giovedì 10 luglio 2014

Il caso Canella-Bruneri, il dna e gli occhi di Sciascia


Lo smemorato in manicomio e foto segnaletica di Bruneri


Sembra che ci credano. I giornali, voglio dire. Credono al dna come prova definitiva di qualcosa. Sarebbe interessante vedere questi cronisti, freschi di laurea (li si può ancora immaginare a farsela sotto nelle varie sessioni d'esame) sarebbe interessante, visto che hanno tutto il tempo e i mezzi che offre un grande giornale, una televisione, vederli domandare, almeno una volta nella loro vita, a questi cosiddetti "scienziati" (in realtà non sono altro che tecnici) se sia possibile da un semplice peto ricavare il dna di un individuo, o se invece la puzza non sia - come per il dna - già personalizzata e tipica, differente da persona a persona e da caso a caso, e se non siano quindi soldi sprecati quelli investiti in ricerche simili se dopotutto lo scopo è riconoscere semplicemente chi l'ha fatta, chi ha offeso le povere narici del prossimo, sull'autobus o su un treno della metropolitana, o anche in ascensore, chiunque l'abbia usato un attimo prima, e che come lo struzzo, contando sulle carenze della scienza, l'ha mollata.

Così il caso Bruneri-Canella, di cui i giornali oggi dopo ottant'anni, e dopo che Sciascia aveva già

mercoledì 9 luglio 2014

i sessantottini e l'epistassi



Il direttore di un giornale italiano on line, un ex sessantottina che adesso va giustamente a braccetto con i potenti della terra (leggi Arianna Huffington), vuol far capire al suo pubblico di twittisti e feisbucchisti, che lei è colta, che il suo giornaletto usa termini difficili, che il livello del suo impegno insomma è più elevato di quello che ci si era sempre immaginati, considerate tutte le foto di Belen e robaccia simile che ha fatto pubblicare fin qui. Utilizza, già nel titolo, a proposito dell’ispezione sul cadavere della povera Yara, il termine epistassi - da non confondersi con epistasi, che non c'azzecca niente, o, per restare in campo ematico e tanatologico, da non confondere con ipostasi, quegli arrossamenti dell'epidermide che incuriosiscono e inquietano chi per la prima volta assiste a un esame autoptico, o per dirla più volgarmente a un’autopsia. A differenza di lei, che un’autopsia non l’ha mai vista eseguire, che se ne sta a pontificare tutto il giorno dal suo ufficio, a dare e darsi l’impressione di essere intelligente, a illudersi di sapere qualcosa della vita. Che, duole dirlo - dirlo a me stesso, che sono molto più giovane - alla sua veneranda età non sa ancora cosa sia. E si serve, di conseguenza, di questi termini non tanto difficili quanto immemorabili, e lo fa sempre spiaccicandoti in faccia questi titoloni a caratteri cubitali, che di questo giornale sono il segno più evidente del ruolo etico che s'è scelto.

E in effetti, leggere epistassi, e leggerlo a caratteri giganteschi, bisogna ammettere che fa una certa impressione, e la fa senz'altro a me, che ormai qualcosina di greco dovrei masticare (anche se poi non mi pare si conoscano esempi di questo composto nell’antichità, quando sicuramente si sarebbe usato il più concreto στάξις ἀπὸ ῥινῶν αἵματος, cioè gocciolamento dal naso, come fa Ippocrate qui e lì nei suoi testi, e come farebbero ancora tutte le persone di buon senso). E’ quindi questa epistassi, questa brutta formazione del latino medievale (che a vederla stampata così in grande mi fa sorridere) non è altro, alla fine, che un urlo sterile lanciato da un compartimento stagno all'altro: gli strilloni e megafonisti di un tempo promossi ai piani alti: CI SONO ANCH’IO COL MIO GIORNALE! CI SONO ANCH’IO, GIULIANO!

il fanatismo dei tedeschi e la nemesi

La partita Brasile-Germania dei mondiali del 2014 ha mostrato, dei tedeschi, uno degli aspetti più tipici del loro carattere nazionale, che è anche l'elemento peggiore: il fanatismo. Per quanto Stendhal nei suoi Ricordi d'egotismo ne parli come di una nazione essenzialmente buona se paragonata all'inglese e alla francese, e per quanto in effetti si tratti di un popolo di indole spontaneista, molto più prossimo agli italiani di quanto non si pensi, riescono poi a offrire, in certi momenti della loro incredibile storia, questi spettacoli di puro, rigido invasamento, che più che suscitare ammirazione inducono ogni volta a riflettere. Non si continua mai, contro un nemico ormai psicologicamente provato, annullato sotto gli occhi del suo generoso pubblico, a infierire senza nessuna ragione: neppure quando i giocatori in campo, come si dice, vedono soltanto la rete avversaria (un po' come il toro che dovunque si giri vede il rosso - che non sia così, che non si vede solo e sempre la porta avversaria, lo dimostra l'esistenza del concetto di un gioco tutto di difesa, il cosiddetto catenaccio). Già un quattro a zero è un risultato che una squadra veramente forte dovrebbe essere in grado di gestire senza nessun problema, divertendosi anche, mettendoci pure un pizzico di perfidia, come magari farebbe il gatto col topo; un 7 a 1 è invece il segno dell'opposto: di una squadra vincitrice mediocre, invisibile sul piano umano (il calcio è uno spettacolo viscerale, mobilita sentimenti di massa), una squadra che sta giocando contro un avversario che nemmeno esiste (e tanto più è inesistente l'avversario tanto più forti si appare agli occhi dei merli). Non ci vuole molto a capire che la prossima finale - che sia l'Olanda o l'Argentina - vedrà il mondo schierato contro il fanatismo storico (hegeliano) dei tedeschi, il quale non aspetta mai altro che la prima occasione per rivelarsi sempre e nuovamente uguale a se stesso.

Così la semifinale Italia Germania dei mondiali del 2006 (ma lo stesso potrebbe dirsi della semifinale Italia Germania dei mondiali del 1970 in Messico, nominata la "Partita del secolo", o della finale dell'82 a Madrid) per quanto giocata, la partita del 2006, per centoventi minuti ad altissimi livelli da entrambe le squadre, fu il segno, negli ultimi due minuti dei supplementari, non della superiorità degli italiani (che sono da sempre calcisticamente i veri avversari dei tedeschi), ma di una nemesi storica che andò a stanare e a punire i tedeschi proprio nella loro terra - una vendetta che prima o poi arriva e che ti ricorda che per poter dire di aver vinto devi prima di tutto avere davanti un avversario vero, non degli zombi.






martedì 8 luglio 2014

la stupidità aiuta gli audaci



Non so quanto la fortuna aiuti gli audaci, di certo l’audacia impressiona gli stupidi.

La fortuna (nel bene o nel male) non è altro che il verificarsi di un evento inatteso. E’ inatteso perché non vengono previste tutte le possibilità. Maggiore è l’esperienza minore la possibilità che si parli di fortuna.

Un errore logico tradurre in Aristotele δύναμις (forza) con effetto, nella frase: αἱ γὰρ πολλαὶ μνῆμαι τοῦ αὐτοῦ πράγματος μιᾶς ἐμπειρίας δύναμιν ἀποτελοῦσιν (molti ricordi di uno stesso fatto realizzano la  f o r z a  di  u n a  esperienza). E in effetti sarebbe come invertire l’ordine della formula di Newton, F = ma, come se scrivessi: ma = F - la seconda forma è già derivazione di un processo logico. A chi sarebbe mai venuto in mente il chiedersi: vorrei sapere quanto mi dà il moltiplicare la massa per l’accelerazione?

Ciò che mi interessa è partire dall’intuitivo: il misurare l’intensità di una forza che osservo agire, fosse anche la caduta della mela sulla testa di Newton. Così potrò chiedermi che effetto può avere l’esperienza soltanto dopo aver fornito o riconosciuto all’esperienza una capacità, una forza di modificazione.

La fa ancora più distante dal vaso chi traduce il semplice forza di una esperienza con possibilità di compiere un'unica esperienza. Qui la forza dell'esperienza è andata completamente a farsi friggere, è diventata la forza dell'arbitrio di chi traduce.

domenica 6 luglio 2014

Gomorra contro Gomorra. Ancora sulla spiegazione



Semplicemente una rima: Gomorra/Camorra. Ma la scelta è arbitraria. Se l’autore, come ci si aspetta, ha tenuto presente la Bibbia e i suoi vari riferimenti a Gomorra, a quale Gomorra allude? Alla prospera Gomorra (ormai un pallido ricordo) un po' prima della sua distruzione? Oppure a Gomorra nell'attimo stesso in cui viene distrutta e annientata da un apocalittico fuoco divino che si abbatte sulla perversione e corruzione di tutti i suoi abitanti? (è noto il "giochetto" che Abramo propone a Dio sul numero effettivo dei perversi e corrotti esistenti a Sodoma, città gemellata con Gomorra). Oppure allude alla città già ormai distrutta e materialmente inesistente, come è appunto il caso di quasi tutti i

venerdì 4 luglio 2014

Il rosso e il blu. Lingua e galera





Burning Blue, titolo di un recente film americano: la storia d’amore tra due piloti dell'aviazione navale negli anni precedenti il periodo clintoniano, l’amministrazione Clinton, che cercò di cancellare le norme antiomosessuali in vigore in ambiente militare e si finì invece per adottare la politica dello struzzo: don’t ask don’t tell ( se sei omosessuale, uomo o donna, tientelo per te e noi, vertici militari, non ti rompiamo i c. – "promessa", tra l'altro, da marinaio).

Sempre sull'espressione burning blue.  E' un tipico ossimoro, nel caso del titolo del film perfino inevitabile dati i legami altamente esplosivi di cui il film racconta (Les liaisons dangereuses è giustamente uno dei libri più disseminati di ossimori, compreso il titolo). Un ossimoro per chi ce lo sa vedere, per chi ha visto o immagina una storia d’amore tra due uomini, due ragazzoni sposati, freddi, algidi (o che dovrebbero esserlo), e che dovrebbero solcare i cieli a velocità supersoniche e far bruciare il freddo blu dei cieli con la loro passione.

Ancora su burning blue. D'altra parte il cielo è sempre più blu e freddo. Nessuno riuscirebbe

l'abbraccio e la paura



L’abbraccio tra due delinquenti, due spietati killer, due pericolosi malavitanti non è il segno di un residuo granello di umanità: semmai, caratteristica più propria all’umanità è l'essere feroce, spietata. L’abbraccio, i baci, le manifestazioni di affetto tra due criminali non sono altro che il segno di una paura che cova, il pegno di un legame di protezione. In altri termini è pura retorica. Opera continua di persuasione.

Lo stesso può dirsi dell’abbraccio in generale, dei baci, delle manifestazioni di affetto tra parenti, amici. Sono semplicemente un simbolo. La sostituzione di un linguaggio, quello delle emozioni, con un altro, quello gestuale rappresentativo di queste emozioni. Il simbolo della strutturale debolezza biologica dell’individuo, e della sua conseguente fragilità emotiva. Quindi la manifestazione sociale della sua piena solitudine. Paradossalmente è meno solo chi è solo (ma con se stesso) che chi partecipa di un legame affettivo: costui non è né solo né "non solo". Se così non fosse, l’individuo non avrebbe bisogno di sentirsi rassicurato e di rassicurare. L’abbraccio, i baci, sono la manifestazione di un’isteria. Dell’essere pietrificati di fronte all’incertezza. Sono il segno del limbo perpetuo nel quale si muove l’individuo: non si è né all’inferno né in paradiso.

L’amicizia è un rito apotropaico, il cui scopo sarebbe lo stesso del corno portafortuna che usano i napoletani.

I popoli caratterialmente più marziali sono quelli che si sottraggono, fin che possono, alle manifestazioni di affetto – vedi ancora oggi gli inglesi. O vedi un atteggiamento tipico delle loro classi dirigenti, dell'establishment: "sono stato educato così,  a nascondere i miei sentimenti". E questo, a sua volta, è pura tattica.

giovedì 3 luglio 2014

Il caso Meredith Kercher. Lapsus e subordinate






“A nostro parere non c'entrano nulla né Amanda né Raffaele - aggiunge l'avvocato - ma non possiamo non rilevare una subordinata: nell'ipotesi, che non crediamo possibile, vi siano troppe anomalie riguardo Amanda, allora non bisogna estenderle in automatico anche a Raffaele”.

Queste affermazioni riportate da Repubblica, queste esternazioni del legale di Raffaele Sollecito avrebbero fatto drizzare, in tempi nemmeno troppo distanti, i capelli anche al più piccolo azzeccagarbugli di questo Paese, il quale azzeccagarbugli non avrebbe ignorato

L’uomo sempre arcaico. Nota su Wittgenstein etico II





“Wenn von der Majestät des Todes ergriffen ist, kann dies durch so ein Leben zum Ausdruck bringen. – Dies ist natürlich auch keine Erklärung, sondern setzt nur ein Symbol für ein anderes. Oder: eine Zeremonie für eine andere.”

(Chi è afferrato dalla maestà della morte può portare a espressione "questo" [la maestà della morte] attraverso una vita simile. – Q u e s t o naturalmente non è una  s p i e g a z i o n e  ma pone soltanto un simbolo al posto di un altro. Oppure: una cerimonia al posto di un’altra).

Questa osservazione di Wittgenstein, nelle Note al Ramo d’oro di Frazer, dove si riferisce a un modello di vita che fai conti tutti i giorni con la sacralità della morte, potrebbe essere considerata una

martedì 1 luglio 2014

divina sordità di Beethoven e il fascismo






La prima cosa che m'è venuta in mente, o la prima domanda che mi sono posto, leggendo che gli euroscettici hanno voltato le spalle all’Inno alla Gioia di Beethoven, all’apertura dei lavori dell'appena eletto Parlamento europeo, è come si possa fare materialmente (come hanno fatto loro) a voltare le spalle a dei suoni: voglio dire, dovunque ti giri caschi male, ce li hai sempre, volente o nolente, nelle orecchie, intelligentone che non sei altro. E sono suoni, quelli, che ti sotterrano. La seconda cosa che mi viene in mente è che gli attivisti dell’estrema destra,