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giovedì 15 settembre 2016
L'intellettuale e il paradosso del mentitore
Gli intellettuali (le "scienze" umane) hanno tuttosommato poco a che fare col progresso umano, se si escludono quei grandi nomi (compreso Sofocle, che intuiva la questione) a giusto titolo entrati a far parte del novero dei classici - totalmente assenti oggi non perché non sia passato un numero sufficiente di anni per poterli considerare tali (Ars poetica) ma perché per i nomi di oggi, a quello che almeno si vede, non ci sarà nessuna speranza di memoria, se non per qualche futuro database. E si leggono, i classici, non per quello che dicono (si possono contare, anche qui, sulla punta delle dita coloro che hanno detto
qualcosa che ha determinato un cambiamento nei modi di vedere di un'epoca) ma per come lo dicono. Inoltre gli intellettuali oggi rientrano quasi tutti nella schiera dei professori universitari. E le idee dei professori universitari non sono mai state di nessuna utilità, come lo è invece il lavoro di un muratore o di un operaio dentro una fabbrica. Non sono utili nemmeno ai loro studenti, che potrebbero trovare meno compromettente tentare di afffinare da subito il senso critico e fare una cernita degli errori contenuti nei libri da portare agli esami. Non è molto interessante sentire un intellettuale in televisione, o leggerne un libro, e non solo perché lo scopo è quello di copiarsi e scopiazzarsi a vicenda senza neanche accorgersi degli errori di coloro che citano. L'importante è che il discorso abbia una coerenza, in nome di quale logica è tuttavia da vedere, dal momento che per esempio una logica fuzzy, una logica polivalente, di origine booleana, sfuggirebbe completamente a questa posizione arcaica (tuttora della televisione, del web) del professore che parla di un certo argomento con cognizione di causa. Il paradosso del mentitore non potrebbero spiegarlo, resta per loro un paradosso, non avrebbe semplicemente, come in una logica fuzzy, un valore medio tra 0 e 1.
sabato 19 marzo 2016
Le eiaculazioni dei castrati del pensiero
Sarebbe difficile dare un senso alle oscene eiaculazioni sinaptiche di tanti esperti e "conoscitori" del mondo antico se non ci si vedesse quella tipica tendenza all'idiozia da cui è affetto da sempre il mondo accademico. L'entusiasmo senza riserve per questo o quest'altro autore a cui si attribusice "profondità" di pensiero è una manifestazione di una idiosincrasia al contrario, di una immoderata simpatia, non potrà mai contare su ragioni obbiettive, non è altro che conseguenza di infatuazioni pseudoideologiche. Leggere e rileggere autori greci e latini va bene finché non ci si dimentica che erano epoche (e autori) che fondavano il loro benessere su un feroce sfruttamento della manodopera schiavistica. Platone o Aristotele, Demostene o Cicerone, Catullo, Cesare, Lisia o Isocrate, Antifonte, Erodoto, Senofonte, Sallustio, Tucidite o Tacito, Pindaro, Alceo, Anacreonte e chi più ne ha ne metta non provavno nessunissima vergogna a utilizzare la parola schiavo, a maneggiare, accettando lo stato di cose, la nozione di non libero. Non se ne salva nessuno. Il Cattolicesimo trae forza unica da Platone e Aristoetle (a entrambi nella storia del pensiero, pone fine soltanto Cartesio), ancora nei Dialoghi e nelle Lettere di Gregorio Magno, che scrive in veste di pontefice, si potrebbero citare decine di riferimenti al patrimonio della Chiesa, al "va bene così", alla sua accettazione di una struttura agraria che si regge sullo stesso tipo di sfruttamento che li aveva preceduti nel mondo pagano. L'ipocrita Agostino non la passa liscia quando in una lettera a Alipio di Tagaste (appartiene all'ultimo periodo) pare soltanto scagliarsi contro i mangones (mercanti di schiavi), in realtà riproponendo da cima a fondo il sistema libero/schiavo:
Nam vix pauci reperiuntur a parentibus venditi quos tamen non ut leges Romanae sinunt ad operas viginti quinque annorum emunt isti, sed .... (CSEL, 10)
Se ne trovano pochissimi che siano stati venduti (legalmente) dai genitori e che (i mangones) comprano per farli lavorare non venticinque anni, come richiedono le leggi romane ma ...
Basterebbe questo "scambio privato" tra un futuro santo e un vescovo a far apparire la malafede pure in tutte le altre cose che ha scritto (altro che Confessioni), non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere se l'idea è di farne apologia.
Ciò che rese grande la Grecia e grande Roma,e poi il Cattolicesimo, non fu altro che lo stesso meccanismo (più evidente perché più vicino) che ha reso grande la scorreggiante America bianca o che rese ricco lo scorreggiante Sudafrica bianco all'epoca dell'Apartheid. Non c'è semplicemente nessuna ragione "umanistica", di superiorità dell'uomo sulla bestia, nessuna ragione di andare fieri del pensiero antico, di visitare Atene e commuoversi sull'Acropoli perché è lì che si sentono le origini del pensiero occidentale, o andare a Delfi a respirare il soffio magnetico di Apollo, o sedersi su un pezzo di tufo al Foro a Roma e piangere di commozione dentro una confezione di kleenex, così come non c'è nessuna ragione di andare fieri del "pensiero" moderno o contemporaneo, che fonda la sua libertà parolaia sui milioni di morti sul lavoro che si registrano ogni anno in tutto il mondo (circa due milioni, comprese le morti per malattie professionali). Parlare dei quali oltre un certo limite non attirerebbe audience.
L'unico grande evento memorabile nell'antichità fu la rivolta di Spartaco, un gruppo di schiavi che anelarono alla libertà. A parte questo, non successe niente.
Nam vix pauci reperiuntur a parentibus venditi quos tamen non ut leges Romanae sinunt ad operas viginti quinque annorum emunt isti, sed .... (CSEL, 10)
Se ne trovano pochissimi che siano stati venduti (legalmente) dai genitori e che (i mangones) comprano per farli lavorare non venticinque anni, come richiedono le leggi romane ma ...
Basterebbe questo "scambio privato" tra un futuro santo e un vescovo a far apparire la malafede pure in tutte le altre cose che ha scritto (altro che Confessioni), non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere se l'idea è di farne apologia.
Ciò che rese grande la Grecia e grande Roma,e poi il Cattolicesimo, non fu altro che lo stesso meccanismo (più evidente perché più vicino) che ha reso grande la scorreggiante America bianca o che rese ricco lo scorreggiante Sudafrica bianco all'epoca dell'Apartheid. Non c'è semplicemente nessuna ragione "umanistica", di superiorità dell'uomo sulla bestia, nessuna ragione di andare fieri del pensiero antico, di visitare Atene e commuoversi sull'Acropoli perché è lì che si sentono le origini del pensiero occidentale, o andare a Delfi a respirare il soffio magnetico di Apollo, o sedersi su un pezzo di tufo al Foro a Roma e piangere di commozione dentro una confezione di kleenex, così come non c'è nessuna ragione di andare fieri del "pensiero" moderno o contemporaneo, che fonda la sua libertà parolaia sui milioni di morti sul lavoro che si registrano ogni anno in tutto il mondo (circa due milioni, comprese le morti per malattie professionali). Parlare dei quali oltre un certo limite non attirerebbe audience.
L'unico grande evento memorabile nell'antichità fu la rivolta di Spartaco, un gruppo di schiavi che anelarono alla libertà. A parte questo, non successe niente.
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venerdì 27 marzo 2015
'Now bugger off''. On Italian bigotry.
It's funny how a few petty bigots have a whole country on tenterhooks. They just cannot leave their
noses out
of things. There's
a bigger world out there and their little narrow view on how it should work is
getting in the way of the big picture. The country must be sick of their games but I think it puts
up with
it because it’s gradually understanding how deep stupidity runs through. Besides, the
non-bigots are in their own bubble at the moment to even think about
anyone's lack
of integrity but their own. No sign that they will shut these bigots
down epically. No
hope that this disgusting television scrutiny of a bunch of sectarians ends soon because nobody really
wants
them to bugger off.
martedì 3 marzo 2015
l'attentato ai genitali maschili e le uova bomba
Otóz nie mialem watpliwosci, ze byk spotegowany i na mnie zaszarżuje,gdy zweszy z mej strony zamach na swe bezcenne genitalia. (Dziennik, 1955, XV).
Ora non avevo dubbi che il toro potenziato avrebbe caricato pure me quando avesse fiutato le mie intenzioni: l'attentato che stavo per compiere ai danni dei suoi inestimabili genitali
Così Witold Gombrowicz in una delle pagine del suo diario parlando del maschio occidentale e della sua paura (anche di Gombrowicz) della femminilità, della femminilità che è in ognuno di noi.
byk è toro, che in polacco suona beuk (eu francese), che di virile ha solo l'idea. genitalia unico termine comprensibile per chi non intende un po' di polacco, usato da G. ancora più tardi sempre nei diari nel 1962 parlando delle chiacchiere di ogni ideologia libertaria, i trip sull'uguaglianza e sulla giusta ridistribuzione delle ricchezze, le sparate di chi non si accorge della spaventosa crescita esponenziale della popolazione mondiale - parlando di Cuba mentre si trova a Hurlingham in Argentina, in treno, le idiozie che sente dire su Fidel, ma evidentemente il discorso può allargarsi a comprendere, ancora oggi, tutto il pensume e panzume soddisfatto che si muove tra università, convegni, giornali e televisioni e che si nutre e gonfia sproporzionatamente e senza pudore all'ombra del capitale:
Che altro sono tutti i vostri discorsi se non farneticazioni di un imbecille, che non sa nemmeno come funzionano i suoi genitali? che altro sarebbero se non lo starnazzare di una gallina accomodata sulle uova - la più spaventosa delle bombe (Dziennik, 1962, XIII).
Ora non avevo dubbi che il toro potenziato avrebbe caricato pure me quando avesse fiutato le mie intenzioni: l'attentato che stavo per compiere ai danni dei suoi inestimabili genitali
Così Witold Gombrowicz in una delle pagine del suo diario parlando del maschio occidentale e della sua paura (anche di Gombrowicz) della femminilità, della femminilità che è in ognuno di noi.
byk è toro, che in polacco suona beuk (eu francese), che di virile ha solo l'idea. genitalia unico termine comprensibile per chi non intende un po' di polacco, usato da G. ancora più tardi sempre nei diari nel 1962 parlando delle chiacchiere di ogni ideologia libertaria, i trip sull'uguaglianza e sulla giusta ridistribuzione delle ricchezze, le sparate di chi non si accorge della spaventosa crescita esponenziale della popolazione mondiale - parlando di Cuba mentre si trova a Hurlingham in Argentina, in treno, le idiozie che sente dire su Fidel, ma evidentemente il discorso può allargarsi a comprendere, ancora oggi, tutto il pensume e panzume soddisfatto che si muove tra università, convegni, giornali e televisioni e che si nutre e gonfia sproporzionatamente e senza pudore all'ombra del capitale:
Che altro sono tutti i vostri discorsi se non farneticazioni di un imbecille, che non sa nemmeno come funzionano i suoi genitali? che altro sarebbero se non lo starnazzare di una gallina accomodata sulle uova - la più spaventosa delle bombe (Dziennik, 1962, XIII).
venerdì 19 dicembre 2014
ancora sul processo indiziario. l'aspirina nel reggicalze
La formula del libero convincimento del giudice (la conviction intime dei sedicenti "rivoluzionari" francesi) è un'aberrazione di qualsiasi codice penale o civile che la contenga. Il giudice, in quanto uomo (o donna), e nonostante le motivazioni che dovrà addurre, può sbagliare o può essere influenzato dal denaro e anche dalla propria stupidità o prevenzione o antipatia dell'imputato (vedi quanto dice a proposito in un'intervista il meraviglioso giudice Michele Morello, consigliere al processo Tortora in appello ). I tre gradi di giudizo previsti dalla Costituzione sono un'ulteriore aberrazione conseguente all'aberrazione inziale: una cosa altamente sciamannata, un po' come una donna che sostituisce il bottone del reggicalze con un'aspirina. Nel frattempo, in attesa che si riuniscano in pompa magna gli impellicciati dagli stipendi d'oro, gli uomini e donne in ermellino, l'innocente, già condannato in primo o secondo grado, è stato esposto alla gogna disgustosa delle decisioni fasulle dei precedenti colleghi che hanno "giudicato" e della stampa e televisione oscena. Paradossalmente, la prova legale, che valeva prima dell'introduzione di questa aberrazione del libero convincimento, con tutti i suoi formalismi era l'unica strada da percorrere e da migliorare. In altri termini, una persona dovrebbe potersi condannare soltanto sulla base di prove assolutamente certe e il cui standard di certezza non può essere stabilito dal giudice, che dovrà semplicemente scendere dal piedistallo dell'onnipotenza nel quale si sente messo da Dio e limitarsi ad apporre un timbro a una sentenza già scritta da prove reali. In dubio quindi sempre ed esclusivamente pro reo (altra formula che paradossalmente - in quanto ci convive - contraddice la giustezza della formula del libero convincimento e della prova indiziaria.
Il processo indizario è d'altronde fondato su una logica unitaria che ha sempre lasciato il tempo dove l'ha trovato - si possono facilmente immaginare milioni di casi di persone condannate sulla base di moventi che erano l'opposto di quelli reali o anche immaginati, quando l'imputato non ha commesso un bel niente. Ad esempio un uomo odia la moglie perché l'ha tradito (chiamiamo questa moglie Badilia, come in un episodio di Creep Show firmato da Romero). Badilia scivola su una macchia d'olio in cucina mentre ha in mano un coltello con cui sta trinciando la carne, col marito che aspetta e urla e scalpita nel soggiorno con la forchetta in mano (Badilia, I want my meat! I want it! - nello short di Romero in realtà Badilia è la figlia, chi urla è il padre padrone, che vuole la sua torta, e Badilia alla fine lo ammazza). Nel frattempo Badilia sta morendo o è già morta in cucina, caduta sul coltello che stava usando. Al processo il movente sarà la gelosia mentre è possibile che il marito avesse previsto di ucciderla ma non con un coltello, magari avvelenandola. Il movente qui semplicemente non esiste, perché non esiste il reato. Vai a spiegare al libero convincimento del giudice che Badilia è morta perché sentendosi agitata, incazzata col marito che le urlava da un'altra stanza ha finito per perdere la cognizione dello spazio e delle cose.
Allo stesso modo, prendere come prove consistenti le impronte lasciate sul lavandino del bagno dal fidanzato della vittima, o il dna sul reggiseno dell'amante, sono aberrazioni della "ragione" che discendono direttamente dall'introduzione di questa infamia del libero convincimento del giudice: anche quando si accumulano più "prove" di questo tipo nello stesso processo, perché zero più zero fa sempre zero (come diceva un famoso avvocato in un celebre processo fondato unicamente sul credo di una banda di pentiti, che s'erano messi d'accordo per alleviare le pene del carcere - ai giudici che così condannarono pure Lisia avrebbe fatto un baffo).
Il processo indizario è d'altronde fondato su una logica unitaria che ha sempre lasciato il tempo dove l'ha trovato - si possono facilmente immaginare milioni di casi di persone condannate sulla base di moventi che erano l'opposto di quelli reali o anche immaginati, quando l'imputato non ha commesso un bel niente. Ad esempio un uomo odia la moglie perché l'ha tradito (chiamiamo questa moglie Badilia, come in un episodio di Creep Show firmato da Romero). Badilia scivola su una macchia d'olio in cucina mentre ha in mano un coltello con cui sta trinciando la carne, col marito che aspetta e urla e scalpita nel soggiorno con la forchetta in mano (Badilia, I want my meat! I want it! - nello short di Romero in realtà Badilia è la figlia, chi urla è il padre padrone, che vuole la sua torta, e Badilia alla fine lo ammazza). Nel frattempo Badilia sta morendo o è già morta in cucina, caduta sul coltello che stava usando. Al processo il movente sarà la gelosia mentre è possibile che il marito avesse previsto di ucciderla ma non con un coltello, magari avvelenandola. Il movente qui semplicemente non esiste, perché non esiste il reato. Vai a spiegare al libero convincimento del giudice che Badilia è morta perché sentendosi agitata, incazzata col marito che le urlava da un'altra stanza ha finito per perdere la cognizione dello spazio e delle cose.
Allo stesso modo, prendere come prove consistenti le impronte lasciate sul lavandino del bagno dal fidanzato della vittima, o il dna sul reggiseno dell'amante, sono aberrazioni della "ragione" che discendono direttamente dall'introduzione di questa infamia del libero convincimento del giudice: anche quando si accumulano più "prove" di questo tipo nello stesso processo, perché zero più zero fa sempre zero (come diceva un famoso avvocato in un celebre processo fondato unicamente sul credo di una banda di pentiti, che s'erano messi d'accordo per alleviare le pene del carcere - ai giudici che così condannarono pure Lisia avrebbe fatto un baffo).
giovedì 6 novembre 2014
Politica italiana e amore ai tempi del colera
In italia, curiosamente, i telegiornali mettono al primo posto, nella loro scaletta, le notizie di politica interna. E credo sia dovuto, questo fatto, a quel movimento paradossale della sua esistenza di cui l'italiano è sempre stato inconsapevole. Infatti il peso delle notizie è in Italia inversamente proporzionale all'importanza che hanno. E questo si ricollega a sua volta alla natura teatristica del paese. Ma è un teatro di bassa lega. La politica italiana, coi suoi perenni guitti, assomiglia a quella scena di Morte a Venezia (sia il libro che il film) nella quale alcuni suonatori ambulanti suonano e cantano sguaiatamente di sera nel bellissimo giardino dell'Hotel des Bains, al Lido di Venezia, a far da cornice all'amore nascente (secondo il narratore tutto intellettuale) di Von Aschenbach (ma in odore oggi, comunque lo si guardi, di pedofilia) mentre il tenero quindicenne Tadzio risponde con la grazia dell'età ai suoi sguardi preoccupati e patetici. Un tedesco e un polacco, ovviamente. Niente a che fare coi sani costumi italici. Ma il quadro politico dell'idillio è tutto italiano. Non a caso uno dei guitti, prima di andarsene, saluta e ringrazia i ricchi clienti dell'albergo - il cosmopolita mondo superiore - facendo una mezza pernacchia, carica del più genuino disprezzo. Giustamente, immagino: dal momento che proprio questo guitto viene descritto da Thomas Mann e appare anche nel film di Visconti già coi segni del colera, e ben prima che il colera si rapprenda sul volto di Von Aschenbach, dello straniero.
giovedì 23 ottobre 2014
mancata autopsia. Un motivo in Menandro
[ ]ιν ὃ λέγεις, Δᾶε, τοῦ
τ' ἐμοῦ τρόπου (Asp.,
368)
Così Cherestrato, nello Scudo
di Menandro; la lacuna del papiro da integrare anche a mio avviso molto
semplicemente come altri hanno
proposto:
<εὖ γ᾿ ἐστ>ὶν ὃ λέγεις, Δᾶε, τοῦ
τ' ἐμοῦ τρόπου:
dici bene, o Davo, e mi va benissimo
Si tratta della messa in scena architettata dallo schiavo Davo della morte di Cherestrato, che potrà così farsi gioco dell’avido fratello
Smicrine; un tema, quello della simulazione della propria morte, utilizzato per le stesse ragioni (avidità di un familiare o di un creditore)
almeno fino ai tempi di Edoardo e Totò, sicuramente meno praticabile oggi (il morto è morto
e basta!) a causa di una sovraesposizione del pubblico a una estetica della pseudoscienza dei laboratori della
polizia scientifica, e dei medici legali – vedi
per esempio tutto il problema di un’autopsia condotta superficialmente sul
corpo dell’uomo ritrovato nella laguna veneziana nei primi capitoli del mio Un valzer per Alfredo.
sabato 18 ottobre 2014
Il soldo di cacio
Io non do un soldo di cacio alle seguenti categorie di persone:
primi ministri
politici di qualsiasi schieramento
attori famosi e meno famosi
cantanti
comici
registi
artisti
professori universitari
intellettuali
critici
scrittori che vanno per la maggiore e che un giorno andranno anche meno che per la minore
giornalisti impegnati e meno impegnati
calciatori
economisti
scienziati
medici
e in generale non do un soldo di cacio a chiunque è conosciuto tramite quel ridicolo oggetto che è la televisione, e a chi in televisione risiede in pianta stabile.
E in generale non do un soldo di cacio a
maleducati
presuntuosi
ricchi e arricchiti
fascisti della prima e dell'ultima ora
comunisti in carriera politica
cattolici convinti
preti
borghesi
piccolo borghesi
falsi maschi
donne aggressive e in carriera
femministe
veline
invidiosi e invidiose
stupidi perenni
Apprezzo invece:
disoccupati
contadini e contadine
metalmeccanici e operai e operaie in generale
donne di servizio
aristocratici con notevole senso dell'umano
sognatori
bambini Down
donne energiche e dolci nello stesso tempo e con notevole spirito materno
lesbiche che non odiano gli uomini
uomini che non sanno di avere talento
ragazzi e ragazze che sanno sorridere
primi ministri
politici di qualsiasi schieramento
attori famosi e meno famosi
cantanti
comici
registi
artisti
professori universitari
intellettuali
critici
scrittori che vanno per la maggiore e che un giorno andranno anche meno che per la minore
giornalisti impegnati e meno impegnati
calciatori
economisti
scienziati
medici
e in generale non do un soldo di cacio a chiunque è conosciuto tramite quel ridicolo oggetto che è la televisione, e a chi in televisione risiede in pianta stabile.
E in generale non do un soldo di cacio a
maleducati
presuntuosi
ricchi e arricchiti
fascisti della prima e dell'ultima ora
comunisti in carriera politica
cattolici convinti
preti
borghesi
piccolo borghesi
falsi maschi
donne aggressive e in carriera
femministe
veline
invidiosi e invidiose
stupidi perenni
Apprezzo invece:
disoccupati
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aristocratici con notevole senso dell'umano
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giovedì 9 ottobre 2014
capitalismo ferocia omofobia
Sulla triste questione del ragazzo di Pianura, a cui dei criminali hanno infilato un compressore nell'ano, e che ricorda certi omicidi omofobi negli Stati Uniti, ai tanti ciarlatani universitari e ai tanti giornalisti che nei talk show si riempiono la bocca sui perché e sui per come di tanta ferocia, basterebbe dire che chi è causa del suo mal pianga se stesso. Pare si siano soltanto adesso accorti (anzi non se ne sono ancora accorti) che il capitalismo (e gli studi televisivi e i giornali ne sono una cassa di risonanza) è ferocia e che una società fondata sulla manipolazione sessuale dell'individuo e sul suo sfruttamento mercificante porta - quando non ci sono più forze sane a contrastare l'idea di accumulo - esattamente questi frutti. D'altra parte il capitalismo è nella sua fase più aggressiva. Basterebbe vedere come il pupazzo italico attacca l'articolo 18, conquista sacra dei lavoratori.
venerdì 26 settembre 2014
tutti sulla stessa barca: confusione vs ipocrisia
Di quelle noiose competizioni della terza sofistica, nel quarto secolo, che dovevano somigliare sempre più alle conferenze e tavole rotonde attuali, alle relazioni accademiche nei vari convegni, Libanio è indirettamente critico: ma è una critica limitata alle capacità oratorie dell'avversario, il sistema non viene minimamente intaccato. Così nella sua autobiografia (la prima orazione del corpus), a proposito di un altro professore, suo antagonista a Costantinopoli, scrive che non riuscendo il pubblico a capire cosa stesse dicendo, ognuno guardava gli altri più distanti come a chiedersi se fossero tutti sulla stessa barca (συνεῖναι αὐτὸς ἕκαστος οὐκ ἔχων, νεύμασι τοὺς ἀφεστηκότας ἠρώτων, εἰ τὸ αὐτὸ πάθοιεν. I, 41).
Che è quanto succede ancora oggi quando si ha paura di essere l'unico deficiente a non capire cosa stia dicendo uno (o una) che parla in un convegno, in televisione, in un talk show. Anche se alla fine, in qualche modo, sono tutti pronti a battere le mani, pure chi non si sente ideologicamente affine (e la cosa è seria), cioè non si applaude sempre per bontà o per cortesia, o meglio, per ipocrisia, come sembra aver fatto Libanio con questo Benarchio intellettuale dedito alla crapula, cioè allo sgomitamento:
e anch'io, anche se provavo la stessa cosa degli altri, mi sforzavo di conferire, applaudendo, opinione di chiarezza al suo discorso facendo perciò cosa gradita al suo gruppo (καὶ ταὐτὸ τοῦτο τοῖς ἄλλοις ἐγὼ παθὼν σαφηνείας δόξαν οἷς ἐθορύβουν ἐπειρώμην περιάπτειν τῷ λόγῳ χαριζόμενος τῇ φάλαγγι).
Che è quanto succede ancora oggi quando si ha paura di essere l'unico deficiente a non capire cosa stia dicendo uno (o una) che parla in un convegno, in televisione, in un talk show. Anche se alla fine, in qualche modo, sono tutti pronti a battere le mani, pure chi non si sente ideologicamente affine (e la cosa è seria), cioè non si applaude sempre per bontà o per cortesia, o meglio, per ipocrisia, come sembra aver fatto Libanio con questo Benarchio intellettuale dedito alla crapula, cioè allo sgomitamento:
e anch'io, anche se provavo la stessa cosa degli altri, mi sforzavo di conferire, applaudendo, opinione di chiarezza al suo discorso facendo perciò cosa gradita al suo gruppo (καὶ ταὐτὸ τοῦτο τοῖς ἄλλοις ἐγὼ παθὼν σαφηνείας δόξαν οἷς ἐθορύβουν ἐπειρώμην περιάπτειν τῷ λόγῳ χαριζόμενος τῇ φάλαγγι).
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giovedì 25 settembre 2014
il voyeurismo e la bava del contemporaneo
"così come il contesto richiede in rapporto al soggetto" (ἀλλ' ὡς ὁ ἀγὼν ἀπαιτεῖ πρὸς τὴν ὑπόθεσιν, Plut., Dem, 22, 6).
Il contesto è quello del teatro antico, e comunque una stessa estetica ancora ai tempi di Plutarco, quando il dramma presentato da un autore è immediatamente giudicato dal pubblico in rapporto ad altri drammi in concorso (ἀγών). Non si poteva far piangere o ridere a proprio piacimento i personaggi, era il contesto a deciderlo, così come non si sarebbe potuto far scopare a proprio piacimento, come avviene oggi, gli attori ogni cinque secondi, e trasformare lo spettatore in quel voyeur che per altri versi la società condanna come pervertiti.
Non sarebbe stato possibile nel teatro antico presentare una fiction poliziesca e far vedere ogni cinque secondi un coito (di due poliziotti) che non ha niente a che fare col soggetto, con le indagini eccetera, pena i fischi assordanti del pubblico, che sarebbe stato di conseguenza, se le premesse fossero ancora queste (come sembrano credere e illudersi gli sceneggiatori arrapati), molto più raffinato intenditore di quello di oggi. D'altra parte i fischi oggi, per il pubblico televisivo e internautico, dovrebbero essere stati sostituiti dalle share e dagli share di gradimento, dalle percentuali. Così, alte percentuali di spettatori attratti da un coito dal quale sono esclusi satrebbero a indicare che l'estetica attuale richiede invece proprio questo, che la caratteristica più propria del contemporaneo è il voyerismo e la bava alla bocca.
Il contesto è quello del teatro antico, e comunque una stessa estetica ancora ai tempi di Plutarco, quando il dramma presentato da un autore è immediatamente giudicato dal pubblico in rapporto ad altri drammi in concorso (ἀγών). Non si poteva far piangere o ridere a proprio piacimento i personaggi, era il contesto a deciderlo, così come non si sarebbe potuto far scopare a proprio piacimento, come avviene oggi, gli attori ogni cinque secondi, e trasformare lo spettatore in quel voyeur che per altri versi la società condanna come pervertiti.
Non sarebbe stato possibile nel teatro antico presentare una fiction poliziesca e far vedere ogni cinque secondi un coito (di due poliziotti) che non ha niente a che fare col soggetto, con le indagini eccetera, pena i fischi assordanti del pubblico, che sarebbe stato di conseguenza, se le premesse fossero ancora queste (come sembrano credere e illudersi gli sceneggiatori arrapati), molto più raffinato intenditore di quello di oggi. D'altra parte i fischi oggi, per il pubblico televisivo e internautico, dovrebbero essere stati sostituiti dalle share e dagli share di gradimento, dalle percentuali. Così, alte percentuali di spettatori attratti da un coito dal quale sono esclusi satrebbero a indicare che l'estetica attuale richiede invece proprio questo, che la caratteristica più propria del contemporaneo è il voyerismo e la bava alla bocca.
martedì 22 luglio 2014
il grande teatro e il non teatro. Cinema televisione e radio
Il teatro greco è agli antipodi delle rappresentazioni nel XXI secolo (televisione, cinema). Si domanda Nietzsche, in uno dei frammenti postumi, se non sia per un sentimento di sconvenienza che i greci non rappresentano l'azione. In effetti nel teatro greco sembra non avvenire quasi niente materialmente sulla scena. Edipo che entra accompagnato da sua figlia Antigone ma poi si siede nel recinto sacro e da quel momento s'intrecciano monologhi e dialoghi a non finire; oppure Filottete che riesce a trascinarsi appena sulla scena, la gamba piagata, che incontra Neottolemo e Ulisse e per centinaia di versi non c'è movimento fisico o quasi. E' il coro a muoversi soprattutto nel teatro greco, che sfila come in processione: la sua prima entrata in scena, la parodo, poteva, dovendosi a volte recitare alcune centinaia di versi, durare anche una ventina di minuti.
Il teatro greco è in realtà un teatro di pura parola. Ma è una parola, quella dei grandi autori, che ha il senso dello spazio, e in questo spazio la nuda parola sa come farti vedere gli oggetti, gli atti, i movimenti di chi è assente (funzione narrativa), sa far muovere soprattutto cio che non è presente, come è sempre stato tipico del grande teatro, pure in tempi più recenti - al contrario di tanto non teatro dentro il "teatro" (Alfieri, Manzoni, Baudelaire ecc., la ragione del loro fallimento). E' così che può giustamente dire Edipo a Antigone:
figlia del vecchio c i e c o, Antigone, in quale
terre s i a m o g i u n t i o nella città di quali uomini?
chi riceverà l' e r r a b o n d o Edipo in questo giorno
con quali misere offerte? ...
.......
Piuttosto, o figlia, se v e d i u n p o s t o
che sia un luogo profano o un v e r d e r e c i n t o s a c r o,
f a c h e i o allora m i f e rm i e m i s i e d a ...
Cioè lo "spettatore" ascolta quello che farà Edipo: lo vedrà sedersi prima ancora di vederglielo effettivamente fare.
E Antigone potrà perciò essere figura centrale, giustificata:
Padre misero, Edipo, t o r r i
p r o t e g g o n o l a c i t t à, a q u a n t o i o v e d o
ed è con gli occhi di Antigone che lo "spettatore" vede non solo la città ma un luogo che
sembra sacro, lussureggiante
di a l l o r o, u l i v i e v i t i, e fittissimi
dentro vi c a n t a n o usignoli
naturalmente Edipo è solo cieco, non è sordo, gli usignoli può sentirli benissimo: chi non può sentirli, o meglio, chi può sentirli soltanto attraverso la parola è lo "spettatore". Che bisogno avrebbe, d'altronde, un teatro del genere, di scenografia, di azione in termini moderni?
Mi raccontava mio padre che c'erano dei radiocronisti che sapevano farti vedere la partita (i recenti Mondiali invece, pur vedendoli in televisione, ogni tanto dovevo togliere l'audio, talmente sentivo soltanto il monotono accento del telecronista). E questo è vero in generale delle buone trasmissioni alla radio: la capacità, di chi conduce un programma, di farti visualizzare un evento, un'azione, dei personaggi dentro un aneddoto (a parte i programmi più idioti, prolissi, parolieri, incolti, che riconosci immediatamente dall'uso di espressioni tipo: "per quanto riguarda" -"e adesso sentiremo, per quanto riguarda i Rolling Stones ..." - programmi che vengono seguiti unicamente da chi nell'idiozia paroliera si rispecchia).
Il teatro greco è in realtà un teatro di pura parola. Ma è una parola, quella dei grandi autori, che ha il senso dello spazio, e in questo spazio la nuda parola sa come farti vedere gli oggetti, gli atti, i movimenti di chi è assente (funzione narrativa), sa far muovere soprattutto cio che non è presente, come è sempre stato tipico del grande teatro, pure in tempi più recenti - al contrario di tanto non teatro dentro il "teatro" (Alfieri, Manzoni, Baudelaire ecc., la ragione del loro fallimento). E' così che può giustamente dire Edipo a Antigone:
figlia del vecchio c i e c o, Antigone, in quale
terre s i a m o g i u n t i o nella città di quali uomini?
chi riceverà l' e r r a b o n d o Edipo in questo giorno
con quali misere offerte? ...
.......
Piuttosto, o figlia, se v e d i u n p o s t o
che sia un luogo profano o un v e r d e r e c i n t o s a c r o,
f a c h e i o allora m i f e rm i e m i s i e d a ...
Cioè lo "spettatore" ascolta quello che farà Edipo: lo vedrà sedersi prima ancora di vederglielo effettivamente fare.
E Antigone potrà perciò essere figura centrale, giustificata:
Padre misero, Edipo, t o r r i
p r o t e g g o n o l a c i t t à, a q u a n t o i o v e d o
ed è con gli occhi di Antigone che lo "spettatore" vede non solo la città ma un luogo che
sembra sacro, lussureggiante
di a l l o r o, u l i v i e v i t i, e fittissimi
dentro vi c a n t a n o usignoli
naturalmente Edipo è solo cieco, non è sordo, gli usignoli può sentirli benissimo: chi non può sentirli, o meglio, chi può sentirli soltanto attraverso la parola è lo "spettatore". Che bisogno avrebbe, d'altronde, un teatro del genere, di scenografia, di azione in termini moderni?
Mi raccontava mio padre che c'erano dei radiocronisti che sapevano farti vedere la partita (i recenti Mondiali invece, pur vedendoli in televisione, ogni tanto dovevo togliere l'audio, talmente sentivo soltanto il monotono accento del telecronista). E questo è vero in generale delle buone trasmissioni alla radio: la capacità, di chi conduce un programma, di farti visualizzare un evento, un'azione, dei personaggi dentro un aneddoto (a parte i programmi più idioti, prolissi, parolieri, incolti, che riconosci immediatamente dall'uso di espressioni tipo: "per quanto riguarda" -"e adesso sentiremo, per quanto riguarda i Rolling Stones ..." - programmi che vengono seguiti unicamente da chi nell'idiozia paroliera si rispecchia).
venerdì 30 maggio 2014
Le fiction e l'utero
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| Corazzieri - Guardia d'onore |
Diceva una sera uno dei miei due intelligenti cognati napoletani, parlando delle poliziotte nelle fiction televisive: "non sono credibili semplicemente perché sono uterine". E credo che avesse ragione: invece di mettere in scena quell'impegno, quella sorta di stabilità professionale che le donne in poliza effettivamente dovrebbero mostrare, questi personaggi femminili con la fondina sempre sotto l'ascella depilata rivelerebbero piuttosto lo scopo, ovvero il carniere: quanti più colleghi maschi riescono a portarsi a letto. Va da sé che in queste schifezze di fiction ormai diffuse in tutto il mondo, la trama, il giallo, passa in secondo piano. In primo piano resta sempre l'ossessività del coito; ma non il coito fuori dei commissariati o dei nuclei operativi nel caso dei carabinieri - che sarebbe già qualcosa, perché almeno lo spettatore si direbbe: 'ah, ma vedi, allora hanno anche una vita fuori dal lavoro' - ma dentro, negli uffici eccetera. Tanto che queste fiction potrebbero ormai tutte chiamarsi invece di distretto antimafia, distretto di polizia eccetera, potrebbero chiamarsi: Distretto uterino 1, Squadra uterina 2 eccetera ... Sarà per questo forse che ancora non si vede nessuna fiction incentrata sui Corazzieri, perché per essere corazziere, far parte della Guardia d'onore, proteggere il Presidente della Repubblica, bisogna essere alti credo quasi due metri, e dubito che ci siano già donne in quel corpo. E anche se ce ne fosse una alta come Nicole Kidman che volesse a tutti i costi entrare, credo che la dissuaderebbero: bisognerebbe creare un intero padiglione soltanto per lei, per farla dormire tranquilla, la notte, indisturbata dai colleghi maschi.
giovedì 30 gennaio 2014
il pavone che vorrebbe pensare
Se volessi dire qualcosa su quei giornalisti italiani che
vanno per la maggiore e volessi scriverlo nel greco usato mettiamo ai tempi di
Cesare allora forse mi inventerei qualcosa come:
παραλογίζονται πολλὰ
οἱ διασημηνάμενοι ἀπειράτως περὶ τοῦ τῶν σπουδαίων ἀνθρώπων βίου
In altre parole:
toppano alla grande
quando si mettono a descrivere, senza averne esperienza di prima mano, l’esistenza quotidiana di uomini e donne che a differenza di
loro lavorano seriamente.
Che è poi il grosso dell’umanità. Per questa stessa ragione - e invertendo il punto di vista -
non riesco a capire perché i tanti italiani che sputano letteralmente sangue per arrivare
alla fine del mese si mettano poi a leggere pseudo-analisi o raccontini mitologici di chi non sa niente non solo della vita altrui ma anche della propria; o per quale ragione - anche senza leggere e limitandosi a un ascolto per così dire passivo - si piazzino davanti alla
televisione e si divertano ad apprendere un mare di sciocchezze su ciò che li riguarda, sulla propria esistenza (che a questo punto verrebbe da pensare la conoscono meno di chi ne parla in forma tanto sciatta e dove tutto è
presente meno che il talento e il pensiero - e sarebbe un capitoletto dell'estetica: ciò che oggi viene percepito come bello o giusto).
C’è da dire che non c’è grossa differenza, nel giornalismo, tra donne e uomini: le
donne esercitano la professione con l'idea di esercitare quel potere che in passato era
loro negato, gli uomini per vanità e narcisismo. I peggiori sono ovviamente gli
uomini: ricordano, senza averne la grazia, i pavoni che aprono la ruota in un deserto (e sarebbe già un'immagine meravigliosa, quanto meno poetica). Ma in
entrambi i casi, uomini o donne, sono motivati dalla carenza di qualcosa. Un po’ come quando si dice:
è carente di vitamina B o C.
martedì 8 ottobre 2013
fiction italiane e Controriforma
La trama i
dialoghi le atmosfere delle fiction italiane sono in un certo senso da
Controriforma, una cosa di cui lo spettatore non si rende conto semplicemente
perché non è consapevole del ruolo che l'industria politico-televisiva gli fa
incarnare nel mondo attuale, un
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martedì 6 agosto 2013
la volgarità, il piccolo principe e i bamboccioni
Ciò che caratterizza l’Italia – ad esempio la Gran Bretagna è un paese dal forte carattere marziale, deciso, virile, che si parli di uomini o donne – ciò che caratterizza l’Italia è invece la somma volgarità: intesa nell’unica
accezione possibile di "totale mancanza di educazione e cultura"; e questa è una
caratteristica che in Italia non conosce distinzioni sociali: la si ritrova a uno stesso livello tanto tra l'aristocrazia quanto negli ambienti popolari, nei tristi gironi della borghesia quanto in quelli ancora più tristi della piccola borghesia. In più, come una ciliegina sulla crostata o sul millefoglie o Napoleon che dir si voglia, gli uni e gli altri si sono riconosciuti adesso tutti assieme in
quel poderoso livellatore del linguaggio che è Internet.
L’italiano, a qualsiasi classe sociale appartenga, semplicemente non sa prendere
le distanze dall’altro, non conosce il senso dell’ironia, come diceva l'americano Gore Vidal che in Italia abitò a lungo; e ha inoltre, sempre l'italiano, un senso dell’umorismo basato esclusivamente su rutti
peti e pernacchie, esattamente alla maniera in cui ci descrive Luciana Littizzetto; e vive e prospera, l'taliano, della curiosa idea di essere ammirato nel mondo solo perché è
italiano e perché Leonardo e Michelangelo erano italiani, e si dimentica che Leonardo, se ai suoi tempi fu amato come un dio, lo fu prima di tutto dai francesi e da Francesco I, non certo dagli italiani, che anzi gli intentarono
pure un processo per
immoralità (con accuse alimentate da sicofanti dell’epoca), per non dire poi che nel resto del mondo l'Italia non è assolutamente ammirata, cosa a cui può credere soltanto chi pur avendo viaggiato lo ha fatto con la classica fetta di prosciutto sugli occhi. Il povero italiano più che essere ammirato e invidiato è vittima consapevole di se stesso: da vent’anni non fa altro che alzarsi tutte le mattine al suono della stessa cantilena, lo stesso disco rotto: con l’avallo di televisioni e di giornali ipocriti della pseudo sinistra, ugualmente volgari come tutto il resto –
Repubblica, Huffington Post e Unità - non fa che ascoltare e leggere sempre e
comunque uno stesso nome, quello di quel personaggio che posando per la
foto di gruppo a Buckingham Palace urlò all’improvviso, a due metri dalla regina e tra lo sconcerto generale: “Mister Obamaaaaaaaa”,
come un bettoliere. Questa è l'Italia, non un'altra: Rita Levi Montalcini e pochi altri grandi nati italiani appartengono al resto del mondo non all'Italia, e se mi rimetto a pensare a quello che successe in un seggio elettorale di Roma, che tra l'altro è il mio, alla ultranovantenne Rita Montalcini, a cui un volgare elettore di destra intimò di fare la fila come tutti gli altri quando il presidente di seggio, vista l'età, voleva darle la precedenza, nonostante la Montalcini non avesse chiesto proprio un bel niente, allora mi viene il voltastomaco e non vado più avanti. Ma devo dire un'ultima cosa.
![]() |
| Ecomostro in Italia |
Riguardo ai bamboccioni
– termine applicato ai ragazzi italiani dall’ottimo Padoa Schioppa, che da
ministro dell’Economia quando si spostava in Europa per incontri ufficiali volava
soltanto con voli low cost senza che la cosa facesse notizia, anzi qualcuno lo prendeva
pure per i fondelli, e faceva invece notizia e folklore chi
riempiva gli aerei di Stato di cubiste e ruffiane e ruffiani e faccendieri –
riguardo i bambocci la situazione è drammatica: a trenta quarant’anni stanno
ancora a casa col padre e con la madre, e occupano lo stesso lettino di quando erano ragazzi, e
anzi non a quaranta ma ancora a venti se ne stanno in famiglia, cosa che per esempio in Gran
Bretagna sarebbe l’orrore degli orrori. La scusa, perché si tratta di scusa, è
che gli affitti sono alti e impensabili. Anche in Gran Bretagna o in Francia gli affitti sono
alti e impensabili, che vuol dire? Si condivide l’affitto se proprio si vuole prendere il volo.
Verrebbe da pensare al complesso di Peter Pan, l'eterno adolescente a trent't'anni suonati. E non sarà allora, è il caso di dirlo, che sono state proprio mammina o nonnina a educarti così: non solo a non insegnarti come ci si rifà il letto da soli ma anche a mostrarsi un po' troppo soddisfatte per questo figlio o nipote così maschio che lascia mutande e calzini sporchi e incrostati sulla sedia o per terra dopo l'ultima seduta in webcam invece che metterli con più rispetto in primo luogo per se stesso nella lavatrice? non è che sono state proprio queste tue due fate, col sostegno magari di qualche zia, come nelle Sorelle Materassi, a convincerti dell’idea strambissima di avere allevato un piccolo principe? E magari l’avessi letta l’operetta di Antoine de Saint- Exupéry, non dico gli scritti più maturi e arditi, per così dire, quando da aviatore sfidava l'Oceano (Terra degli uomini, Terra di Notte), ma proprio Il piccolo principe: avresti quantomeno trovato, tu trenta quarantenne che vivi ancora con papà e mammà, un dolce compagno che come te si stupisce della stranezza del mondo degli adulti.
Verrebbe da pensare al complesso di Peter Pan, l'eterno adolescente a trent't'anni suonati. E non sarà allora, è il caso di dirlo, che sono state proprio mammina o nonnina a educarti così: non solo a non insegnarti come ci si rifà il letto da soli ma anche a mostrarsi un po' troppo soddisfatte per questo figlio o nipote così maschio che lascia mutande e calzini sporchi e incrostati sulla sedia o per terra dopo l'ultima seduta in webcam invece che metterli con più rispetto in primo luogo per se stesso nella lavatrice? non è che sono state proprio queste tue due fate, col sostegno magari di qualche zia, come nelle Sorelle Materassi, a convincerti dell’idea strambissima di avere allevato un piccolo principe? E magari l’avessi letta l’operetta di Antoine de Saint- Exupéry, non dico gli scritti più maturi e arditi, per così dire, quando da aviatore sfidava l'Oceano (Terra degli uomini, Terra di Notte), ma proprio Il piccolo principe: avresti quantomeno trovato, tu trenta quarantenne che vivi ancora con papà e mammà, un dolce compagno che come te si stupisce della stranezza del mondo degli adulti.
giovedì 11 luglio 2013
Abelardo, Eloisa, il lavoro manuale e il giornalista
Ricordo che il mio professore di storia della filosofia medievale mi raccontava che da giovane studente a Parigi alla Sorbona, subito dopo la guerra, andò un giorno a cercare la tomba di Abelardo e Eloisa al Père Lachaise e la trovò praticamente
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lunedì 8 luglio 2013
Tacita democrazia, ellissi e manipolazione
Dice Tacito, nel libro quindicesimo degli Annali, che le persecuzioni dei cristiani volute da Nerone (usati anche come torce umane) facevano nascere nella cittadinanza un nuovo sentimento di
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martedì 11 giugno 2013
invidia
Più che nei versi 109-111 del primo canto dell’Inferno (o più che altrove in questa stessa cantica), una più realistica descrizione delle alterazioni psico-fisiche che l’invidia produce in un qualsiasi invidioso Dante l'ha data nel Purgatorio, e in particolare in quel passo in cui Guido del Duca con estrema precisione gli descrive ciò che ha potuto di questa affezione osservare in se stesso. È in effetti non facile dover ammettere che all'invidia sia stata riservata - è il senso di questo percorso che Dante le fa fare dall'Inferno al Purgatorio - una specifica forma di espiazione. Non sembrerebbe esistere, infatti, pena sufficientemente grande per chi si abbandona a questa bestia spirituale che modifica l’aspetto esteriore di un uomo o di una donna nel modo che tutti sappiamo:
Fu il sangue mio d'invidia sì riarso
che se veduto avesse uom farsi lieto,
visto m'avresti di
livore sparso
Non vi è individuo che fin dalla più tenera età non ne faccia esperienza, se sant'Agostino nelle Confessioni dice di aver visto un bambino guardare con penoso livore un altro bambino, suo fratello; e alberga, questa invidia, più nel mondo intellettuale e degli scrittori e degli artisti che in quello dell’uomo qualunque: le università ne sono pregne e anzi proprio chi nel mondo accademico, a giudicare dalle capacità e dalla non comune qualità del suo lavoro, dovrebbe esserne immune, appare roso dall’invidia fin nel midollo, ne è plasmato nella fisionomia, modificato nel colore, come nei versi di Dante. Lo stesso dicasi di tutti quegli ambienti dove strumento professionale è la parola: giornali e televisioni prima di tutto, ma anche di quei luoghi dove la parola dovrebbe essere preghiera: comunità monastiche, diocesane ecc.
Che l'invidia sia trattata in Dante così contraddittoriamente (una volta le fa infestare l’Inferno un’altra il Purgatorio)
non viene in realtà mai preso in considerazione nei tanti commenti inutili che i ragazzi
nelle scuole sono costretti a leggere. Eppure questa sorta di duplice localizzazione dell'invidia era forse l'unico artificio a cui il buon Dante - che dell'invidia fu vittima - avrebbe potuto ricorrere se voleva che l'intero impianto della Divina Commedia non gli crollasse addosso: perché se l’invidia l'avesse messa soltanto nell’Inferno, non ci sarebbero stati né Purgatorio né Paradiso: avrebbe dovuto fare un unico calderone di anime in pena.
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