Io do per certo che nell'amicizia vale quanto dice Demostene nella prima Olintiaca a proposito delle imprudenze commesse nell'azione politica (considerazione delle circostanze attuali), che a sua volta paragona alle imprudenze di chi accumula sostanze per poi perdere tutto:
ἀλλ', οἶμαι, παρόμοιόν ἐστιν ὅπερ καὶ περὶ τῆς τῶν χρημάτων κτήσεως· ἂν μὲν γάρ, ὅσ' ἄν τις λάβῃ, καὶ σῴσῃ, μεγάλην ἔχει τῇ τύχῃ τὴν χάριν, ἂν δ' ἀναλώσας λάθῃ, συνανήλωσε καὶ τὸ μεμνῆσθαι [τὴν χάριν]. καὶ περὶ τῶν πραγμάτων οὕτως οἱ μὴ χρησάμενοι τοῖς καιροῖς ὀρθῶς οὐδ' εἰ συνέβη τι παρὰ τῶν θεῶν χρηστὸν μνημονεύουσι (I, 11)
ma io credo che simile sia anche ciò che riguarda l'acquisto di denaro: se uno, quanto acquista, riesce pure a conservarlo, non potrà che ringraziare e ringraziare la fortuna, se invece senza accorgersene perde tutto, perde anche la capacità di ricordarsi. Così anche negli affari politici: coloro che non hanno saputo utilizzare rettamente le circostanze presenti non si ricordano nemmeno se qualcosa di utile gli era venuto dagli dei.
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venerdì 12 settembre 2014
giovedì 10 luglio 2014
Il caso Canella-Bruneri, il dna e gli occhi di Sciascia
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| Lo smemorato in manicomio e foto segnaletica di Bruneri |
Sembra che ci credano. I giornali, voglio dire. Credono al dna come prova definitiva di qualcosa. Sarebbe interessante vedere questi cronisti, freschi di laurea (li si può ancora immaginare a farsela sotto nelle varie sessioni d'esame) sarebbe interessante, visto che hanno tutto il tempo e i mezzi che offre un grande giornale, una televisione, vederli domandare, almeno una volta nella loro vita, a questi cosiddetti "scienziati" (in realtà non sono altro che tecnici) se sia possibile da un semplice peto ricavare il dna di un individuo, o se invece la puzza non sia - come per il dna - già personalizzata e tipica, differente da persona a persona e da caso a caso, e se non siano quindi soldi sprecati quelli investiti in ricerche simili se dopotutto lo scopo è riconoscere semplicemente chi l'ha fatta, chi ha offeso le povere narici del prossimo, sull'autobus o su un treno della metropolitana, o anche in ascensore, chiunque l'abbia usato un attimo prima, e che come lo struzzo, contando sulle carenze della scienza, l'ha mollata.
Così il caso Bruneri-Canella, di cui i giornali oggi dopo ottant'anni, e dopo che Sciascia aveva già
lunedì 29 aprile 2013
La medicina i germi e la letteratura. Un ricordo di Isaac Bashevis Singer
Dice Neville, il personaggio del mio romanzo inglese citato
nel post su Chatwin, che l’inglese parlato a Londra è una realtà polverosa
(dusty) se lo si confronta con l’inglese di New York. Polveroso è un termine che non saprei come meglio definire; ed
effettivamente in generale non saprei dare nessuna spiegazione delle cose che
scrivo se non che il modo in cui le scrivo è il miglior modo in cui potrei farlo.
Oggi credo che Neville, che
parlava in epoca post-Thatcher, quando a governare la Gran Bretagna c’era l’anche più grigio Major, verrebbe a contatto, tornando a New York, con un inglese newyorkese meno magico, e
forse più asettico: di sicuro non ritroverebbe più molti di quei piccoli caffè
dove gli piaceva andare sulle orme di Isaac Bashevis Singer (che scriveva in yddish) alla ricerca di
qualche volto che pensa di aver perduto per sempre - e di cui parla a Fanfan,
il giovane narratore, che ormai teme di essere finito nelle mani di uno psicopatico:
‘… perhaps death is not the end, and people
do miraculously live on, even if just in the memory of those who knew them.’
“... forse la morte non è tutto, e le
persone continuano a vivere, fosse anche nella memoria di chi le ha conosciute.
Ma sono veramente morte?”
Ma proprio grazie a Singer, cioè grazie alla
letteratura, Neville ritrova ugualmente la sua New York: il luogo di ogni
possibile incontro, anche con chi crede che sia già morto. E quando scrivevo questo romanzo
mi sembrava di capire che Neville fosse andato a New York proprio per cercare
di ritrovare nelle sue strade, in uno dei tanti volti di quella città, sua nonna Zita, che in punto di morte gli impedirono di vedere, rinchiusa in una stanza asettica. La rivide soltanto nella forma impalpabile di una colonna di fumo che saliva dalla ciminiera del crematorio. Il suo pensiero, allora, era stato abbastanza
frivolo, forse perché sognava o immaginava che l’avrebbe comunque nuovamente incontrata. Dice tranquillo, a un Fanfan circospetto, che di quella cremazione l’aveva
incuriosito soltanto un particolare tecnico:
“Nel momento in cui
Zita veniva cremata, qualcuno – credo fosse l'impiegato delle pompe funebri – mi disse
che le differenti parti del corpo bruciano separatamente. Una cosa che già
sapevo, ovviamente: il teschio resta intatto fino alla fine. E poi esplode” (‘the skull is left to the last.
It explodes’).
Non si riesce a capire se Fanfan, che sta diventando
cieco, creda veramente all’inquietante Neville quando Neville gli dice a un
certo punto di essere un medico. Non sembra nemmeno voler capire se ci sia ironia quando dopo vergli detto che l’ultimo libro di Singer è una fogna di
noia (totally dreary), Neville aggiunge, su quei suoi possibili incontri con gente
scomparsa:
“I haven’t
ever really recognized anybody, though I haven’t given up looking …”
“Non ho mai riconosciuto nessuno, anche se ovviamente non ho
mai smesso di guardare …”
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