la passa liscia quando in una lettera a Alipio di Tagaste (appartiene all'ultimo periodo) pare soltanto scagliarsi contro i mangones (mercanti di schiavi), in realtà riproponendo da cima a fondo il sistema libero/schiavo:
Nam vix pauci reperiuntur a parentibus venditi quos tamen non ut leges
Romanae sinunt ad operas viginti quinque annorum emunt isti, sed .... (CSEL, 10)
Se ne trovano pochissimi che siano stati venduti (legalmente) dai genitori e che (i mangones) comprano per farli lavorare non venticinque anni, come richiedono le leggi romane ma ...
Basterebbe questo "scambio privato" tra un futuro santo e un vescovo a far apparire la malafede pure in tutte le altre cose che ha scritto (altro che Confessioni), non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere se l'idea è di farne apologia.
Ciò che rese grande la Grecia e grande Roma,e poi il Cattolicesimo, non fu altro che lo stesso meccanismo (più evidente perché più vicino) che ha reso grande la scorreggiante America bianca o che rese ricco lo scorreggiante Sudafrica bianco all'epoca dell'Apartheid. Non c'è semplicemente nessuna ragione "umanistica", di superiorità dell'uomo sulla bestia, nessuna ragione di andare fieri del pensiero antico, di visitare Atene e commuoversi sull'Acropoli perché è lì che si sentono le origini del pensiero occidentale, o andare a Delfi a respirare il soffio magnetico di Apollo, o sedersi su un pezzo di tufo al Foro a Roma e piangere di commozione dentro una confezione di kleenex, così come non c'è nessuna ragione di andare fieri del "pensiero" moderno o contemporaneo, che fonda la sua libertà parolaia sui milioni di morti sul lavoro che si registrano ogni anno in tutto il mondo (circa due milioni, comprese le morti per malattie professionali). Parlare dei quali oltre un certo limite non attirerebbe audience.
L'unico grande evento memorabile nell'antichità fu la rivolta di Spartaco, un gruppo di schiavi che anelarono alla libertà. A parte questo, non successe niente.
Visualizzazione post con etichetta giornali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta giornali. Mostra tutti i post
sabato 19 marzo 2016
mercoledì 28 gennaio 2015
la blogger cristiana e l'ipocrisia. il burqa mancato
Una blogger cristiana (mi pare di aver capito che vive in America) ha "dichiarato", a un mondo in spasmodica attesa delle sue perle di saggezza, che non indosserà mai più i leggins ... Farebbero venire cattivi pensieri agli uomini. Ha chiesto consiglio al marito, che la "ama" e la "rispetta", e il marito le ha confermato che
martedì 20 gennaio 2015
gli efebi massacrati a Mosul
Un regime che uccide i propri figli è un regime suicida, la cosa parla da sé.
E' sempre meglio leggere queste notizie in una lingua che più di altre ti fa pensare nel modo giusto (che sarebbe un pleonasmo) che ti fa pensare e basta. Così la notizia dei
E' sempre meglio leggere queste notizie in una lingua che più di altre ti fa pensare nel modo giusto (che sarebbe un pleonasmo) che ti fa pensare e basta. Così la notizia dei
Charlie Hebdo e le false Cassandre
Titola Spiegel on line:
Islam, Rechtsextreme, die Krise Frankreichs: Bei seinem ersten großen öffentlichen Auftritt nach den Terroranschlägen in Paris ist Michel Houellebecq als Weltendeuter gefragt - doch er zündet sich lieber eine an.
Ecco chi sono considerati gli interpreti del mondo (Weltendeuter). Ma non dal mondo, dalla stampa. Con questi presupposti, con una stampa mondiale completamente ubriaca, che il mondo si avvii verso un'immane catastrofe nucleare non ci sono mi sembra molti dubbi. Che poi questo Michel Houllenbecq faccia la sua prima apparizione soltanto in Germania dopo i fatti di Parigi, e che richiesto coralmente di dare la sua v isione del mondo, dell'estrema destra in Europa, la crisi francese eccetera, preferisca accendersi una sigaretta, un sorriso altrettanto ebbro quanto quello della stampa che lo interroga, una disgustosa ostentazione di falsa modestia, la dice lunga sulla sua buona fede: il voler comunque apparire da qualche parte invece di nascondersi definitivamente sotto un mattone. L'avere infine "scritto" un libro sensazionalistico, pseudo fantastorico (perché la fantastoria ha invece i suoi buoni scrittori) senza nemmeno prevedere quello che sarebbe successo a breve termine, la dice lunga sulla sua intelligenza, e quindi sulla sua capacità di "interprete del mondo".
In un certo senso è l'opposto di Cassandra. Come interprete toppa, ma viene creduto.
Islam, Rechtsextreme, die Krise Frankreichs: Bei seinem ersten großen öffentlichen Auftritt nach den Terroranschlägen in Paris ist Michel Houellebecq als Weltendeuter gefragt - doch er zündet sich lieber eine an.
Ecco chi sono considerati gli interpreti del mondo (Weltendeuter). Ma non dal mondo, dalla stampa. Con questi presupposti, con una stampa mondiale completamente ubriaca, che il mondo si avvii verso un'immane catastrofe nucleare non ci sono mi sembra molti dubbi. Che poi questo Michel Houllenbecq faccia la sua prima apparizione soltanto in Germania dopo i fatti di Parigi, e che richiesto coralmente di dare la sua v isione del mondo, dell'estrema destra in Europa, la crisi francese eccetera, preferisca accendersi una sigaretta, un sorriso altrettanto ebbro quanto quello della stampa che lo interroga, una disgustosa ostentazione di falsa modestia, la dice lunga sulla sua buona fede: il voler comunque apparire da qualche parte invece di nascondersi definitivamente sotto un mattone. L'avere infine "scritto" un libro sensazionalistico, pseudo fantastorico (perché la fantastoria ha invece i suoi buoni scrittori) senza nemmeno prevedere quello che sarebbe successo a breve termine, la dice lunga sulla sua intelligenza, e quindi sulla sua capacità di "interprete del mondo".
In un certo senso è l'opposto di Cassandra. Come interprete toppa, ma viene creduto.
Etichette:
Charlie Hebdo,
destra,
fantastoria,
giornali,
giornalismo,
giornalisti,
Houllenbecq,
interprete,
stampa,
Welanschaung,
Weltendeuter,
xenofobia
martedì 13 gennaio 2015
sui fiumi di Babilonia i microbi della terra
על נהרות בבל שם ישבנו גם־בכינו בזכרנו את־ציון׃
Sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion.
Così hanno fatto i "grandi" della Terra, come li chiamano i giornali provinciali italiani (Corriere e Repubblica - Huffington Post Italia, sottomarca del liberalismo pseudo libertario, non è nemmeno da prendere in considerazione, se non come possibilità di ottenere una credit card prepagata). Così hanno fatto invece i piccoli della terra, rappresentati giustamente da gnomi in tailleur e giacca e cravatta, sulle ceneri di Charlie Hebdo: hanno sicuramente intonato l'inizio del Cantico di Sion, del più famoso dei salmi delle lamentazioni.
Ci sarebbe da dire che il testo l'ebraico non ha "e", come ho tradotto, ma "anche" (גם - gam). E' in posizione estremamente ambigua - estremamente perché è agli estremi di due proposizioni correlate: un nesso, sembrerebbe, paratattico ("questo e questo": sedevamo e piangevamo). Ma potrebbe riferirsi a quanto precede: sedevamo anche, cioè: anche sui fiumi di Babilonia sedevamo (dopo esserci seduti altrove). Oppure a quanto segue: piangevamo anche (oltre a essere seduti, piangevamo), e potrebbe addirittura indicare enfasi, come in alcuni suoi usi nel Vecchio Testamento, a introdurre un climax, un crescendo, uno stracciarsi le vesti, uno strapparsi i capelli, un graffiarsi e rigarsi i volti: sui fiumi di Babilonia sedevamo, sì (proprio così): piangevamo eccetera"
Tutti sensi che si adattano benissimo alla congrega di pidocchi della terra che si sono riuniti a Parigi
(ad esempio: e piangevamo anche, mentre rispondevamo al cellualre; oppure piangevamo anche mentre peteggiavamo in silenzio; oppure: piangevamo anche mentre speravamo, noi amebe, di essere visti dal mondo eccetera; oppure nel primo caso: anche lì sedevamo, dopo esserci seduti a tutte le inutili tristi celebrazioni e messe di suffragio.
Grazie al cielo l'orazione di Pericle per i caduti della guerra archidamica è andata perduta: doveva essere di una noia mortale a giudicare dalla ricostruzione di Tucidide: roboantica celebrazione della sua testa a forma di ogiva (per quanto Pericle fosse un gigante in confronto a queste caccole).
Sui fiumi di Babilonia sedevamo e piangevamo al ricordo di Sion.
Così hanno fatto i "grandi" della Terra, come li chiamano i giornali provinciali italiani (Corriere e Repubblica - Huffington Post Italia, sottomarca del liberalismo pseudo libertario, non è nemmeno da prendere in considerazione, se non come possibilità di ottenere una credit card prepagata). Così hanno fatto invece i piccoli della terra, rappresentati giustamente da gnomi in tailleur e giacca e cravatta, sulle ceneri di Charlie Hebdo: hanno sicuramente intonato l'inizio del Cantico di Sion, del più famoso dei salmi delle lamentazioni.
Ci sarebbe da dire che il testo l'ebraico non ha "e", come ho tradotto, ma "anche" (גם - gam). E' in posizione estremamente ambigua - estremamente perché è agli estremi di due proposizioni correlate: un nesso, sembrerebbe, paratattico ("questo e questo": sedevamo e piangevamo). Ma potrebbe riferirsi a quanto precede: sedevamo anche, cioè: anche sui fiumi di Babilonia sedevamo (dopo esserci seduti altrove). Oppure a quanto segue: piangevamo anche (oltre a essere seduti, piangevamo), e potrebbe addirittura indicare enfasi, come in alcuni suoi usi nel Vecchio Testamento, a introdurre un climax, un crescendo, uno stracciarsi le vesti, uno strapparsi i capelli, un graffiarsi e rigarsi i volti: sui fiumi di Babilonia sedevamo, sì (proprio così): piangevamo eccetera"
Tutti sensi che si adattano benissimo alla congrega di pidocchi della terra che si sono riuniti a Parigi
(ad esempio: e piangevamo anche, mentre rispondevamo al cellualre; oppure piangevamo anche mentre peteggiavamo in silenzio; oppure: piangevamo anche mentre speravamo, noi amebe, di essere visti dal mondo eccetera; oppure nel primo caso: anche lì sedevamo, dopo esserci seduti a tutte le inutili tristi celebrazioni e messe di suffragio.
Grazie al cielo l'orazione di Pericle per i caduti della guerra archidamica è andata perduta: doveva essere di una noia mortale a giudicare dalla ricostruzione di Tucidide: roboantica celebrazione della sua testa a forma di ogiva (per quanto Pericle fosse un gigante in confronto a queste caccole).
Etichette:
Babilonia,
Cantico di Sion,
Charlie Hebdo,
climax,
ebraico,
enfasi,
giornali,
Guerra del Peloponneso,
microbo,
noia,
orazione,
orazione funebre,
paratassi,
Pericle,
pidocchio,
retorica,
salmi,
traduzione,
Tucidide
giovedì 8 gennaio 2015
Matite in aria distintivo per terra
Tutti alzano le matite in segno di cordoglio, di lutto, per il folle massacro all'interno del settimanale satirico francese. Il problema è che sono stati uccisi anche due poliziotti, ma nessuno alza, che so, la riproduzione di un distintivo di polizia, e nessuno dice: "siamo tutti Ahmed" (il poliziotto freddato sul marciapiede). Ma è sempre così, la manovalenza resta manovalanza.
La stessa cosa quando uccisero Falcone e Borsellino. Sì, si è parlato degli uomini della scorta, ma l'eroe è sempre colui che "pensa". La manovalazna, si sa, è manovalanza, inoltre i poliziotti usano poco la matita.
In molti siti hanno mostrato alcune delle vignette sull'Islam pubblicate da Charlie Hebdo. Una in particolare, su Maometto, era di una provocazione (più che irriverenza) sconcertante: non oso nemmeno descriverla, ma si parla, a proposito del Corano, di escrementi (che si accetti o meno il gioco sul termine che i francesi usano anche in senso figurato, la stessa cosa che fanno gli inglesi e i tedeschi); e almeno in questo caso si è giocato però in maniera altrettanto folle, con un mondo, quello integralista, che non ha mai ragionato, che non ha mai voluto sentire ragioni, e che è accecato da un ideologia di morte più che dai comandamenti di Dio e del Corano. E non oso neanche immaginare la reazione dei cattolici (e non solo integralisti) se il crocifisso in una vignetta venisse paragonato a qualcosa di simile. Da noi non si sarebbero usate le armi, ma il matto lo trovi sempre. Così, quanto affermato da un columnist del Finacial Times (comportamento stupido) non credo sia tanto campato in aria. Salvo che lo chiamerei comportamento leggero suggerito da un'idea molto particolare della libertà di espressione: un sentimento di onnipotenza, cosa tipica di tutto il giornalismo.
La stessa cosa quando uccisero Falcone e Borsellino. Sì, si è parlato degli uomini della scorta, ma l'eroe è sempre colui che "pensa". La manovalazna, si sa, è manovalanza, inoltre i poliziotti usano poco la matita.
In molti siti hanno mostrato alcune delle vignette sull'Islam pubblicate da Charlie Hebdo. Una in particolare, su Maometto, era di una provocazione (più che irriverenza) sconcertante: non oso nemmeno descriverla, ma si parla, a proposito del Corano, di escrementi (che si accetti o meno il gioco sul termine che i francesi usano anche in senso figurato, la stessa cosa che fanno gli inglesi e i tedeschi); e almeno in questo caso si è giocato però in maniera altrettanto folle, con un mondo, quello integralista, che non ha mai ragionato, che non ha mai voluto sentire ragioni, e che è accecato da un ideologia di morte più che dai comandamenti di Dio e del Corano. E non oso neanche immaginare la reazione dei cattolici (e non solo integralisti) se il crocifisso in una vignetta venisse paragonato a qualcosa di simile. Da noi non si sarebbero usate le armi, ma il matto lo trovi sempre. Così, quanto affermato da un columnist del Finacial Times (comportamento stupido) non credo sia tanto campato in aria. Salvo che lo chiamerei comportamento leggero suggerito da un'idea molto particolare della libertà di espressione: un sentimento di onnipotenza, cosa tipica di tutto il giornalismo.
Etichette:
Borsellino,
Charlie Hebdo,
Cristianesimo,
Falcone,
follia,
francesi,
giornali,
giornalisti,
integralismo,
Islam,
leggerezza onnipotenza,
Maometto,
satira,
stupidità
venerdì 19 dicembre 2014
ancora sul processo indiziario. l'aspirina nel reggicalze
La formula del libero convincimento del giudice (la conviction intime dei sedicenti "rivoluzionari" francesi) è un'aberrazione di qualsiasi codice penale o civile che la contenga. Il giudice, in quanto uomo (o donna), e nonostante le motivazioni che dovrà addurre, può sbagliare o può essere influenzato dal denaro e anche dalla propria stupidità o prevenzione o antipatia dell'imputato (vedi quanto dice a proposito in un'intervista il meraviglioso giudice Michele Morello, consigliere al processo Tortora in appello ). I tre gradi di giudizo previsti dalla Costituzione sono un'ulteriore aberrazione conseguente all'aberrazione inziale: una cosa altamente sciamannata, un po' come una donna che sostituisce il bottone del reggicalze con un'aspirina. Nel frattempo, in attesa che si riuniscano in pompa magna gli impellicciati dagli stipendi d'oro, gli uomini e donne in ermellino, l'innocente, già condannato in primo o secondo grado, è stato esposto alla gogna disgustosa delle decisioni fasulle dei precedenti colleghi che hanno "giudicato" e della stampa e televisione oscena. Paradossalmente, la prova legale, che valeva prima dell'introduzione di questa aberrazione del libero convincimento, con tutti i suoi formalismi era l'unica strada da percorrere e da migliorare. In altri termini, una persona dovrebbe potersi condannare soltanto sulla base di prove assolutamente certe e il cui standard di certezza non può essere stabilito dal giudice, che dovrà semplicemente scendere dal piedistallo dell'onnipotenza nel quale si sente messo da Dio e limitarsi ad apporre un timbro a una sentenza già scritta da prove reali. In dubio quindi sempre ed esclusivamente pro reo (altra formula che paradossalmente - in quanto ci convive - contraddice la giustezza della formula del libero convincimento e della prova indiziaria.
Il processo indizario è d'altronde fondato su una logica unitaria che ha sempre lasciato il tempo dove l'ha trovato - si possono facilmente immaginare milioni di casi di persone condannate sulla base di moventi che erano l'opposto di quelli reali o anche immaginati, quando l'imputato non ha commesso un bel niente. Ad esempio un uomo odia la moglie perché l'ha tradito (chiamiamo questa moglie Badilia, come in un episodio di Creep Show firmato da Romero). Badilia scivola su una macchia d'olio in cucina mentre ha in mano un coltello con cui sta trinciando la carne, col marito che aspetta e urla e scalpita nel soggiorno con la forchetta in mano (Badilia, I want my meat! I want it! - nello short di Romero in realtà Badilia è la figlia, chi urla è il padre padrone, che vuole la sua torta, e Badilia alla fine lo ammazza). Nel frattempo Badilia sta morendo o è già morta in cucina, caduta sul coltello che stava usando. Al processo il movente sarà la gelosia mentre è possibile che il marito avesse previsto di ucciderla ma non con un coltello, magari avvelenandola. Il movente qui semplicemente non esiste, perché non esiste il reato. Vai a spiegare al libero convincimento del giudice che Badilia è morta perché sentendosi agitata, incazzata col marito che le urlava da un'altra stanza ha finito per perdere la cognizione dello spazio e delle cose.
Allo stesso modo, prendere come prove consistenti le impronte lasciate sul lavandino del bagno dal fidanzato della vittima, o il dna sul reggiseno dell'amante, sono aberrazioni della "ragione" che discendono direttamente dall'introduzione di questa infamia del libero convincimento del giudice: anche quando si accumulano più "prove" di questo tipo nello stesso processo, perché zero più zero fa sempre zero (come diceva un famoso avvocato in un celebre processo fondato unicamente sul credo di una banda di pentiti, che s'erano messi d'accordo per alleviare le pene del carcere - ai giudici che così condannarono pure Lisia avrebbe fatto un baffo).
Il processo indizario è d'altronde fondato su una logica unitaria che ha sempre lasciato il tempo dove l'ha trovato - si possono facilmente immaginare milioni di casi di persone condannate sulla base di moventi che erano l'opposto di quelli reali o anche immaginati, quando l'imputato non ha commesso un bel niente. Ad esempio un uomo odia la moglie perché l'ha tradito (chiamiamo questa moglie Badilia, come in un episodio di Creep Show firmato da Romero). Badilia scivola su una macchia d'olio in cucina mentre ha in mano un coltello con cui sta trinciando la carne, col marito che aspetta e urla e scalpita nel soggiorno con la forchetta in mano (Badilia, I want my meat! I want it! - nello short di Romero in realtà Badilia è la figlia, chi urla è il padre padrone, che vuole la sua torta, e Badilia alla fine lo ammazza). Nel frattempo Badilia sta morendo o è già morta in cucina, caduta sul coltello che stava usando. Al processo il movente sarà la gelosia mentre è possibile che il marito avesse previsto di ucciderla ma non con un coltello, magari avvelenandola. Il movente qui semplicemente non esiste, perché non esiste il reato. Vai a spiegare al libero convincimento del giudice che Badilia è morta perché sentendosi agitata, incazzata col marito che le urlava da un'altra stanza ha finito per perdere la cognizione dello spazio e delle cose.
Allo stesso modo, prendere come prove consistenti le impronte lasciate sul lavandino del bagno dal fidanzato della vittima, o il dna sul reggiseno dell'amante, sono aberrazioni della "ragione" che discendono direttamente dall'introduzione di questa infamia del libero convincimento del giudice: anche quando si accumulano più "prove" di questo tipo nello stesso processo, perché zero più zero fa sempre zero (come diceva un famoso avvocato in un celebre processo fondato unicamente sul credo di una banda di pentiti, che s'erano messi d'accordo per alleviare le pene del carcere - ai giudici che così condannarono pure Lisia avrebbe fatto un baffo).
domenica 14 dicembre 2014
l'ironia e la mafia di Roma. Potentati economici a teatro
Non si riesce a capire in cosa consista l'ironia di un comico che prendendo spunto dagli scandali della "mafia romana" modifica una vecchia canzone - la società dei magnaccioni - e fa impazzire la rete. Ma i siti dei giornali titolano ancora e nuovamente: "si scatena l'ironia del web".
Credo di averlo già scritto: una società (lettori e produttori di babettii) che vuole fare della parola il centro della sua professione o dei suoi interessi e non conosce il senso più elementare dei termini di cui si serve è una società che dovrebbe quanto meno andare a ripulirsi. Qui oltretutto non è nemmeno beffa, perché i mafiosi se ne fregano della tua chitarra di libero cantore: qui è soltanto il tuo meschino amor proprio che non sa tenersi distante, non sa prendere le distanze (questa sarebbe ironia) da una situazione piuttosto squallida e penosa per alcuni (i contribuenti). Quello che conta è che i giornali facciano il tuo nome, proiettino la tua bella trovata: te ne frega assai che questi papponi abbiano pappato.
Così, quello che diceva Pasolini un po' prima di morire (contenuto in un messaggio postumo, purtroppo ai radicali): "siate sempre irriconoscibili" (il senso era che il potere contro il quale lotti, scrivi, canti si approria di te e del tuo impegno) è esattamente quello che non interessa a questo Dado, a questo ultimo comico "impegnato": il cui lavoro viene megafonizzato proprio dai quei grossi siti (Messaggero, Repubblica, Corriere) che con tali trovate riescono a pompare l'utenza e a portare ancora più acqua al serbatoio degli introiti (il Messaggero appartiene ai potenti Caltagirone, i noti ex palazzinari romani e oggi tra gli uomini più ricchi del pianeta) . Ecco la vera ironia sarebbe questa: che non solo non fai nessuna ironia, ma finsici per fare il gioco della parte che ha molti più soldi e interessi e ramificazioni economiche di coloro che attacchi. E sulla quale l'ironia del web difficilmente si scatena, perché è proprio questa parte a determinare ciò che è ironico e ciò che non lo è. E che comunque - a giudicare dall'ignoranza crassa della lingua - non lo sarebbe in nessun caso.
Credo di averlo già scritto: una società (lettori e produttori di babettii) che vuole fare della parola il centro della sua professione o dei suoi interessi e non conosce il senso più elementare dei termini di cui si serve è una società che dovrebbe quanto meno andare a ripulirsi. Qui oltretutto non è nemmeno beffa, perché i mafiosi se ne fregano della tua chitarra di libero cantore: qui è soltanto il tuo meschino amor proprio che non sa tenersi distante, non sa prendere le distanze (questa sarebbe ironia) da una situazione piuttosto squallida e penosa per alcuni (i contribuenti). Quello che conta è che i giornali facciano il tuo nome, proiettino la tua bella trovata: te ne frega assai che questi papponi abbiano pappato.
Così, quello che diceva Pasolini un po' prima di morire (contenuto in un messaggio postumo, purtroppo ai radicali): "siate sempre irriconoscibili" (il senso era che il potere contro il quale lotti, scrivi, canti si approria di te e del tuo impegno) è esattamente quello che non interessa a questo Dado, a questo ultimo comico "impegnato": il cui lavoro viene megafonizzato proprio dai quei grossi siti (Messaggero, Repubblica, Corriere) che con tali trovate riescono a pompare l'utenza e a portare ancora più acqua al serbatoio degli introiti (il Messaggero appartiene ai potenti Caltagirone, i noti ex palazzinari romani e oggi tra gli uomini più ricchi del pianeta) . Ecco la vera ironia sarebbe questa: che non solo non fai nessuna ironia, ma finsici per fare il gioco della parte che ha molti più soldi e interessi e ramificazioni economiche di coloro che attacchi. E sulla quale l'ironia del web difficilmente si scatena, perché è proprio questa parte a determinare ciò che è ironico e ciò che non lo è. E che comunque - a giudicare dall'ignoranza crassa della lingua - non lo sarebbe in nessun caso.
Etichette:
amor proprio,
beffa,
Caltagirone,
capitalismo,
Corriere della Sera,
Dado (comico),
giornali,
ironia,
lingua,
Messaggero,
palazzinari,
pappone,
Pasolini,
radicali,
Repubblica,
rete,
retorica,
umorismo,
web
giovedì 9 ottobre 2014
capitalismo ferocia omofobia
Sulla triste questione del ragazzo di Pianura, a cui dei criminali hanno infilato un compressore nell'ano, e che ricorda certi omicidi omofobi negli Stati Uniti, ai tanti ciarlatani universitari e ai tanti giornalisti che nei talk show si riempiono la bocca sui perché e sui per come di tanta ferocia, basterebbe dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Pare si siano soltanto adesso accorti (anzi non se ne sono ancora accorti) che il capitalismo (e gli studi televisivi e i giornali ne sono una cassa di risonanza) è ferocia e che una società fondata sulla manipolazione sessuale dell'individuo e sul suo sfruttamento mercificante porta - quando non ci sono più forze sane a contrastare l'idea di accumulo - esattamente questi frutti. D'altra parte il capitalismo è nella sua fase più aggressiva. Basterebbe vedere come il pupazzo italico attacca l'articolo 18, conquista sacra dei lavoratori.
mercoledì 30 luglio 2014
ancora su Eraclito: fratelli coltelli
Se grazie a film e a fiction sempre più allegre la civiltà attuale è tutta incartata e rinserrata dentro sale operatorie e sale autoptiche e settorie, allora con questo gusto delle autopsie (ma appartiene a un più generale gusto dell'orrore e delle morti in diretta: di stragi, impiccaggioni, incidenti, omicidi, rapine, aggressioni, stupri: tutto mostrato in diretta) se è concreto questo gusto della autopsie guardate a colazione e a pranzo e a cena, seduti a tavola in famiglia, non suonerebbe più troppo strano (metafora originariamente ardita) il sentir paragonare da una colf la capacità critica di qualcuno, la sua intelligenza nel penetrare cose e concetti, a un bisturi, per quanto ci siano appunto sulla tavola oggetti più immediati e più facilmente utilizzabili per questo tipo di immagini, forchette e coltelli, ormai anche raffinati, meno impegnativi da maneggiare, da tenere in mano o stringere.
Così fratellli coltelli, anche nel caso della filosofia, delle lotte intestine tra scuole filosofiche, non vale più. Semmai fratelli bisturi, e anche se si perde la rima si acquista in ulteriore precisione - vedi le sottigliezze sempre più analitiche del contemporaneo filosofico. La grossolanità, dai convegni, è esclusa. La parola d'ordine, che ci si lancia da una cattedra all'altra è che l'analisi, il taglio, deve essere così continuo e preciso che nessuno deve capire più niente di niente. Tanto meno gli studenti, che d'altronde non hanno mai capito niente. E che si è intelligenti se non si è compresi, dimenticandosi che per essere Aristotele o Husserl o Kant non basta essere qui e lì incomprensibili - d'altronde tutta la Fenomenologia dello spirito di Hegel passa per opera altamente incomprensibile, da sbatterci la testa per anni e anni.
Ma vedi in Eraclito un gusto di veder tagliare ancora i concetti col bel coltellone da macellaio - il fendente menato a Pitagora con lo stesso coltello di cui l'accusa di farsi grande:
κοπίδων ἐστὶν ἀρχηγός (fr.81)
l'inventore dei coltelli!
Così fratellli coltelli, anche nel caso della filosofia, delle lotte intestine tra scuole filosofiche, non vale più. Semmai fratelli bisturi, e anche se si perde la rima si acquista in ulteriore precisione - vedi le sottigliezze sempre più analitiche del contemporaneo filosofico. La grossolanità, dai convegni, è esclusa. La parola d'ordine, che ci si lancia da una cattedra all'altra è che l'analisi, il taglio, deve essere così continuo e preciso che nessuno deve capire più niente di niente. Tanto meno gli studenti, che d'altronde non hanno mai capito niente. E che si è intelligenti se non si è compresi, dimenticandosi che per essere Aristotele o Husserl o Kant non basta essere qui e lì incomprensibili - d'altronde tutta la Fenomenologia dello spirito di Hegel passa per opera altamente incomprensibile, da sbatterci la testa per anni e anni.
Ma vedi in Eraclito un gusto di veder tagliare ancora i concetti col bel coltellone da macellaio - il fendente menato a Pitagora con lo stesso coltello di cui l'accusa di farsi grande:
κοπίδων ἐστὶν ἀρχηγός (fr.81)
l'inventore dei coltelli!
Etichette:
autopsia,
bisturi,
coltello,
convegni,
Eraclito,
estetica,
fiction,
filosofia,
giornali,
morte in diretta,
orrore,
sala operatoria,
siti,
università
martedì 15 luglio 2014
Categorie e compartimenti stagni
Tutte queste categorie! Che è un modo per dire che non ci piacciono le classificazioni, ch enon siamo dentro un sistema e vogliamo essere liberi di giudicare caso per caso. Eppure non ci sarebbe epoca più classificatoria di questa, ed è più vittima - in un sistema dove tutto viene proposto per compartimenti stagni - chi lo attacca (i giovani), chi attacca un certo modo di pensare "vecchio" e si illude di non esserne parte e di fare invece esperienza di libertà e di un più generale diffuso (e confuso) godimento del tutto in tutto, di chi invece non apre bocca e accetta i deliri classificatori di giornali e siti internet e social network (cucina, motori, libri, economia cronaca, politica, legge, vip, sport, software, streaming, cinema, “mi piace”, blog, fisco, moda, salute , gossip) senza darsi arie di internauta che "frega il sistema", o di non essere già a vent’anni dei matusalemme, visto che il termine categoria, che si combatte e si accetta nello stesso tempo restandoall'interno del sistema, sta lì con la sua bandierina di delirio analizzante ormai da duemila e cinquecento anni.
mercoledì 9 luglio 2014
i sessantottini e l'epistassi
Il direttore di un giornale italiano on line, un ex sessantottina che adesso va giustamente a braccetto con i potenti
della terra (leggi Arianna Huffington),
vuol far capire al suo pubblico di twittisti
e feisbucchisti, che lei è colta, che
il suo giornaletto usa termini difficili, che il livello del suo impegno
insomma è più elevato di quello che ci si era sempre immaginati, considerate
tutte le foto di Belen e robaccia simile che ha fatto pubblicare fin qui. Utilizza, già
nel titolo, a proposito dell’ispezione sul cadavere della povera Yara, il
termine epistassi - da non confondersi con epistasi, che non c'azzecca niente, o, per
restare in campo ematico e tanatologico, da non confondere con ipostasi, quegli arrossamenti dell'epidermide che incuriosiscono e inquietano chi per la prima volta assiste a un esame autoptico, o per dirla più volgarmente a un’autopsia. A differenza di lei, che un’autopsia
non l’ha mai vista eseguire, che se ne sta a pontificare tutto il giorno dal suo ufficio, a dare e darsi l’impressione di essere intelligente, a illudersi di sapere
qualcosa della vita. Che, duole dirlo - dirlo a me stesso, che sono molto più giovane - alla sua veneranda
età non sa ancora cosa sia. E si serve, di conseguenza, di questi termini non tanto difficili quanto immemorabili, e lo fa sempre spiaccicandoti in faccia questi titoloni a caratteri
cubitali, che di questo giornale sono il segno più evidente del ruolo
etico che s'è scelto.
E in effetti, leggere epistassi, e leggerlo a caratteri giganteschi, bisogna ammettere che fa una certa impressione, e la fa senz'altro a me, che ormai qualcosina di greco dovrei masticare (anche se poi non mi pare si conoscano esempi di questo composto nell’antichità, quando sicuramente si sarebbe usato il più concreto στάξις ἀπὸ ῥινῶν αἵματος, cioè gocciolamento dal naso, come fa Ippocrate qui e lì nei suoi testi, e come farebbero ancora tutte le persone di buon senso). E’ quindi questa epistassi, questa brutta formazione del latino medievale (che a vederla stampata così in grande mi fa sorridere) non è altro, alla fine, che un urlo sterile lanciato da un compartimento stagno all'altro: gli strilloni e megafonisti di un tempo promossi ai piani alti: CI SONO ANCH’IO COL MIO GIORNALE! CI SONO ANCH’IO, GIULIANO!
E in effetti, leggere epistassi, e leggerlo a caratteri giganteschi, bisogna ammettere che fa una certa impressione, e la fa senz'altro a me, che ormai qualcosina di greco dovrei masticare (anche se poi non mi pare si conoscano esempi di questo composto nell’antichità, quando sicuramente si sarebbe usato il più concreto στάξις ἀπὸ ῥινῶν αἵματος, cioè gocciolamento dal naso, come fa Ippocrate qui e lì nei suoi testi, e come farebbero ancora tutte le persone di buon senso). E’ quindi questa epistassi, questa brutta formazione del latino medievale (che a vederla stampata così in grande mi fa sorridere) non è altro, alla fine, che un urlo sterile lanciato da un compartimento stagno all'altro: gli strilloni e megafonisti di un tempo promossi ai piani alti: CI SONO ANCH’IO COL MIO GIORNALE! CI SONO ANCH’IO, GIULIANO!
Etichette:
Arianna Huffington,
autopsia,
Belen,
epistasi,
epistassi,
Ferrara,
giornali,
giornalisti,
greco antico,
ipostasi,
Ippocrate,
latino medievale,
sessantottini,
tanatologia,
Yara
giovedì 3 luglio 2014
Il caso Meredith Kercher. Lapsus e subordinate
“A nostro parere non
c'entrano nulla né Amanda né Raffaele - aggiunge l'avvocato - ma non possiamo
non rilevare una subordinata: nell'ipotesi, che non crediamo possibile, vi
siano troppe anomalie riguardo Amanda, allora non bisogna estenderle in
automatico anche a Raffaele”.
Queste affermazioni riportate da Repubblica, queste esternazioni del legale di Raffaele Sollecito avrebbero fatto drizzare, in tempi nemmeno troppo distanti, i capelli anche al più piccolo
azzeccagarbugli di questo Paese, il quale azzeccagarbugli non avrebbe ignorato
domenica 29 giugno 2014
Il caso Yara. Dove sei grande Sciascia?
Il delirio dei giornali italiani, lontani ormai da ogni più elementare logica,
pure quella che regge il delirio. Si legge su Repubblica, sul caso Yara:
“Proprio nei cantieri frequentati da Bossetti, si viene a
sapere, sono andati spesso i funzionari incaricati delle indagini. ‘Non
possiamo dire niente, ci hanno detto di non parlare, comunque - dice un collega
di Bossetti –‘ siamo stati interrogati sulle assenze di Massimo dal cantiere’...
". Chiede l'anonimato, è un lavoratore nella cantieristica, d i c e e n o n d i c e, m a q u e l l o c h e d i c e a p- p a r e
m o l t o i m p o r t a n t e: "Qualche volta Bossetti ci diceva che aveva da fare
e se ne andava, spariva dal cantiere e no, non sappiamo dove. Uno di noi
l'aveva soprannominato i l c a c i a b a - l e, o qualche cosa del genere".
Caciabale, o cacciabballe: a Roma si direbbe cazzarone. E gia non si capisce cosa c'entri questo essere cacciabballe con
lunedì 2 giugno 2014
giornalismo e volontariato
![]() |
| Malcovich nella parte del barone di Charlus |
La ragione per cui non nutro molta simpatia per i giornalisti italiani - sia presi nel loro insieme che singolarmente, uomini o donne - è duplice: da un lato costoro appaiono sempre più convinti, man mano che il loro livello culturale inevitabilmente si abbassa, che grandi cose ha voluto per loro il Signore, dall'altro non si riesce mai veramente a cogliere nel loro straordinario impegno sociale - nonostante l'atmosfera di grande eccitamento di tutto il carrozzone, e tolte alcune efficaci inchieste della Gabanelli o di qualche altro povero martire - nessun serio, onesto tentativo di interessarsi al prossimo per il bene effettivo del prossimo: ovvero maschera, il giornalismo italiano, quello che è un semplice tornaconto personale sotto le apparenze di una sorta di vago senso del dovere, di obbligo morale a un servizio pubblico di controllo, del quale nessuno del pubblico ha tra l'altro mai chiamato nessuno a occuparsi. Se fosse per me verrebbero quindi tutti - dal primo all'ultimo - a cominciare
giovedì 30 gennaio 2014
il pavone che vorrebbe pensare
Se volessi dire qualcosa su quei giornalisti italiani che
vanno per la maggiore e volessi scriverlo nel greco usato mettiamo ai tempi di
Cesare allora forse mi inventerei qualcosa come:
παραλογίζονται πολλὰ
οἱ διασημηνάμενοι ἀπειράτως περὶ τοῦ τῶν σπουδαίων ἀνθρώπων βίου
In altre parole:
toppano alla grande
quando si mettono a descrivere, senza averne esperienza di prima mano, l’esistenza quotidiana di uomini e donne che a differenza di
loro lavorano seriamente.
Che è poi il grosso dell’umanità. Per questa stessa ragione - e invertendo il punto di vista -
non riesco a capire perché i tanti italiani che sputano letteralmente sangue per arrivare
alla fine del mese si mettano poi a leggere pseudo-analisi o raccontini mitologici di chi non sa niente non solo della vita altrui ma anche della propria; o per quale ragione - anche senza leggere e limitandosi a un ascolto per così dire passivo - si piazzino davanti alla
televisione e si divertano ad apprendere un mare di sciocchezze su ciò che li riguarda, sulla propria esistenza (che a questo punto verrebbe da pensare la conoscono meno di chi ne parla in forma tanto sciatta e dove tutto è
presente meno che il talento e il pensiero - e sarebbe un capitoletto dell'estetica: ciò che oggi viene percepito come bello o giusto).
C’è da dire che non c’è grossa differenza, nel giornalismo, tra donne e uomini: le
donne esercitano la professione con l'idea di esercitare quel potere che in passato era
loro negato, gli uomini per vanità e narcisismo. I peggiori sono ovviamente gli
uomini: ricordano, senza averne la grazia, i pavoni che aprono la ruota in un deserto (e sarebbe già un'immagine meravigliosa, quanto meno poetica). Ma in
entrambi i casi, uomini o donne, sono motivati dalla carenza di qualcosa. Un po’ come quando si dice:
è carente di vitamina B o C.
giovedì 19 dicembre 2013
L'habitat fa la monaca:i pifferai del capitale
Si dice che l’abito non fa il
monaco ma sarebbe più giusto dire l’habitat fa la monaca. E' il caso di
una nota giornalista italiana che dirige un giornale “progressista”, si
professa di sinistra e
domenica 20 ottobre 2013
cultura buonsenso e casta
The man of culture is one of
the poorest mortals alive. For simple pedantry and want of good sense no man is
his equal. No assumption is is too unreal, no end is too unpractical for him.'
“L’uomo di cultura è tra tutti
i mortali uno dei più meschini. Non esiste altro essere alla sua altezza per pura pedanteria e mancanza di buon senso. Non c’è
per lui ipotesi troppo irrealistica, nessun fine è troppo impraticabile.”
Detto da
Etichette:
Aristofane,
Bruno Zevi,
casta,
cultura,
Frederic Harrison,
giornali,
intellettuale,
localizzazione,
pedanteria,
Platone,
positivismo,
traduzione
martedì 6 agosto 2013
la volgarità, il piccolo principe e i bamboccioni
Ciò che caratterizza l’Italia – ad esempio la Gran Bretagna è un paese dal forte carattere marziale, deciso, virile, che si parli di uomini o donne – ciò che caratterizza l’Italia è invece la somma volgarità: intesa nell’unica
accezione possibile di "totale mancanza di educazione e cultura"; e questa è una
caratteristica che in Italia non conosce distinzioni sociali: la si ritrova a uno stesso livello tanto tra l'aristocrazia quanto negli ambienti popolari, nei tristi gironi della borghesia quanto in quelli ancora più tristi della piccola borghesia. In più, come una ciliegina sulla crostata o sul millefoglie o Napoleon che dir si voglia, gli uni e gli altri si sono riconosciuti adesso tutti assieme in
quel poderoso livellatore del linguaggio che è Internet.
L’italiano, a qualsiasi classe sociale appartenga, semplicemente non sa prendere
le distanze dall’altro, non conosce il senso dell’ironia, come diceva l'americano Gore Vidal che in Italia abitò a lungo; e ha inoltre, sempre l'italiano, un senso dell’umorismo basato esclusivamente su rutti
peti e pernacchie, esattamente alla maniera in cui ci descrive Luciana Littizzetto; e vive e prospera, l'taliano, della curiosa idea di essere ammirato nel mondo solo perché è
italiano e perché Leonardo e Michelangelo erano italiani, e si dimentica che Leonardo, se ai suoi tempi fu amato come un dio, lo fu prima di tutto dai francesi e da Francesco I, non certo dagli italiani, che anzi gli intentarono
pure un processo per
immoralità (con accuse alimentate da sicofanti dell’epoca), per non dire poi che nel resto del mondo l'Italia non è assolutamente ammirata, cosa a cui può credere soltanto chi pur avendo viaggiato lo ha fatto con la classica fetta di prosciutto sugli occhi. Il povero italiano più che essere ammirato e invidiato è vittima consapevole di se stesso: da vent’anni non fa altro che alzarsi tutte le mattine al suono della stessa cantilena, lo stesso disco rotto: con l’avallo di televisioni e di giornali ipocriti della pseudo sinistra, ugualmente volgari come tutto il resto –
Repubblica, Huffington Post e Unità - non fa che ascoltare e leggere sempre e
comunque uno stesso nome, quello di quel personaggio che posando per la
foto di gruppo a Buckingham Palace urlò all’improvviso, a due metri dalla regina e tra lo sconcerto generale: “Mister Obamaaaaaaaa”,
come un bettoliere. Questa è l'Italia, non un'altra: Rita Levi Montalcini e pochi altri grandi nati italiani appartengono al resto del mondo non all'Italia, e se mi rimetto a pensare a quello che successe in un seggio elettorale di Roma, che tra l'altro è il mio, alla ultranovantenne Rita Montalcini, a cui un volgare elettore di destra intimò di fare la fila come tutti gli altri quando il presidente di seggio, vista l'età, voleva darle la precedenza, nonostante la Montalcini non avesse chiesto proprio un bel niente, allora mi viene il voltastomaco e non vado più avanti. Ma devo dire un'ultima cosa.
![]() |
| Ecomostro in Italia |
Riguardo ai bamboccioni
– termine applicato ai ragazzi italiani dall’ottimo Padoa Schioppa, che da
ministro dell’Economia quando si spostava in Europa per incontri ufficiali volava
soltanto con voli low cost senza che la cosa facesse notizia, anzi qualcuno lo prendeva
pure per i fondelli, e faceva invece notizia e folklore chi
riempiva gli aerei di Stato di cubiste e ruffiane e ruffiani e faccendieri –
riguardo i bambocci la situazione è drammatica: a trenta quarant’anni stanno
ancora a casa col padre e con la madre, e occupano lo stesso lettino di quando erano ragazzi, e
anzi non a quaranta ma ancora a venti se ne stanno in famiglia, cosa che per esempio in Gran
Bretagna sarebbe l’orrore degli orrori. La scusa, perché si tratta di scusa, è
che gli affitti sono alti e impensabili. Anche in Gran Bretagna o in Francia gli affitti sono
alti e impensabili, che vuol dire? Si condivide l’affitto se proprio si vuole prendere il volo.
Verrebbe da pensare al complesso di Peter Pan, l'eterno adolescente a trent't'anni suonati. E non sarà allora, è il caso di dirlo, che sono state proprio mammina o nonnina a educarti così: non solo a non insegnarti come ci si rifà il letto da soli ma anche a mostrarsi un po' troppo soddisfatte per questo figlio o nipote così maschio che lascia mutande e calzini sporchi e incrostati sulla sedia o per terra dopo l'ultima seduta in webcam invece che metterli con più rispetto in primo luogo per se stesso nella lavatrice? non è che sono state proprio queste tue due fate, col sostegno magari di qualche zia, come nelle Sorelle Materassi, a convincerti dell’idea strambissima di avere allevato un piccolo principe? E magari l’avessi letta l’operetta di Antoine de Saint- Exupéry, non dico gli scritti più maturi e arditi, per così dire, quando da aviatore sfidava l'Oceano (Terra degli uomini, Terra di Notte), ma proprio Il piccolo principe: avresti quantomeno trovato, tu trenta quarantenne che vivi ancora con papà e mammà, un dolce compagno che come te si stupisce della stranezza del mondo degli adulti.
Verrebbe da pensare al complesso di Peter Pan, l'eterno adolescente a trent't'anni suonati. E non sarà allora, è il caso di dirlo, che sono state proprio mammina o nonnina a educarti così: non solo a non insegnarti come ci si rifà il letto da soli ma anche a mostrarsi un po' troppo soddisfatte per questo figlio o nipote così maschio che lascia mutande e calzini sporchi e incrostati sulla sedia o per terra dopo l'ultima seduta in webcam invece che metterli con più rispetto in primo luogo per se stesso nella lavatrice? non è che sono state proprio queste tue due fate, col sostegno magari di qualche zia, come nelle Sorelle Materassi, a convincerti dell’idea strambissima di avere allevato un piccolo principe? E magari l’avessi letta l’operetta di Antoine de Saint- Exupéry, non dico gli scritti più maturi e arditi, per così dire, quando da aviatore sfidava l'Oceano (Terra degli uomini, Terra di Notte), ma proprio Il piccolo principe: avresti quantomeno trovato, tu trenta quarantenne che vivi ancora con papà e mammà, un dolce compagno che come te si stupisce della stranezza del mondo degli adulti.
giovedì 11 luglio 2013
Abelardo, Eloisa, il lavoro manuale e il giornalista
Ricordo che il mio professore di storia della filosofia medievale mi raccontava che da giovane studente a Parigi alla Sorbona, subito dopo la guerra, andò un giorno a cercare la tomba di Abelardo e Eloisa al Père Lachaise e la trovò praticamente
Etichette:
Abelardo,
critica del testo,
Croce,
Eloisa,
filologia,
giornali,
lavoro manuale,
Molière,
Père Lachaise,
Scolastica,
Sorbona,
televisione,
Tommaso d'Aquino
Iscriviti a:
Post (Atom)







