martedì 24 giugno 2014

Vasi comunicanti. Scienza e tremore in corte d'assise







Quando si gestisce la cosiddetta azione penale, in particolare in fase istruttoria, cioè in quei momenti durante i quali col codice di procedura alla mano gli inquirenti raccolgono prove che il pubblico ministero poi utilizzerà per chiedere il rinvio a giudizio (le stesse che serviranno eventualmente in aula contro la difesa), non dovrebbero certo essere gli  indizi a corroborare le lacune della scienza, semmai il contrario. In entrambi i casi è evidente che in un qualsiasi processo indiziario non ci sono e non ci saranno mai certezze. Dire che il tale test del dna, se anche contiene un elemento di errore non può lasciare dubbi all'accusa in quanto ci sono poi gli altri indizi a corroborarne la validità, non significa altro se non che tale conclusione fa, sul piano formale, acqua e arriva al massimo a dimostrare uno spaparacchiato pressappoco, quel pressappochismo di cui gli italiani sono maestri nel mondo (il colpevole è pressappoco questo ... il colpevole è “praticamente” questo - vedi il mio post precedente).

La questione può essere anche facilmente (ac)quantizzata, cioè allegata come somma. Se la probabilità che  un certo indagato non sia l’autore di un reato è zero virgola zero zero zero zero zero zero zero zero qualcosa e se perciò non esiste "assoluta certezza" (il dire “assoluta certezza” è già una boiata logica e se ci fosse veramente certezza non si capisce per quale ragione venga fornito un margine di errore, infinitesimale quanto si voglia) e se gli indizi ugualmente per loro natura concorrono allo stesso modo con degli zero qualcosa, allora sommando tutti questi zeri, lo zero della “prova scientifica” e gli zeri degli indizi, il risultato è sempre zero. Zero più zero fa ancora zero, anche se fa qualcosa

Il colpo definitivo ai fenomeni di malafede della scienza, alle tanto sventagliate “certezze” della scienza (che dal momento che vengono platealmente ostentate non sono per niente certezze), arriva poi dalla confessione dell’indagato, che alla fine, stanco di lottare, dice: sì, sono stato io! In effetti la sicumera dei sacerdoti  e apostoli della scienza e della prova scientifica è tale che anche in questo caso, in cui la scienza non ha avuto nessun merito, non esiterebbero a rivoltare la frittata di uova di struzzo e a considerare la confessione (da cui stranamente proviene attestato di certezza alla prova scientifica) non come prova della “fasullita” del concetto di certezza scientifica ma come dimostrazione che la prova scientifica era "così" certa da far tremare perfino l'indagato, da costringerlo a confessare.

in scientiam versus. il diritto che zoppica






C’è un magistrato italiano - un procuratore della Repubblica, neanche un sostituto fresco di concorso ma proprio il capo di una Procura - che va affermando che “La nostra è una certezza processuale basata su prove scientifiche praticamente prive di errore”. Il che, detto e ascoltato così, è già un’emerita  scemenza, una boiata lessa, e qualcuno dovrebbe dirglielo.  E’ tanto una scemenza che perfino i periti che lavorano e hanno lavorato al caso che lo interessa hanno dovuto dare i risultati con un evidente margine di errore, piccolo quanto si vuole ma ineliminabile.

Mi ricordo il biennio di fisica, che feci a Roma, alla Sapienza, prima di passare non so più se a miglior lidi, a lettere classiche. Uno dei corsi del primo anno era Sperimentazioni di fisica 1, detto volgarmente da noi studenti “Fisichetta”. A parte le lezioni in aula, si passavano molte ore in laboratorio a fare misurazioni – soprattutto il diametro di palline da ping pong, la sezione di aghi e di altre cianfrusaglie simili, il tutto per poter imparare poi ad applicare le formule della cosiddetta teoria degli errori. Non esistono proprio misurazioni senza errori, nemmeno nella fisica atomica o nucleare. E il principio di indeterminazione di Heisenberg dice addirittura che di due famose grandezze, tanto più precisamente vorrò misurarne una tanto più incerti saranno i risultati della misurazione della seconda

Inoltre qualcuno dovrebbe riferire a questo magistrato che dire “praticamente prive di errore” è un'ulteriore boiata logica all’interno di una boiata concettuale: un qualcosa (una formula, una proposizione, un'analisi ecc.) è sempre o semplicemente privo di errore o ne riflette almeno uno. Non è ”praticamente” privo di errore.

lunedì 23 giugno 2014

En attendant Godard. Il paese di Acchiappacitrulli e il presente perpetuo





En attendant Godot, aspettando Godot, aspettando l’autobus alla fermata di via Veneto a Roma all’imbocco da piazza Barberini, alle otto di sera, il giorno dopo il solstizio d’estate, i giorni più lunghi dell’anno, con ancora quindi parecchia luce. Improvvisamente, facendo un gran casino come se dovesse passare la regina di Spagna, due motociclisti dei carabinieri si materializzano scortando una macchina di uno dei tanti papaveri governativi italiani. Mi ha fatto subito pensare a quel capitolo di Pinocchio, il Paese di Acchiappacitrulli, con le gazze ladre che

lunedì 9 giugno 2014

lo sport la maleducazione e la scultura






Ci sono dei grandi atleti il cui comportamento in campo è in alcune circostanze così oggettivamente stomachevole da suscitare ripulsa non solo nello spettatore comune ma accese contestazioni pure in un pubblico meno prevenuto. Il passato meno recente appare forse non tanto ricco quanto il presente in tali figure. Eppure uno degli atleti più "maleducati" di cui si sia mai avuto notizia fu proprio John McEnroe, a cui oltre ai tanti premi, meritatamente conquistati, sarebbe dovuta andare anche la palma del mancato fair play. Tolti, tuttavia, quei suoi gesti leggendari e poco "sportivi" dettati unicamente dal suo carattere irascibile, di bambino capriccioso e già arrogante – il fatto che il padre fosse un militare ha forse ha avuto un ruolo determinante  – tolti quei gesti così eclatanti come l’abbandono del palco della premiazione al Roland Garros nel 1984, quando venne battuto inaspettatamente da Lendl (abbandono del palco con cui si guadagnò una sonora gragnuola di fischi dal pubblico immenso e attentissimo di Parigi), oppure quei gesti "insopportabili" all’interno di uno stesso incontro come le offese a un giudice di linea, le parolacce all’arbitro e la distruzione della racchetta all’Australian Open del 1990, che lo fecero incappare nella cosiddetta regola delle three code violations e nella conseguente infamante squalifica in campo, Mc Enroe, questo mancino creatore di stile, resta probabilmente il più grande tennista di tutti i tempi.



Lo vedevo quand'ero poco più che ragazzino a Wimbledon nel 1977 e continuo a vederlo ancora oggi nei filmati che si hanno di lui. E le mie reazioni di adesso sono le stesse di allora. Quella sua tremenda mitica torsione lombare - che gli permetteva al servizio una battuta mozzafiato durante la quale, conservando i piedi parallelissimi alla linea di campo, riusciva a offrire completamente le spalle alla rete - continua a suscitare in me la più grande delle emozioni che possa darmi la vista di un corpo umano in tensione. La stessa cosa potrei dire delle sue famose risposte d’attacco, le volées micidiali, i suoi inconfondibili passanti lenti, il suo serve and volley (oggi quasi esclusivamente rimpiazzato dai noiosi scambi da fondo campo), i suoi rovesci in risposta ai servizi, quando con indescrivibili balzi in avanti si levava a mezzaria.

volée di McEnroe dopo il servizio (serve and volley)


 Il “maleducato” McEnroe, non era adatto a un pubblico dalle orecchie troppo sensibili, o quantomeno bisognava guardarlo mettendosi  i tappi o con l’audio del televisore escluso. Allora si sarebbe, questo pubblico troppo sensibile, potuto godere senza fastidi uno dei più grandi spettacoli scultorei che abbia dato il mondo dello sport.

Talento nello sport. Il maschio e la superstizione




Rafael Nadal - photo www.rafaelnadal.com


Vedere lo spagnolo Rafael Nadal, vera leggenda tennistica, dotato di un atletismo che lascia letteralmente di stucco, che emoziona come pochissimi giganti del tennis nella sua straordinaria e inarrestabile fisicità, nei suoi improbabili salti da una zona all’altra del campo catturati nell’attimo della loro totale fissità, trionfatore per la nona volta al Roland Garros, vederlo eseguire ogni volta che è alla battuta - e prima che lanci la palla in aria - lo stesso “gesto apotropaico composto” (toccarsi l’orecchio sinistro poi il naso poi l’orecchio destro poi ancora il naso) oppure andarsene immancabilmente negli spogliatoi tra un set e l’altro, oppure dare due morsi alla stessa banana tra un gioco e l’altro,  tutto per scaramanzia, per paura che le cose non vadano esattamente nel verso giusto, vedere tutto questo, oltre che togliermi qualcosa di quella innegabile emozione che in un primo tempo registro, oltre che infastidire il me spettatore, quasi che il pubblico debba essere grato a quei suoi gesti più che alla bravura, può dare un’idea abbastanza buona di come il grande talento si nutra essenzialmente di nevrosi.

Novak Djocovic


Djocovic, altro grande campione, il suo antagonista serbo nella finale al Roland Garros, appariva al contrario, un vero maschio, un vero guerriero: il volto immobile, lo sguardo, i gesti sempre controllatissimi – salvo quando lancia, in un caso, rabbiosamente, violentemente la racchetta per terra dopo un errore e la fa a pezzi. E tuttavia, Djocovic non emoziona come Rafael Nadal.