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mercoledì 17 luglio 2013

simulazione di malattia, politica e demenza senile



È curioso come gli uomini - ma in questo senso anche le donne, perché se è vero che è più tipico degli uomini il rimbambirsi con l'età non mancano poi manifestazioni di cedimento anche nell’altro verso, come è il caso di una mia zia che recentemente ha domandato a mia sorella se sapeva se io fossi a conoscenza di essere il figlio di mia madre; una domanda che, a voler fare l'avvocato del diavolo, non sembrerebbe nemmeno troppo campata in aria e anzi parrebbe reggersi addirittura su un paio di buone ipotesi gnoseologiche: che mia zia sospetti che io sia nato scemo e che non sia mai riuscito a far mio il noto esametro virgiliano, incipe parve puer risu conoscere matrem ("inizia o piccolino a conoscere tua madre dal sorriso"); oppure che abbia voluto proporre a mia sorella un suo più ardito uso della tautologia, metterla alla prova, testare la sua preparazione in logica e in retorica (Totti avrebbe semplicemente detto: 'a madre è sempre 'a madre) - ma dicevo è curioso come gli uomini e le donne tendano a dimenticare; e non solo con l’età ma pure da giovani e anche nel giro di cinque minuti e da un istante all'altro; e credo sia un merito della psicologia sperimentale dell’Ottocento (se le mie vecchie letture non mi ingannano) se l’oblio viene oggi considerato strutturale all’esistenza umana; diversamente non ci sarebbe possibilità di attività intellettuale, la vita sarebbe insopportabile se la mente non si liberasse mai di un certo pensiero, come avviene quando ci si fissa su qualcosa (e detto en passant, senza l'oblio non sarebbe stata possibile nemmeno l’opera di Proust). Non sembrerebbe dunque esserci altra spiegazione plausibile del ripetersi di errori e di altre manifestazioni del rimbambimento umano se non il presupporre l'intervento di una semplice causa ontologica più che organica, visto che da almeno duemila e cinquecento anni l’Occidente fa i conti, nelle persone sane di ogni età, con gli stessi fenomeni, gli stessi comportamenti, le stesse reazioni; e così anche nei casi più evidenti di simulazione di un dolore, di una malattia, di un'invalidità: di chi ci prova sempre e nuovamente facendola ogni volta franca.

Galeno, sommo medico di Pergamo, scrisse un lavoretto intitolato: In che modo scoprire chi pretende di star male, elaborato in una gustosissima e precisa lingua greca del II secolo dopo Cristo, tutta attenta alla terminologia: un sicuro antecedente di tante future e lontane opere e operette di argomento medico legale. E leggendo questo scritto - l'equivalente di un articolo scientifico dei nostri giorni - viene da domandarsi come sia possibile, con tanti esempi che già Galeno ai suoi tempi forniva e che dimostrano che da che mondo è mondo il mondo è sempre stato lo stesso, che ci siano ancora non tanto dei politici che simulano sciatalgie e otiti per sottrarsi al giudizio di un tribunale, quanto che ci siano dei gonzi che ci credano. Dice per esempio Galeno che c’era ai suoi tempi perfino chi simulava di avere sangue nei polmoni; bastava procurarsi un taglietto nella gengiva: si simulava una forte tosse e quando si avevano gli occhi di tutti puntati addosso si sputava per terra (os kàtothen aninegménon éma - e era come se il sangue arrivasse dal basso). E il gioco era comunque fatto. Immagino – Galeno non lo dice – che il mondo degli schiavi fosse pieno di questi poveri cristi, di chi cercava in questa maniera di sottrarsi a castighi e fatiche sovrumane. Eppure la favola, dopo duemila anni, continua, e io stesso sono forse il primo tra i tanti milioni di gonzi a credere ancora un po' troppo spigliatamente a quello che mi si dice, e se non proprio a quello che dicono i politici, ai quali non darei credito nemmeno se mi ammazzassero, senz'altro in tantissimi altri casi di simulazione di cui esistono notevoli esempi fin dall’antichità, tutti ben conosciuti e trasmessi di generazione in generazione, per usare un’espressione tanto cara ai salmi. Invece niente. Ogni volta l’individuo fa tabula rasa. Ricomincia da capo: un po' per quello che si è detto dell'oblio, un po’ perché la definizione di demenza senile andrebbe rivista e i tempi dell'insorgere della malattia anticipati di molto, e un po’ per noia: perché se l’uomo non si accorgesse che lo fanno fesso ogni secondo non si divertirebbe e troverebbe la vita veramente insopportabile. Una specie di teatro continuo, insomma. Di cui lo zimbello è l'uomo stesso.

   

domenica 14 aprile 2013

La fama, quel diavolo di Totti ...


                                          Enrico Crespi, In chiesa


Tempo fa sono andato all’Olimpico a vedere una partita della Roma, la mia squadra del cuore, per quello che questo oggi può significare: di sicuro lo era quando da piccolo, uno scalmanato lupetto, andavo coi miei compagni a fare tutto il casino possibile in Curva Sud. Per la prima volta, invece, fatto entrare da un amico fotografo, sono andato guardarmi la partita in Tribuna Monte Mario, la tribuna dei ricchi, dei vip, delle autorità, dei non paganti - anche questo uno spettacolo a suo modo interessante, ma che non potrà mai apparire di un qualche valore se non perché in realtà ci sarà sempre per contrasto l'altro: lo spettacolo per antonomasia, quello che si ha uscendo sulle gradinate della Tribuna Monte Mario e guardando subito a destra. Questo cambio di prospettiva, avvenuto dopo tanti anni, mi ha fatto cioè prendere atto di un fatto semplice e insospettato: di quanto molto più grandiosa, anche inquietante, appaia la mitica Curva Sud se vista dall'esterno. In uno stadio non particolarmente pieno, la Curva era quella sera letteralmente impacchettata, non c'era spazio nemmeno per respirare .

Un po’ prima della partita i giocatori dopo aver fatto il solito tretching hanno preso a lasciare il campo, per tornarsene qualche minuto negli spogliatoi prima della chiamata finale, passando praticamente a una ventina di metri dalla Curva. Non si percepiva niente, nessuna visibile alterazione negli spalti mentre abbandonavano tranquilli uno dietro l'altro il campo. Ma nello stesso momento in cui anche lui, Totti, che stava finendo un esercizio a centro campo, ha cominciato a correre verso i tifosi e verso l'uscita, che è da quella parte, la Curva è letteralmente esplosa.

Totti è già anziano, come giocatore, ma è ancora un mito per i suoi tifosi, ma come lo sarebbero Del Piero o Inzaghi per i loro. In questo, i più grandi calciatori, pur in epoca di sponsor e di immagine, continuano a sostenere quel patto che c’era nell’antichità tra il singolo e le grandi masse: sul semplice gesto di un grande oratore o di un grande atleta si scatenava il delirio. Pure non è la stessa cosa. La fama oggi è semplicemente costruita dal marketing: non precede più grandiosamente un qualsiasi personaggio, non lo annuncia: si limita a seguirlo ironicamente. Di lui si sa ormai troppo: se ne conosce l'aspetto, l'altezza, il colore degli occhi, i tatuaggi, se ne conoscono perfino i colori dei peletti del fondoschiena. Ben altra cosa dalla fama di una delle più grandi star della Storia, Leonardo da Vinci, che torna a Milano anziano e tra gli studenti seduti a copiare il Cenacolo si sparge improvvisamente la voce che il "maestro" stava entrando in quel momento nella sala: un crescendo d'orgasmo per ciò che nessuno conosceva, che nessuno aveva mai visto – chi sapeva, tra i poveri mortali, com’era fatto Leonardo?

Ma Leonardo forse era di pasta veramente divina se da vecchio, mentre sta per inginocchiarsi e ossequiare come tutti gli altri Francesco I gli viene impedito, lo stesso re si lancia inqueito, lo solleva lui stesso: “su su, padre mio”, e se lo tiene affettuosamente stretto. E stiamo parlando, ovviamente, del re di Francia, che è come dire Dio in terra, per quei tempi. La fama precedeva Leonardo, cioè  la notizia o la conoscenza diretta delle sue opere.

                                          Leonardo, autoritratto

Si racconta che un giorno a Milano, nel milleottocento e passa, entrò da Ricordi uno sconosciuto. Senza dire niente andò a sedersi a uno dei pianoforti in esposizione e cominciò a suonare un pezzo qualsiasi, velocissimo, un virtuosismo folle. Il vecchio Ricordi si avvicinò al commesso, rimase un po' a guardare lo sconosciuto poi disse: “costui se non è il diavolo è Liszt”. Era appunto il grande Liszt. La fama l’aveva  ancora una volta preceduto.  

                                                     A. J. Lorentz, Caricatuira di Liszt