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venerdì 16 settembre 2016

Ilio felice

la condizione infantile è forse l'unica capace di deviare gli attacchi del linguaggio, e quindi di qualsiasi ideologia. A un in-fante, a un senza-parola, il mondo appare necessariamente irrisolto: a ogni nuovo evento si potrebbe dire per lui: inventa est res quam nulla eloquentia explicare queat. Il vero eroe allora sarebbe colui capace di non apprendere mai nessuna lingua. Sarebbe un lunghissimo assedio, nessun esercito acheo potrebbe mai espugnare Troia: Agamennone, Menelao, Aiace, Ulisse, Achille, Licomede, Medonte, Patroclo, Palamede ecc.: nessun piccolo eroe acheo riuscirebbe a portare a termine il suo compito, e morirebbe di vecchiaia sul campo. La maggior parte delle opere che li vede protagonisti sarebbe inesistente, non ci sarebbe Odissea. Ma per chi è dentro le mura sarebbe non Babele felice ma Ilio felice.

domenica 12 ottobre 2014

L'inferno della continuità

La continuità (così come il dettaglio) nuoce alla narrazione. Risulterebbe noioso e, oltre alle sorprese, toglierebbe al lettore (come una parete interminabile e senza porte) la possibilità di infilarci o anticipare qualcosa di suo, salvo ovviamente dover poi fare i conti con ciò che effettivamente sarà. Ma è il narratore il dominus:

ἔνθα τοι οὐκέτ' ἔπειτα διηνεκέως ἀγορεύσω,
ὁπποτέρῃ δή τοι ὁδὸς ἔσσεται (M, 56-57)

così Circe a Ulisse circa la strada che dovrà prendere una volta passato il luogo delle sirene.

διηνεκέως continuamente,  senza soluzione di continuità: vedi l’italiano dall’inizio alla fine

La continuità (o persistenza) è d’altronde un mito e un’illusione della percezione, la ragione per cui l’individuo, guardandosi allo specchio, continua a vedersi sempre uguale a tutte le età. Ma senza la rottura di questo mito della continuità non sarebbe possibile nessun romanzo: le psicologie dei personaggi resterebbero immobili dall’inizio alla fine, poca cosa per una storia che si svolga nell’arco di poche settimane ma insostenibile a lungo termine. Ancora, ovviamente, il panta rei di Eraclito.