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giovedì 31 luglio 2014

L'autodidatta - storia di una tradizione e reati accademici

Il povero autodidatta assetato di conoscenza ( ma sono rimasti solo i pensionati nelle biblioteche a ricopiare nei  loro notebook interi brani su qualche personaggio storico amato - e forse non bisognerebbe chiamare autodidatti nemmeno questi, visto che ormai possono contare su quella paternalistica università della terza età) l'autodidatta di questo tipo non gode oggi di buona fama: non verrebbe invitato in televisione a parlare di Cartesio e non verrebbe minimamente "cagato" dagli addetti ai lavori, gli accademici, che lo sgamano subito, in genere dalla pronuncia “sbagliata” di una parola, di un termine, ad esempio Walter Benjamin pronunciato all'inglese. Io stesso, che pure non potrei dirmi autodidatta, nel senso che ho seguito le lezioni anche di nomi che andavano e vanno per la maggiore, e non solo al biennio di Fisica ma poi soprattutto in seguito a Lettere, venni colto in flagranza di reato accademico un giorno in cui (ero ancora studente) dissi, chiacchierando sull’autobus col professore di letteratura greca cristiana, Cibéle invece di Cìbele. “Anche lei!... ”, mi disse amareggiato, “Anche lei dice Cibèle!”. Forse allora, a vent'anni, mi suonava meglio. A rigore, secondo la pronuncia latina dovrebbe essere Cìbele, ammettendo la penultima breve. Ma la mia convinzione era e rimane ancorata al "buon senso", e sicuramente un "non autodidatta" e vanesio e snob come Cicerone, le parole greche che usava in latino le pronunciava alla greca, e tutte le parole greche che così venivano introdotte da altri colti o acculturati del tempo erano pronunciate secondo la pronuncia greca (nomi più comuni come Sòcrate, Demòstene, Aristòfane invece di Socràtes, Demostènes, Aristofànes come pronunciavano i greci, non posssono essere altro che frutto e retaggio di un uso di questi nomi al vocativo, che in greco ritirava l'accento, e in altri casi di un aritificio accademico fondato su ipotesi elaborate dalla tradizione grammaticale), così come oggi d'altronde (unica eccezione i francesi, che invece di dire Freud alla tedesca, come fa il resto del mondo, dicono Fred) un italiano che usa una parola inglese la pronuncia all'inglese, al massimo con un forte accento locale, softe invece di soft - il che tra l'altro indica che l'italiano, nonostante tutto, resta intrappolato fonologicamente nelle maglie della baritonesi latina (fenomeno più accentuato a Roma, dove parole come bar, gas eccetera diventano bare, gasse eccetera), e anche ai tempi di Cesare sicuramente non dicevano tot ma totte: totte capita totte sentenzia, una bella zeta sorda e dura al post di un balbettato ti di sententia.

Altro grave reato accademico in cui incappai da studente fu in occasione della seconda tesi, che dovetti scrivere in latino trattandosi di un’edizione critica, quando usai disgraziatamente hortor alla forma attiva: hortavit invece di hortatus est; cosa che – mi pare di averlo già ricordato in queste registrazioni - mandò su tutte le furie il correlatore, che oltretutto quel giorno era malato e s'era fatto sostituire. A essere onesti, l’avevo inserito di proposito, un pizzico di malizia, col puro gusto della provocazione. Credo che avessi in mente un uso tardo – quella forma si trova in certa tradizione di Petronio.

Eraclito (che tutti gli autodidatti pronunciano Eràclito) era autodidatta per orgoglio di nascita. Non ammette "il sapere" di nessuno al di fuori del proprio: spara a zero non solo contro i contemporanei e chi l’aveva preceduto ma anche contro i posteri. Omero, Senofane, Pitagora, Archiloco – per Archiloco anzi, che come lui era un feroce antidemocratico, prevedeva la verga: che venisse cacciato a suon di vergate dagli agoni poetici insieme al suo degno compare, Omero. Considerava se stesso la verità incarnata – non a caso amava, un po’ come Gesù, la compagnia dei bambini, che propose con sommo disprezzo dei suoi concittadini alla guida suprema dello Stato.

In tempi più recenti, poderoso autodidatta, "atleta della cultura italiana", come lo chiamava Contini, fu Benedetto Croce, che dopo aver seguito qualche lezione all’università tolse il disturbo, lo tolse cioè a se stesso.

Altro grande autodidatta – a parte gli anni di apprendimento delle lingue classiche, ma sempre seguito da mediocri precettori domestici – fu Leopardi, e non solo per le difficoltà di viaggi e sposatmenti. Con una biblioteca come quella del padre poteva benissimo restarsene a casa, tutt’al più spostava di qualche metro il  tavolinetto su cui studiava da un angolo all’altro della biblioteca, seguendo la luce del sole. Ma effettivamente sarebbe difficile immaginarsi un Leopardi che segue  le lezioni di un accademico. Avrebbe usato anche lui la verga se fosse capitato in qualche università e avesse sentito un qualsiasi professore aprire semplicemente bocca: quella stessa verga che Ranieri gli vide in mano a Napoli, un giorno che si apprestava a uscire per andare a bastonare qualcuno, per sua stessa ammissionepuò darsi il Tommaseo, il mediocre (o per lo meno mi piacerebbe pensare che pensarlo).

Autodidatta fu anche Bouffon: i parrucconi del suo tempo giustamente a'inchinarono al suo genio e lo nominarono membro dell'Accademia delle Scienze a soli ventisei anni.

Una cattiva conclusione, trovata in uno dei tanti forum dedicati alla cultura: la risposta di un forumer a un ragazzo che chiedeva se si pdiventare filosofi da autodidatti:

"Chi inizia da autodidatta, ammesso che abbia imparato a leggere (essenziale) alcuni testi non certo semplici, rischia di diventare un erudito, che è il contrario di un filosofo e di ogni intellettuale che abbia compreso che cultura è elaborare, connettere, associare, discernere"

Il che concorderebbe con quanto Diogene Laerzio parlando di Eraclito:

πολυμαθίη νόον ἔχειν οὐ διδάσκει· Ἡσίοδον γὰρ ἂν ἐδίδαξε καὶ Πυθαγόρην αὖτίς τε Ξενοφάνεά τε καὶ Ἑκαταῖον (ix, 1) 

una vasta erudizione non insegna ad avere acutezza: se così fosse l'avrebbe insegnata a Esiodo a Pitagora a Senofane e a Ecateo.

Ma il sottinteso di quel forumer è che si comprende cos'è cultura - cioè elaborare, connettere eccetera - solo se si seguono le lezioni di qualcuno, anche se questo qualcuno è un mentecatto - e bastava forse dire a quel poveretto che se postava simili domande non sarebbe comunque diventato un filosofo.

 E' curioso poi che proprio coloro che nelle università, a Filosofia, girano e rigirano come un pedalino e analizzano in tutte le salse il "conosci te stesso" che si leggeva sul tempio di Delfi, proprio costoro poi storcono il naso quando sentono parlare un autodidatta, magari anche intuitivo e geniale. Vorrebbero che sul quel tempio, invece di gnothi sauton, conosci te stesso, ci fosse stato scritto "conosci me stesso".
eccetera

giovedì 5 giugno 2014

tautologia, Cartesio e il Minotauro






In fondo una tautologia non è altro che una petizione di principio, la spiegazione di una proposizione fatta reclamando (richiedendo - petitio) tale e quale - o mediante una forma sinonimica - l'intervento di quella stessa proposizione. Senza averla quindi spiegata o definita ricorrendo a un qualche riferimento esterno.  E’ il cosiddetto circolo vizioso. Il meccanismo è lo stesso delle nevrosi ossessive e della coazione a ripetere, per come si definiscono nella psicanalisi freudiana – ad esempio un uomo cerca di risolvere una difficoltà ricacciandosi nella stessa difficoltà.

E’ sicuramente il dramma intravisto da Cartesio, il precipizio nei pressi del quale sa di muoversi o il tranello che mille e cinquecento anni prima gli era stato preparato dagli scettici seguaci di Agrippa, coi loro dialleli, che è un altro modo di chiamare le petizioni di principio:

"Si ha il diallele quando ciò che dovrà essere confermato riguardo alla cosa cercata ottiene garanzia della cosa cercata stessa." ( ὁ δὲ διάλληλος τρόπος συνίσταται, ὅταν τὸ ὀφεῖλον τοῦ ζητουμένου πράγματος εἶναι βεβαιωτικὸν χρείαν ἔχῃ τῆς ἐκ τοῦ ζητουμένου πίστεως).

O questo è almeno quanto si legge nelle Ipotesi pirroniane di Sesto Empirico (I, 169). Insomma io posso affermare, come i matti, di essere il re di Francia e dire: la garanzia del fatto che sono il re di Francia la do io e soltanto io. Che è quello che, a volte disgraziatamente per l'ignaro interlocutore, succede anche in alcuni film, come quando nel Marchese del Grillo, il marchese, vestito da plebeo e pescato a giocare a carte con certa teppaglia romana, al gendarme che lo vuole arrestare dice: "alt! io sono il marchese del Grillo e non posso essere arrestato che su ordine di sua Santità ecc.", e il gendarme, il bargello, risponde: "mecoioni! io so il comandante generale francese della piazza di Roma, amico intimo di Napoleone ecc.". Cartesio, che era un gran furbo, subodora la trappola degli scettici e dei gendarmi insofferenti di filosofia, e avendo bisogno di  dimostrare l’esistenza di una realtà esterna al pensiero, a un certo punto (così come sarà il capo della polizia a riconoscere il marchese del Grillo già arrestato dal bargello) taglia finalmente la testa al toro - o al Minotauro - e si munisce di un unico grande garante non più interno ma esterno, cioè Dio. Con buona pace di tutti.

sabato 7 dicembre 2013

il sesso, gli istituti di sondaggi e la paralisi del capitale




Charcot presenta il caso della grande isteria
                                          
Uno dei grandi meriti dell'industria sondaggistica è l’avere insegnato al mondo che il maschio pensa al sesso ogni due minuti. Si potrebbe intitolare - questo capitoletto della storia dell’umanità - il dramma vero del capitale, oppure la catastrofe del capitale, perché c’è da supporre, anzi da credere, che ogni volta che il maschio pensa al sesso,