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domenica 5 aprile 2015

Practicing deceit

While skimming one of Gombrowicz's books I stumbled over this sentence by Zeromski : 'It is impossible to fight with what the soul has chosen.Like a vast amount of so-called aphorisms this Zeromski thing is total shit, unless one means by it that the necessary existence of the soul, with all its hypothetical qualities, has been proven, which is not the case. The Internet bazaar (Twitter nd Facebook) is crowded with such nonsensical items. One fashions an idea to produce logical monsters, there is nothing wrong with it, of course, such intellectual dishonesty is not intended to harm or get unfair advantage. Still the result is a practiced deceit. Sentences can be nonsensical yet they allow a certain understanding of ourselves (see on this, Wittgenstein, Tractatus).


martedì 24 giugno 2014

Vasi comunicanti. Scienza e tremore in corte d'assise







Quando si gestisce la cosiddetta azione penale, in particolare in fase istruttoria, cioè in quei momenti durante i quali col codice di procedura alla mano gli inquirenti raccolgono prove che il pubblico ministero poi utilizzerà per chiedere il rinvio a giudizio (le stesse che serviranno eventualmente in aula contro la difesa), non dovrebbero certo essere gli  indizi a corroborare le lacune della scienza, semmai il contrario. In entrambi i casi è evidente che in un qualsiasi processo indiziario non ci sono e non ci saranno mai certezze. Dire che il tale test del dna, se anche contiene un elemento di errore non può lasciare dubbi all'accusa in quanto ci sono poi gli altri indizi a corroborarne la validità, non significa altro se non che tale conclusione fa, sul piano formale, acqua e arriva al massimo a dimostrare uno spaparacchiato pressappoco, quel pressappochismo di cui gli italiani sono maestri nel mondo (il colpevole è pressappoco questo ... il colpevole è “praticamente” questo - vedi il mio post precedente).

La questione può essere anche facilmente (ac)quantizzata, cioè allegata come somma. Se la probabilità che  un certo indagato non sia l’autore di un reato è zero virgola zero zero zero zero zero zero zero zero qualcosa e se perciò non esiste "assoluta certezza" (il dire “assoluta certezza” è già una boiata logica e se ci fosse veramente certezza non si capisce per quale ragione venga fornito un margine di errore, infinitesimale quanto si voglia) e se gli indizi ugualmente per loro natura concorrono allo stesso modo con degli zero qualcosa, allora sommando tutti questi zeri, lo zero della “prova scientifica” e gli zeri degli indizi, il risultato è sempre zero. Zero più zero fa ancora zero, anche se fa qualcosa

Il colpo definitivo ai fenomeni di malafede della scienza, alle tanto sventagliate “certezze” della scienza (che dal momento che vengono platealmente ostentate non sono per niente certezze), arriva poi dalla confessione dell’indagato, che alla fine, stanco di lottare, dice: sì, sono stato io! In effetti la sicumera dei sacerdoti  e apostoli della scienza e della prova scientifica è tale che anche in questo caso, in cui la scienza non ha avuto nessun merito, non esiterebbero a rivoltare la frittata di uova di struzzo e a considerare la confessione (da cui stranamente proviene attestato di certezza alla prova scientifica) non come prova della “fasullita” del concetto di certezza scientifica ma come dimostrazione che la prova scientifica era "così" certa da far tremare perfino l'indagato, da costringerlo a confessare.

martedì 9 luglio 2013

Gli uccelli di Aristofane e i giornali italiani




Non ho molta dimestichezza con la politica italiana e non conosco i nomi dei politici italiani, salvo quelli di due o tre più famosi leader di partito e soltanto perché se ne parla sui vari giornali on line, dove si strombazza il tutto e il più di tutto, cioè il niente. E così oggi sono entrato dopo tanto tempo in uno di questi siti di giornali cosiddetti pappagallo: quei giornali che nascono a imitazione di

giovedì 2 maggio 2013

Amor ch'a nullo amato




Mi viene da pensare che (conoscendo come vanno le cose nel mondo) è sempre vero che in amor vince chi fugge, non c'è possibilità di errore. Che si tratti cioè di una di quelle leggi della psicologia umana che restano oltretutto inalterate nel tempo. Quello che invece non sappiamo è se, parlando dell'amore di Dio, nel senso di amore che si ha per Dio, valga la stessa legge. Chiunque provi questo tipo di amore dovrà aspettare, sperare: e speranza  significa in latino, come anche in greco, attesa; di sicuro al termine di una lunga attesa sarebbe non facile, non bello, dover prendere atto che chi è fuggito dal divino, così come sulla terra, ne abbia al contrario conquistato l'amore e che questa legge non solo è universale ma ci si conforma anche il creatore dell'universo. E si potrebbero far rientrare, nei discorsi sull’amore, anche le tante riflessioni, odierne o passate, sull'amor di patria: il nemo propheta in patria - questione non da poco - è un esempio di come la stessa legge dell'amore dei sensi valga anche nell’etica. Andocide, famoso personaggio dei tempi di Pericle, di qualche anno più giovane di Alcibiade, venne colpito da una serie di disgrazie civili, una dietro l’altra, con vari esili tutti documentati, e ogni volta cercò di rientrare ad Atene, provò a riconquistarsi sempre senza troppo successo l’amore della sua città.

                                          Laocoonte, copia in porcellana - foto LuciusCommons

Devo ammettere non ho mai avuto molta simpatia per questo personaggio - e forse più che per l’uomo, per ciò che ancora oggi il suo più conosciuto gesto può moralmente significare, se è ormai appurato che per salvarsi da una condanna a morte denunciò dei "presunti" colpevoli nel famoso scandalo delle erme. Dice Andocide, nella celebre orazione detta Sopra il suo ritorno, parlando agli ateniesi e tentando di dimostrare che il suo amor di patria era sincero: “mi accorsi a un certo punto che la cosa migliore per me era di restarmene lontano e comportarmi in maniera tale da farmi vedere il meno possibile”. Non gli andò bene. Gli ateniesi fiutarono la malafede, un falso nascondersi, un falso fuggire. Il fatto curioso, nel caso di Andocide, è che se pure lo vediamo nutrire speranze, “aspettative", non doveva mancargli un certo ironico senso del reale. Quel suo farsi vedere il meno possibile si sarebbe rivelato il suo più vero destino; e dopo il definitivo esilio mi pare nel 392 se ne perdono definitivamente le tracce, non si saprà più niente di lui. Così, questo essere fuggito per sempre gli è giustamente valso in seguito, in epoca alessandrina, l’amore e la stima della sua nazione se fu inserito nella lista dei dieci più importanti oratori attici, anche se venne messo all’ultimo posto.