Come esergo a tutta la "storia dell'umanità intellettuale" (è storia solo quella che si impone perché ne ha i mezzi) può valere quanto dice da qualche parte Wittgenstein:
Anche esprimendo falsi pensieri sfacciatamente e chiaramente si può guadagnare moltissimo.
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mercoledì 13 gennaio 2016
domenica 5 aprile 2015
Practicing deceit
While skimming one of Gombrowicz's books I stumbled over this
sentence by Zeromski : 'It is impossible to fight with what the soul has chosen.' Like a vast amount of so-called aphorisms this Zeromski thing is total shit, unless one means by it that the necessary existence of the soul, with all
its hypothetical qualities, has been proven, which is not the case. The Internet bazaar (Twitter nd Facebook) is crowded with such nonsensical items. One fashions an idea to produce logical monsters, there is nothing wrong with it, of course, such intellectual dishonesty is not intended to harm or get unfair advantage. Still the result is a practiced deceit. Sentences can be
nonsensical yet they allow a certain understanding of ourselves (see on this, Wittgenstein, Tractatus).
sabato 28 febbraio 2015
fanatismo contro fanatismo. Il modello di scarpe
Non esiste un confine tra "fanatismo" e "non fanatismo": sono due facce (e fecce) della stessa medaglia. Al fanatismo dell'estremismo islamico ( nel '500 per esempio è il fanatismo del Cattolicesimo) corrisponde il fanatismo della scienza. Ha fatto più morti la pseudo scoperta del virus hiv, che non è stato mai isolato secondo standard procedurali (protocolli) accettati dall'intera comunità scientifica (non è possibile fornire un solo studio decente in questo senso nonostante le immagini al microscopio di un certo "retrovirus" - il problema è il funzionamento di un virus o retrovirus, non l'esistenza, o meglio, l'esistenza comporta sempre un funzionamento, un meccanismo, che può essere anche l'immobilismo, così come quando dico che un certo individuo ha preso il volo: lo posso dire solo perché conosco l'uso che viene fatto del verbo volare a seconda delle situazioni) di quante non ne (h)abbia fatte in questi giorni il delirio del fanatismo islamico. E' come avere un solo paio di scarpe: possono essere sporche o lucidate a specchio. Le scarpe sono le stesse. Sempre che non si voglia dire che un paio di scarpe sporche, nel momento in cui le lucido, non sono più la stessa cosa.
domenica 12 ottobre 2014
L'esondazione a Genova, la stupidità umana e i francesi
Quello che è successo a Genova in questi giorni può significare due cose: o che contro le forze della natura non si può fare niente oppure che l'umanità è sempre più vittima della sua stupidità.
Il problema non è l'aver stabilito, come vuole Wittgenstein, che se la gente non facesse cose stupide niente di intelligente verrebbe mai fatto: la questione è il saper calcolare la percentuale di cose stupide e di cose intelligenti che vengono ogni giorno dette e fatte. Se infatti le cose stupide fossero in misura minore di quelle intelligenti l'intelligenza prenderebbe facilmente il sopravvento fino ad annullare completamente la stupidità. E' vero quindi il contrario. L'umanità è condannata alla stupidità senza possibilità di resto. I francesi, sempre superiori agli altri in questo genere di calcoli e discussioni, hanno trovato brillantemente, per indicare la stupidità, il termine che più le si addice da un punto di vista umano: bêtise, comportamento o pensiero da bestia. Basterebbe farsi, credo, un giretto nel Larousse, o nel Littré. La bêtise è prima di tutto la più grande delle cose immense:
L'"idozia" umana è un abisso senza fondo, e l'oceano che vedo dalla finestra mi pare in confronto ben piccola cosa
(La bêtise humaine est un gouffre sans fond, et l'océan que j'aperçois de ma fenêtre me paraît bien petit à côté [Flaubert, Correspondence, 1875 - e credo, se non ricordo male, che si tratti di una lettera al suo amico Edmond Laporte, che lo aiutava in tutto, forse anche ad andare di corpo, e che Flaubert affezionatamente chiamava la sua soeur de charité - la sua Dama di san Vincenzo, quando non lo chiamava direttamente El Bab, traduzione araba di Laporte].
Ma incalcolabile è pure il numero di sciocchezze che albergano perfino nei pensieri di una persona intelligente:
Le nombre de bêtises qu'une personne intelligente peut dire dans une journée n'est pas croyable (Gide, Journal, 1940).
(Il numero di sciocchezze che una persona intelligente è in grado di dire in una giornata è incredibile).
Nel Diario dei Goncourt si era più realistici riguardo alle dimensioni, meno visionari di Flaubert: la si connette, la stupidità, a un'idea di possesso, al costruire (giustamente in quegli anni a Parigi si costruiva molto: tutto veniva raso al suolo per lasciar spazio ai grandi boulevards delle moderne democrazie):
Il y entre de prétendues idées fortes, qui font dire aux plus intelligents des bêtises grosses comme des maisons (E. et J. de Goncourt, Journal,1871).
(Entrano [nel cervello] delle idee a cui si dà il titolo di "idee superiori" che fanno dire ai più intelligenti delle stupidità grosse come delle case).
Ma per gli intellettuali, per i politici che sembrano sempre saper parlare, articolare i loro pensieri come se fossero appena usciti dalla stanza della maestrina, così come per la maggiornaza disarticolata sempre pronta a bersi tutto ciò che lo sciocchezzaio della politica mondiale produce e offre nessuno forse meglio di Rabelais, col suo bel francese del Cinquecento, con la sua contorta grafia, cadrebbe a proposito:
Je ne sçay quoy premier en lui je doibve admirer, ou son oultre cuydance ou sa besterye (Gargantua, 1, 9)
(Non so che cosa posso ammirare di più in lui, se la sua presunzione o la sua idiozia).
Il problema non è l'aver stabilito, come vuole Wittgenstein, che se la gente non facesse cose stupide niente di intelligente verrebbe mai fatto: la questione è il saper calcolare la percentuale di cose stupide e di cose intelligenti che vengono ogni giorno dette e fatte. Se infatti le cose stupide fossero in misura minore di quelle intelligenti l'intelligenza prenderebbe facilmente il sopravvento fino ad annullare completamente la stupidità. E' vero quindi il contrario. L'umanità è condannata alla stupidità senza possibilità di resto. I francesi, sempre superiori agli altri in questo genere di calcoli e discussioni, hanno trovato brillantemente, per indicare la stupidità, il termine che più le si addice da un punto di vista umano: bêtise, comportamento o pensiero da bestia. Basterebbe farsi, credo, un giretto nel Larousse, o nel Littré. La bêtise è prima di tutto la più grande delle cose immense:
L'"idozia" umana è un abisso senza fondo, e l'oceano che vedo dalla finestra mi pare in confronto ben piccola cosa
(La bêtise humaine est un gouffre sans fond, et l'océan que j'aperçois de ma fenêtre me paraît bien petit à côté [Flaubert, Correspondence, 1875 - e credo, se non ricordo male, che si tratti di una lettera al suo amico Edmond Laporte, che lo aiutava in tutto, forse anche ad andare di corpo, e che Flaubert affezionatamente chiamava la sua soeur de charité - la sua Dama di san Vincenzo, quando non lo chiamava direttamente El Bab, traduzione araba di Laporte].
Ma incalcolabile è pure il numero di sciocchezze che albergano perfino nei pensieri di una persona intelligente:
Le nombre de bêtises qu'une personne intelligente peut dire dans une journée n'est pas croyable (Gide, Journal, 1940).
(Il numero di sciocchezze che una persona intelligente è in grado di dire in una giornata è incredibile).
Nel Diario dei Goncourt si era più realistici riguardo alle dimensioni, meno visionari di Flaubert: la si connette, la stupidità, a un'idea di possesso, al costruire (giustamente in quegli anni a Parigi si costruiva molto: tutto veniva raso al suolo per lasciar spazio ai grandi boulevards delle moderne democrazie):
Il y entre de prétendues idées fortes, qui font dire aux plus intelligents des bêtises grosses comme des maisons (E. et J. de Goncourt, Journal,1871).
(Entrano [nel cervello] delle idee a cui si dà il titolo di "idee superiori" che fanno dire ai più intelligenti delle stupidità grosse come delle case).
Ma per gli intellettuali, per i politici che sembrano sempre saper parlare, articolare i loro pensieri come se fossero appena usciti dalla stanza della maestrina, così come per la maggiornaza disarticolata sempre pronta a bersi tutto ciò che lo sciocchezzaio della politica mondiale produce e offre nessuno forse meglio di Rabelais, col suo bel francese del Cinquecento, con la sua contorta grafia, cadrebbe a proposito:
Je ne sçay quoy premier en lui je doibve admirer, ou son oultre cuydance ou sa besterye (Gargantua, 1, 9)
(Non so che cosa posso ammirare di più in lui, se la sua presunzione o la sua idiozia).
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mercoledì 6 agosto 2014
Il paradiso e l'inferno. Perché i gay dovrebbero cambiare etichetta
I gay dovrebbero cambiare etichetta. Sembra che non si siano mai accorti che il nome del bombardiere che sganciò la bomba su Hiroshima è Enola Gay, il nome della madre del pilota.
Dizionarietto ragionato.
Hiroshima:città giapponese fondata nel 1589, bagnata dalle acque del Kyobashigawa. E' luogo di genocidio: vi si realizzò uno dei due più grandi crimini commessi contro l'umanità durante una singola limitata azione di guerra. Vi morirono in un singolo istante quasi centomila persone. La regia scientifica venne affidata a Robert Hoppenheimer.
Robert Hoppenheimer, il maggiore responsabile in senso assoluto di quello che successe a Hiroshima e Nagasaki, il fisico fotografato in giacca e cravatta insieme al generale LeslieGroves. Disse, in un'apparente esplosione di disgustosi sensi di colpa: "Now I am become Death, the destroyer of worlds" - Sono diventato morte, distruttore di mondi, parole tratte dal canto Bhagavad Gita, della tradizione Hindu. Non ebbe nessuna crisi di coscienza come si dice, se avesse avuto una qualche crisi di coscienza non avrebbe alla fine accettato la direzione dell'Institute for Advanced Studies di Princeton - dietro questa nomina ci fu anche lo zampino del cosiddetto genio Einstein.
Harry Truman. Agricoltore. Respinto da un'accademia militare per problemi di vista. Trentatreesimo presidente americano. Partito Democratico. Insieme alla banda degli onesti fu il mandante dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.
Theodore Van Kirk. Navigatore dell'equipaggio che causò materialmente la morte istantanea di quasi centomila persone a Hiroshima. Era l'ultimo rimasto in vita. E' morto qualche giorno fa, sei giorni prima del 6 agosto, anniversario che dal 1945 non avrà mai smesso di ricordare. Si è spento "tranquillamente" nel suo letto, a 93 anni. Se il Dio dei cristiani, il suo Dio, esiste (cosa a cui non credo), non se la starà passando troppo bene in questo momento. A quanto pare è morto senza senza avere mai provato nessun rimorso. Cosa anche questa difficilmente credibile, essendo stato, a differenza della vera mente del male, Hoppenheimer, una semplice pedina in un gioco di cui ignorava forse perfino l'esistenza. La sua vita quindi non può non essere stata che un lungo martirio: non può non essersi svegliato ogni mattina con uno stesso pensiero, non può non essersi spento che in compagnia delle immagini infernali di Hiroshima che, come raccontava lui, sembrava, vista dall'alto, bollire in un mare di fiamme.
Sistema metafisico
L'inferno, che sta vivendo anche il defunto Hoppenheimer, è quel momento preciso - un momento matematicamente infinito - il momento della morte, quando la coscienza si spegne e fa in quel preciso istante esperienza eterna, interminabile, dell'eternità. Nel caso di alcuni il Paradiso. Nel caso di altri l'Inferno.
Vedi quanto ho già detto a proposito dell'inferno e di Wittgenstein
Dizionarietto ragionato.
Hiroshima:città giapponese fondata nel 1589, bagnata dalle acque del Kyobashigawa. E' luogo di genocidio: vi si realizzò uno dei due più grandi crimini commessi contro l'umanità durante una singola limitata azione di guerra. Vi morirono in un singolo istante quasi centomila persone. La regia scientifica venne affidata a Robert Hoppenheimer.
Robert Hoppenheimer, il maggiore responsabile in senso assoluto di quello che successe a Hiroshima e Nagasaki, il fisico fotografato in giacca e cravatta insieme al generale LeslieGroves. Disse, in un'apparente esplosione di disgustosi sensi di colpa: "Now I am become Death, the destroyer of worlds" - Sono diventato morte, distruttore di mondi, parole tratte dal canto Bhagavad Gita, della tradizione Hindu. Non ebbe nessuna crisi di coscienza come si dice, se avesse avuto una qualche crisi di coscienza non avrebbe alla fine accettato la direzione dell'Institute for Advanced Studies di Princeton - dietro questa nomina ci fu anche lo zampino del cosiddetto genio Einstein.
Harry Truman. Agricoltore. Respinto da un'accademia militare per problemi di vista. Trentatreesimo presidente americano. Partito Democratico. Insieme alla banda degli onesti fu il mandante dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki.
Theodore Van Kirk. Navigatore dell'equipaggio che causò materialmente la morte istantanea di quasi centomila persone a Hiroshima. Era l'ultimo rimasto in vita. E' morto qualche giorno fa, sei giorni prima del 6 agosto, anniversario che dal 1945 non avrà mai smesso di ricordare. Si è spento "tranquillamente" nel suo letto, a 93 anni. Se il Dio dei cristiani, il suo Dio, esiste (cosa a cui non credo), non se la starà passando troppo bene in questo momento. A quanto pare è morto senza senza avere mai provato nessun rimorso. Cosa anche questa difficilmente credibile, essendo stato, a differenza della vera mente del male, Hoppenheimer, una semplice pedina in un gioco di cui ignorava forse perfino l'esistenza. La sua vita quindi non può non essere stata che un lungo martirio: non può non essersi svegliato ogni mattina con uno stesso pensiero, non può non essersi spento che in compagnia delle immagini infernali di Hiroshima che, come raccontava lui, sembrava, vista dall'alto, bollire in un mare di fiamme.
Sistema metafisico
L'inferno, che sta vivendo anche il defunto Hoppenheimer, è quel momento preciso - un momento matematicamente infinito - il momento della morte, quando la coscienza si spegne e fa in quel preciso istante esperienza eterna, interminabile, dell'eternità. Nel caso di alcuni il Paradiso. Nel caso di altri l'Inferno.
Vedi quanto ho già detto a proposito dell'inferno e di Wittgenstein
giovedì 31 luglio 2014
Wittgenstein a braccetto con Eraclito
Chi soprattutto siano gli “uomini che restano ignoranti”(ἀξύνετοι γίνονται ἄνθρωποι ) del
frammento 1 di Eraclito, incapaci di comprendere il suo ragionamento (logos),
non mi pare ci siano molti dubbi. Basterebbe un semplice accostamento con la lettera di
Wittgenstein a von Ficker, di cui ho già detto. Così come Wittgenstein non
capisce a cosa servano i professori di filosofia, i meno adatti a comprendere
il suo Tractatus, anche Eraclito
affonda il coltello nella piaga:
Un pensiero (il pensiero) che si articola in un modo assolutamente vertiginoso se si pensa che si svolge con tale complessità e chiarezza 2500 anni fa e se lo si confronta col mare di idiozie postate tutti i giorni su twitter e FB.
γινομένων γὰρ πάντων κατὰ τὸν λόγον τόνδε ἀπείροισιν ἐοίκασι, πειρώμενοι καὶ ἐπέων καὶ ἔργων τοιούτων, ὁκοίων ἐγὼ διηγεῦμαι κατὰ φύσιν διαιρέων ἕκαστον καὶ φράζων ὅκως ἔχει.
Infatti, per
quanto tutte le cose avvengano secondo questo ragionamento, loro sono simili a
gente totalmente inesperta quando hanno a che fare con quelle parole e atti che
io espongo distinguendoli secondo la loro natura ed esponendoli come sono.
Un pensiero (il pensiero) che si articola in un modo assolutamente vertiginoso se si pensa che si svolge con tale complessità e chiarezza 2500 anni fa e se lo si confronta col mare di idiozie postate tutti i giorni su twitter e FB.
sabato 26 luglio 2014
la gentilezza di Cacciari e il disprezzo di Aristotele
Uno dei tratti salienti del carattere di Massimo Cacciari
credo sia la gentilezza (quella che una
volta si chiamava gentilezza d’animo). Dico: “credo”, perché non l’ho mai conosciuto:
l’ho visto dal vero solo tre volte uno stesso giorno a Venezia, e tutte e tre
le volte l'ho incrociato su un vaporetto, quando era sindaco, e sempre con la
sua borsa di pelle che si lasciava indovinare piena di cartelle e documenti; non mi sono meravigliato quel giorno di vederlo così spesso: era
evidentemente uno che da sindaco lavorava sodo, e che soprattutto non si serviva del
motoscafo sperperando i soldi del contribuente: viaggiava insieme agli altri
veneziani coi mezzi pubblici. Buon esempio per la cittadinanza. I veneziani non
parevano nemmeno accorgersene, un uomo comunque famoso:
era – ed è - un cittadino tra i cittadini. Dico ancora che “credo” che il suo
carattere saliente sia la gentilezza (
nonostante i sui giudizi politici taglienti e nonostante l’aspetto apparentemente severo,
dovuto forse alla barba, che rimanda sempre a un’idea di ascetismo, di distacco
dal mondo) perché la fisiognomica (i
tratti del volto, lo sguardo) non è un’opinione – diceva Valery che se non si
fosse mai visto allo specchio, se non avesse saputo come era fatto si sarebbe
riconosciuto ugualmente se si fosse visto in una fotografia,
semplicemente osservando nel viso i segni che la vita vi aveva impresso.
Questa gentilezza di carattere di Cacciari (che può leggersi come il risvolto esterno della sua straordinaria cultura) – che evidentemente
non collide con momenti di più contingenti e solenni incazzature (non riesco a
immaginare che brutti quarti d’ora devono avergli fatto passare quando andò a
fuoco La Fenice) - oltre che dalla fisionomia mi pare si colga anche in certe modulazioni della sua
scrittura, ad esempio in quello che io considero uno dei suoi libri più belli,
forse il più bello e senz’altro il più filosofico,
il libro del pensatore, Dallo Steinhof. Prospettive viennesi del
primo Novecento, scritto ormai più di trent’anni fa, anche se poi rivisto.
Si veda per esempio il capitolo sull’ineffabile,
il riferimento a Agamben e a Wittgenstein, autori battuti e ribattuti, quel rimandare giustamente alle considerazioni di Agamben sulla dimensione dell’in-fanzia,
cioè quella dimensione in cui non si proferisce ancora parola, quel vederlo come l’archilimite del
mistico di Wittgenstein (che ne prevede l’esistenza alla fine del Tractatus), quel limite
che permette al linguaggio di "definirsi correttamente", e invece poi quel tratto di attenzione, di delicatezza col quale Cacciari cita
le baggianate teologizzanti di Baget-Bozzo e Benvenuto su questo mistico di Wittgenstein:
ma per altri (come per
Baget-Bozzo e Benvenuto, che affrontano il problema nell’ambito più
strettamente teologico del dire o tacere Dio) l’ineffabile di Wittgenstein
verrebbe anch’esso prodotto linguisticamente definendosi come funzione cardine
di un decreto che sviluppato così suonerebbe: “io dico, io (qui) taccio”.
Aggiunge Cacciari con una grazia unica, disarmante:
ma non sta nell’essenza
stessa del decreto la possibilità di essere trasgredito? e come va pensata
allora la possibilità della trasgressione? (p. 135).
Verrebbe da dire, che il decreto
di Baget-Bozzo e di Benvenuto, nel caso venisse trasgredito, suonerebbe
così:
“io taccio: io (qui) dico”
che non avrebbe più niente a che fare con l’inesprimibile,
con l’ineffabile, ma con la ciarla
perpetua.
Aristotele non andava troppo per il sottile invece nelle sue discussioni, e
sicuramente uno dei tratti salienti del suo carattere, a seguire le modulazioni
della sua scrittura, era il disprezzo dell’avversario se lo trovava cattivo
combattente:
οὗτοι μὲν
οὖν, ὥσπερ λέγομεν, καὶ μέχρι τούτου δυοῖν αἰτίαιν ὧν ἡμεῖς διωρίσαμεν ἐν τοῖς περὶ φύσεως ἡμμένοι φαίνονται (Metaphysica, 985a)
... questi dunque, secondo noi, e fino ad ora, considerano
solo due delle cause che noi abbiamo distinto nei nostri scritti sulla natura
(nel caso di Baget-Bozzo e Benvenuto soltanto una causa,
cioè Dio)
e lo fanno, dice Aristotele:
in maniera oscura, per
niente chiara, nel modo in cui nelle battaglie agiscono quei soldati non
esercitati. Anche questi infatti scorrazzano a destra e a sinistra e spesso menano anche dei bei colpi.
Ma così come questi agiscono senza averne cognizione anche quelli sembrano non
sapere quello che dicono, dal momento che non sanno farne uso se non
modestamente.
(ἀμυδρῶς
μέντοι καὶ οὐθὲν σαφῶς ἀλλ' οἷον ἐν ταῖς μάχαις οἱ ἀγύμναστοι ποιοῦσιν· καὶ γὰρ
ἐκεῖνοι περιφερόμενοι τύπτουσι πολλάκις καλὰς πληγάς, ἀλλ' οὔτε ἐκεῖνοι ἀπὸ ἐπιστήμης οὔτε οὗτοι ἐοίκασιν εἰδέναι ὅ τι λέγουσιν· σχεδὸν γὰρ οὐθὲν χρώμενοι φαίνονται τούτοις ἀλλ' ἢ κατὰ
μικρόν. Metaphysica, 985a)
O ancora, nella Fisica:
… e infatti le loro premesse (di
Melisso e Parmenide) sono false e le conseguenze senza logica. Ma è soprattutto
il ragionamento di Melisso a essere volgare e non crea problemi – una volta
ammessa un’assurdità, tutte le altre procedono: in questo niente di preoccupante.
(καὶ γὰρ
ψευδῆ λαμβάνουσι καὶ ἀσυλλόγιστοί εἰσιν· μᾶλλον δ' ὁ Μελίσσου φορτικὸς καὶ οὐκ ἔχων ἀπορίαν, ἀλλ' ἑνὸς ἀτόπου δοθέντος τὰ ἄλλα συμβαίνει· τοῦτο δὲ οὐδὲν χαλεπόν. 185a)
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