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venerdì 27 marzo 2015

competing for literary supremacy

My love for alliteration aside, I love almost everything that Plautus staged: from his generous, generative jests to his jolly jokes jetting off his short jibes:

SOS. … Priu’ multo ante aedis stabam quam illo adveneram 
AMPH. Quas, malum, nugas? Satin tu sanus es ... (Amph., 603-04) 

SOS. I had been standing at the door before I got there! 
AMPH. A plague on you! Are in your senses? 

(Amphitryo annoyed by his slave Sosia's crazy sounding story).









venerdì 6 febbraio 2015

Otello e Desdemona: la bestia in gabbia. Nota sul "latte versato"



Piangere sul latte versato. Il latte potrebbe essere quello di un qualsiasi dramma (teatro) il cui esito è sotto gli occhi di tutti fin dall'inizio. Ma "il latte versato" per eccellenza è quello di Otello piangente sul latteo corpo di Desdemona, che però non ha allattato, non ha avuto figli, non ne ha avuto il tempo. L'intero dramma, l'Otello, potrebbe essere preso come rappresentazione della politica di un qualsiasi regime "democratico" nel quale i sobillatori (il colore è quasi sempre il verde o il nero) riescono a manipolare talmente bene il povero idiota - Otello, i sudditi, gli elettori (i quali non a caso non hanno un colore specifico, sono camaleontici, prendono il colore del fondo di persuasione) - che il povero idiota finisce per ammazzare lo Stato (Desdemona). L'idiota, nell'Otello, è nero ma avrebbe potuto essere bianco, il tabula rasa - in Shakespeare è ancora "il non civilizzato", l'ingenuo. Soltanto l'ingenuità, il ciò che non è civilizzato, riesce a spiegare il successo di Jago (della parola, della retorica, della capacità di persuasione) del sobillatore (del verde degli invidiosi e del nero delle ideologie di morte che incarnano - al di là di ogni giudizio di valore e del disgusto che possono suscitare).

Il civilizzato poi, a differenza del civilizzante (Jago), ha le oscillazioni tipiche di un valore borsistico.

Così, un regime democratico è, a sua volta, per un gioco speculare, mera rappresentazione dell'Otello. E così come nell'Otello, anche per il regime democratico non si hanno figli: non può averne: non avrebbe senso dire che uno stato (un qualsiasi regime, non necessariamente democratico) genera un figlio uguale a se stesso, e non avrebbe senso dire che genera un figlio diverso da sé. Non c'è mai un momento in cui due sistemi coesistano nello stesso sistema, se non teologicamente, nel manicheismo, nell'idealistica opposizione del bene e del male. Gli attori che si fanno guerra sulla scena (Jago contro Emilia) tornano a essere amici nel camerino.

La gabbia in cui è racchiuso Jago (la bestia) nella scena iniziale del film di Orson Welles, è ugualmente una rappresentazione della rabbia che suscita il piangere sul latte versato.

martedì 22 luglio 2014

il grande teatro e il non teatro. Cinema televisione e radio

Il teatro greco è agli antipodi delle rappresentazioni nel XXI secolo (televisione, cinema). Si domanda Nietzsche, in uno dei frammenti postumi, se non sia per un sentimento di sconvenienza che i greci non rappresentano l'azione. In effetti nel teatro greco sembra non avvenire quasi niente materialmente sulla scena. Edipo che entra accompagnato da sua figlia Antigone ma poi si siede nel recinto sacro e da quel momento s'intrecciano monologhi e dialoghi a non finire; oppure Filottete che riesce a trascinarsi appena sulla scena, la gamba piagata, che incontra Neottolemo e Ulisse e per centinaia di versi non c'è movimento fisico o quasi. E' il coro a muoversi  soprattutto nel teatro greco, che sfila come in processione: la sua prima entrata in scena, la parodo, poteva, dovendosi a volte recitare alcune centinaia di versi, durare anche una ventina di minuti.

Il teatro greco è in realtà un teatro di pura parola. Ma è una parola, quella dei grandi autori, che ha il senso dello spazio, e in questo spazio la nuda parola sa come farti vedere gli oggetti, gli atti, i movimenti di chi è assente (funzione narrativa), sa far muovere soprattutto cio che non è presente, come è sempre stato tipico del grande teatro, pure in tempi più recenti - al contrario di tanto non teatro dentro il "teatro" (Alfieri, Manzoni, Baudelaire ecc., la ragione del loro fallimento). E' così che può giustamente dire Edipo a Antigone:

figlia del vecchio  c i e c o,  Antigone, in quale
terre  s i a m o  g i u n t i  o  nella città di quali uomini?
chi riceverà  l' e r r a b o n d o  Edipo in questo giorno
con quali misere offerte? ...
.......
Piuttosto, o figlia, se  v e d i  u n  p o s t o
che sia un luogo profano o un   v e r d e   r e c i n t o  s a c r o,
f a  c h e  i o allora  m i  f e rm i  e  m i   s i e d a ...

Cioè lo "spettatore" ascolta quello che farà Edipo: lo vedrà sedersi prima ancora di vederglielo effettivamente fare.

E Antigone potrà perciò essere figura centrale, giustificata:

Padre misero, Edipo,  t o r r i
p r o t e g g o n o  l a  c i t t à,  a  q u a n t o   i o   v e d o

ed è con gli occhi di Antigone che lo "spettatore" vede non solo la città ma un luogo che

sembra sacro, lussureggiante
di  a l l o r o,  u l i v i  e  v i t i, e fittissimi
dentro vi  c a n t a n o  usignoli

naturalmente Edipo è solo cieco, non è sordo, gli usignoli può sentirli benissimo: chi non può sentirli, o meglio, chi può sentirli soltanto attraverso la parola è lo "spettatore". Che bisogno avrebbe, d'altronde, un teatro del genere, di scenografia, di azione in termini moderni?

Mi raccontava mio padre che c'erano dei radiocronisti che sapevano farti vedere la partita (i recenti Mondiali invece, pur vedendoli in televisione, ogni tanto dovevo togliere l'audio, talmente sentivo soltanto il monotono accento del telecronista). E questo è vero in generale delle buone trasmissioni alla radio: la capacità, di chi conduce un programma, di farti visualizzare un evento, un'azione, dei personaggi dentro un aneddoto (a parte i programmi più idioti, prolissi, parolieri, incolti, che riconosci immediatamente dall'uso di espressioni tipo: "per quanto riguarda" -"e adesso sentiremo, per quanto riguarda i Rolling Stones ..." - programmi  che vengono seguiti unicamente da chi nell'idiozia paroliera si rispecchia).

giovedì 24 aprile 2014

Il comfort e il desiderio



La velocità è nemica del desiderio. Mirando a accorciare o annullare le distanze, una sempre maggiore velocità funzionale dei mezzi tecnologici comporta una sempre più costante eliminazione degli sforzi, delle fatiche di cui il desiderio necessariamente si nutre. Oppure finisce con l'imporre un oggetto del "desiderio" caratterizzato da un tasso di obsolescenza sempre più elevato, adeguato ai nuovi parametri. E questo sempre meno faticoso "desiderare", questa realizzazione sempre più immediata di uno scopo, è esemplificata oggi dalla facile soddisfazione del "desiderio" dell’ultimo

martedì 17 settembre 2013

Giulietto e Romeo, splendori della filologia e potenza della parola in Shakespeare



Non è un caso che ancora oggi, parlando delle più recenti produzioni del Romeo and Juliet, i registi teatrali italiani – ma è da almeno una trentina d’anni - dietro una sempre più ossessiva spinta all’imitazione di tutto ciò che è inglese o americano e per evitare l’accusa di essere poco filologici si attengano anche più che in passato a una precisa, anzi letterale traduzione del titolo e preferiscano portare in scena un meno compromettente Romeo e Giulietta invece del classico Giulietta e Romeo, come in Italia il grosso pubblico continua a nominarsi questa coppia; e in questo modo più popolare e più diffuso continuano in effetti a chiamarsi tanti alberghi ristoranti, bar eccetera. E sarà poi, checché ne dica la popolazione rozza e ignorante, una banale questione di abitudine. E per chi vuole capire questo è campo specifico dell’estetica. Ci si dimentica d'altronde, pur con le migliori intenzioni di tanti registi e traduttori, che una qualsiasi rappresentazione del teatro di Shakespeare oggi sarebbe comunque non precisamente filologica in partenza se non si escludessero dal palcoscenico le donne - women were prohibited by law, se volessi ripetere il fatto in inglese, to act on the Elizabethan stage.  Elisabetta non gradiva. Così come non gradiva Giacomo I. I più accreditati anglisti, pronti a difendere l’indifendibile, assicurano, in mancanza di fonti certe, che le parti femminili erano sempre e soltanto affidate a ragazzi e mai a uomini maturi. Quando possibile sarà stato così: ma se mancavano questi benedetti bei ragazzi senza barba e dai tratti poco virili e a cui la voce si “rompeva” tardi, tanto che se ne sarebbero potute ascoltare le grazie femminili anche dopo i vent’anni, e che fossero nello stesso tempo bravi e professionali, che si faceva, si rinunciava al teatro? È vero invece che il teatro shakesperiano era un teatro molto più simbolico di quanto il pubblico che va a teatro oggi non immagini, ciò che risulta abbastanza chiaramente dalle stage directions inserite nei manoscritti e nelle prime edizioni, cioè dalle didascalie relative ai movimenti degli attori, alla musica, e agli eventi, e anche dalle descrizioni scenografiche, che riportano, quando pure avviene, soltanto miseri suggerimenti, tanto che un allampanato cespuglio poteva indicare un’intera foresta – un intelligente contributo in questo senso venne da Masolino D’Amico, nel suo antico Scena e parola in Shakespeare, del lontano 1974, insuperata ricerca sulle funzioni sceniche della parola: la sola parola, il testo, avrebbe la capacità di generare spazi, luoghi, tempo e gli aspetti più materiali del teatro. Che poi è cosa tipica di ogni grande autore, mentre si vedano i goffi tentativi di Baudelaire di elaborare un proprio teatro, il quale risulta in realtà un non teatro: la parola cioè non sa generare gli spazi, le azioni, non c'è movimento. In questo senso il teatro elisabettiano ricorda invece, anche più di altre grandi tradizioni nazionali, la simbologia del teatro giapponese e orientale in generale: il pubblico era così abituato alla magia della parola che per assurdo pure una peluria non l’avrebbe vista sul volto della stupenda e poco più che ragazzina Cordelia; oppure se l’attore l’avesse indicata con un dito e avesse detto che era cipria o belletto lo spettatore ci avrebbe visto soltanto questi, perché alla parola era interessato, non a gustare voyeuristicamente, con la bava alla bocca, le forme dell’attrice sotto il costume. Shakespeare stesso ci gioca nel Midsummer Night’s Dream, quando una compagnia di dilettanti deve spiegare alle altezze reali – alle donne in primo luogo - che il personaggio che fa la parte del leone e indossa soltanto una pellaccia polverosa e sudicia non è un vero leone, e lo stesso deve fare l’attore che impersona una parete attraverso un buco della quale i due innamorati devono parlarsi.  Così, se si volessero scimmiottare fino in fondo i filologi, non basterebbe più nemmeno scrivere Romeo e Giulietta, bisognerebbe semmai avere il coraggio di allestire un Romeo e Giulietto, o anche un Rometto e Giulieo. Oppure abbandonare completamente questi sogni di gloria e di originalità camuffati contraddittoriamente nel concetto opposto e non interessante di “in origine era così”, di scarsa rilevanza per il contemporaneo.  

martedì 20 agosto 2013

Rigore, quel grande sconosciuto. Arte letteratura teatro



Pablo Piccasso, genio rigoroso del disegno
                                       

Ripa autem ita recte definietur id, quod flumen continet naturalem rigorem cursus sui tenens …

Sponda si definirà giustamente ciò che racchiude un fiume che conserva la naturale impostazione del suo corso …

Traduco con impostazione (più che con l'errato linea retta, che mi è capitato sicuramente di vedere) il latino rigor, utilizzato in questo frammento del Digesto di Giustiniano per definire il concetto di sponda di un fiume. E' uno dei pochi luoghi che conosco in cui rigor - che significa per lo più rigidezza in senso tecnico gia a partire da Lucrezio (dell’oro, della pietra, del ferro) ma anche inflessibilità sul piano morale (Tacito) - è inteso in un senso più vicino all’italiano rigore quando si intende l’esecuzione di un’opera, di un lavoro, la preparazione di una performance.

martedì 6 agosto 2013

Indovina chi viene a cena

Tiepolo - Allegoria del Merito


Let me have men about me that are fat,
Sleek-headed men and such as sleep a-nights.
Yond Cassius has a lean and hungry look.
He thinks too much. Such men are dangerous.

Sono forse le più famose parole pronunciate da Cesare nell’omonimo dramma di Shakespeare, per il quale  dipende da Plutarco. Le ho sentite così tante volte a Londra a teatro pronunciate da questo o da quest'altro attore che mi sono dimenticato le singole messe in scena, stracariche di messe in piega. Un certo John Ripley, che fu professore di letteratura inglese alla Mc Gil University a Montreal, scrisse perfino un libro quando io ero ancora piccolo sulla storia degli allestimenti di questo dramma - Julius Caesar on stage in England and America, 1593-1973. Ma per tornare a bomba, e ai versi citati, si potrebbe dire che se Shakespeare avesse scritto il Giulio Cesare un po’ prima delle Idi di marzo e non mille e cinquecento anni dopo, la storia gli avrebbe dato ugualmente ragione. Bruto, Casca i congiurati, erano tutti uomini sottili (per usare un termine caro a Raymond Chandler): d'una magrezza essenziale, o che comunque dormivano poco – in particolare Bruto, che conobbe soltanto da sveglio il fantasma che l’ossessionò fino a Filippi - e che sicuramente dovevano pensare e riflettere molto, visto che ammazzare (si fa per dire) un gigante della Storia non era cosa da torpori mentali: richiedeva una non comune elasticità fisica, una certa capacità di tenere in mano un pugnale, saltare da un punto all’altro dell'aula del Senato per evitare la reazione di Cesare, che pare si difendesse fin dai primissimi fendenti con una furia che ci può soltanto immaginare.

Il contrario di questi congiurati delle Idi di marzo (per restare sulla questione dei pensatori grassi o magri) è un certo giornalista italiano, che in passato si vantò di essere stato al soldo della Cia e che in seguito, in un tribunale francese, si rimangiò tutto: spiegò che s'era trattato di una bufala all'italiana, che se l’era inventato. Lasciamo perdere il fatto che un giornalista e osservatore politico ammetta penosamente di essersi divertito a mentire e che scambi moralità pubblica coi suoi vizi privati, e dica ogni volta, quando è messo alle strette, faccio come mi pare (e lo può fare soltanto perché da tipico figlietto di papà mai veramente cresciuto non si è mai neppure affrancato, idealmente, dal tetto paterno). Lessi una volta un suo strambo e immemorabile articolo in cui più o meno lasciava trapelare un certo desiderio di passare alla Storia - in realtà condivideva questa assurda e ridicola speranza (nessuno gli ha ancora spiegato che non si passa più alla storia) con un altro giornalista italiano, da lui stesso nominato nel medesimo articolo: Paolo Mieli. Il problema (anche ammettendo che alla Storia ci si passi ancora) è come ci passi tu in particolare? Che fai? Chi ti ci mette? chi ti consegna con un suo scritto alla Storia?

Veronese, Le Nozze di Cana (il miracolo)
                                 
Disse candidamente il rigoroso Contini nel corso di una lunga intervista a Ludovica Ripa di Meana, e rispondendo indirettamente alle accuse di alcuni suoi amici scrittori  – non li aveva inseriti nella sua Letteratura Italiana tra gli autori che secondo lui sarebbero rimasti - disse Contini: "io proprio non immaginavo che avessero così tanta fiducia nella qualità della loro scrittura".

Questo giornalista in realtà una qualche chance di passare alla Storia l’avrebbe (sempre nell'ipotesi che ci si passi), indipendentemente dal fatto che da ex sessantottino (per differenza di età non posso dire di averli visti col megafono in mano) si ritrovi oggi penosamente a più di sessant’anni sul versante opposto a fare il paladino dei teocon, o del suo amato Cesarino della Brianza (in greco questo giornalista sarebbe l'erastìs, l'amante, l'altro sarebbe l'eròmenos, l'amato) – e detto en passant, trovo alquanto disgustoso l’innamoramento a una certa età. Capitò anche a Goethe, che a settant’anni si innamorò senza speranza di una ragazzina tedesca, una diciassettenne o diciottenne, un amore impossibile, quasi anticipato tanti anni prima in uno dei suoi libri peggiori: I dolori del giovane Werther, il cui inizio ricordo stranamente ancora a memoria, e proprio in tedesco: "Was ich von der Geschichte des armen Werther nur habe auffinden konnen ...": ciò che ho potuto trovare della storia del povero Werther l’ho raccolto con cura e ve lo propongo. Me lo recitavo a vent'anni lungo l'Isar a Monaco. Ma se il Werther fosse anticipazione di quell'amore impossibile che Goethe proverà in vecchiaia (e non mi meraviglierei, considerata la natura profetica di ogni artista) significherebbe allora che almeno lui, il grande Goiethe, s'era scelto un più accettabile alter ego (che tra l’altro si sparerà un colpo di pistola alla fine): un ragazzo che raccolga più di quarant'anni prima le sue pene di patetico settantenne innamorato d’una ragazzina – e per come sono viste oggi le cose, l’autore delle Affinità elettive sarebbe considerato quasi un pedofilo, con la sua Elegia di Marienbad.

Goethe

Insomma l’amore a una certa età è meglio lasciarlo ai ventenni: che si tratti di amore dei sensi o politico, mentre sarà in qualche modo più giusto, se proprio uno ci crede, inventarsi un modo più sicuro di passare ai posteri, dal momento che non si può essere tutti Giulio Cesare, che era pure un notevole crittore: chiedersi appunto sul vagone di chi - tra coloro che forse una qualche csperanza ce l'hanno - decidersi a salire.

Così, tornando al noto giornalista e considerate le sue capacità stilistiche e intellettuali, non c’è ragione alcuna di credere che davanti alla stazione della Storia riesca a transitarci coi suoi stessi piedi: avrà bisogno di un calcio, di una spinta, in linea coi bei costumi nazionali di cui è fiero assertore, trainato da qualcuno che forse i posteri potrà se non vederli quantomeno immaginarli. Dovrà sperare nel vezzo di un qualche scrittore, ma non so, non riesco a pensare a nessunissmo italiano vivente che passerà in letteratura nel numero degli eletti", se non forse quel maestrino di Busi e insieme a lui ovviamente Alberto Arbasino: sia per Fratelli d’Italia che per Super Eliogabalo. Mi pare tra l’altro che Arbasino nomini questo giornalista in uno dei suoi bellissimi rap. Quindi chissà, hai visto mai che ci passi davvero a futura memoria? Che un qualche lontano filologo tra un paio di millenni, scrivendo le note a un’edizione di Busi o di Arbasino, non inserisca una nota, un chiarimento per il lettore una volta giunto a questo oscuro nome del commensale del farmacista di Voghera: "pubblicista italiano di cui non si sa altro a parte il fatto che venne invitato a una cena con rap".

martedì 9 luglio 2013

Gli uccelli di Aristofane e i giornali italiani




Non ho molta dimestichezza con la politica italiana e non conosco i nomi dei politici italiani, salvo quelli di due o tre più famosi leader di partito e soltanto perché se ne parla sui vari giornali on line, dove si strombazza il tutto e il più di tutto, cioè il niente. E così oggi sono entrato dopo tanto tempo in uno di questi siti di giornali cosiddetti pappagallo: quei giornali che nascono a imitazione di