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mercoledì 16 dicembre 2015
Shakespeare Denied
One interesting fact about Shakespeare - whoever he may have been - is that most scholars refuse to address his overt homosexuality, which is evinced in the Sonnets, and threaded throughout his plays. This effort to avoid any reference to his polysexuality says much about the inherently homophobic and conservative nature of these Shakespearean enclaves.
venerdì 6 febbraio 2015
Otello e Desdemona: la bestia in gabbia. Nota sul "latte versato"
Piangere sul latte versato. Il latte potrebbe essere quello di un qualsiasi dramma (teatro) il cui esito è sotto gli occhi di tutti fin dall'inizio. Ma "il latte versato" per eccellenza è quello di Otello piangente sul latteo corpo di Desdemona, che però non ha allattato, non ha avuto figli, non ne ha avuto il tempo. L'intero dramma, l'Otello, potrebbe essere preso come rappresentazione della politica di un qualsiasi regime "democratico" nel quale i sobillatori (il colore è quasi sempre il verde o il nero) riescono a manipolare talmente bene il povero idiota - Otello, i sudditi, gli elettori (i quali non a caso non hanno un colore specifico, sono camaleontici, prendono il colore del fondo di persuasione) - che il povero idiota finisce per ammazzare lo Stato (Desdemona). L'idiota, nell'Otello, è nero ma avrebbe potuto essere bianco, il tabula rasa - in Shakespeare è ancora "il non civilizzato", l'ingenuo. Soltanto l'ingenuità, il ciò che non è civilizzato, riesce a spiegare il successo di Jago (della parola, della retorica, della capacità di persuasione) del sobillatore (del verde degli invidiosi e del nero delle ideologie di morte che incarnano - al di là di ogni giudizio di valore e del disgusto che possono suscitare).
Il civilizzato poi, a differenza del civilizzante (Jago), ha le oscillazioni tipiche di un valore borsistico.
Così, un regime democratico è, a sua volta, per un gioco speculare, mera rappresentazione dell'Otello. E così come nell'Otello, anche per il regime democratico non si hanno figli: non può averne: non avrebbe senso dire che uno stato (un qualsiasi regime, non necessariamente democratico) genera un figlio uguale a se stesso, e non avrebbe senso dire che genera un figlio diverso da sé. Non c'è mai un momento in cui due sistemi coesistano nello stesso sistema, se non teologicamente, nel manicheismo, nell'idealistica opposizione del bene e del male. Gli attori che si fanno guerra sulla scena (Jago contro Emilia) tornano a essere amici nel camerino.
La gabbia in cui è racchiuso Jago (la bestia) nella scena iniziale del film di Orson Welles, è ugualmente una rappresentazione della rabbia che suscita il piangere sul latte versato.
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domenica 13 luglio 2014
La partita degli errori
Oh dear! direbbero gli inglesi: la grande Germania, che un attimo prima sbaraglia in questi Mondiali il Brasile con un 7 a 1, nella finale riesce a malapena a segnare un golluccio (anche se in realtà bello) nel secondo dei supplementari.
Messi, il più grande giocatore del mondo, il superpagato Lionel Messi, non s'è nemmeno visto, forse guardava la partita dagli spogliatoi.
Tanti di quegli sbagli, dall'inizio alla fine, da entrambe le parti, che si vedevano solo quelli. La Germania che si mangia un goal dietro l'altro e l'Argentina che non solo si mangia un goal dietro l'altro ma che perde pure costantemente il pallone per errori nei passaggi e appoggi più elementari. Morale della favola: una finale che potrebbe intitolarsi: la partita degli errori, come La commedia degli errori di Shakespeare: anche lì era questione di rivalità: brutale rivalità tra due città, Siracusa e Efeso.
martedì 17 settembre 2013
Giulietto e Romeo, splendori della filologia e potenza della parola in Shakespeare
Non è un caso che ancora oggi, parlando delle più recenti produzioni del Romeo and Juliet, i registi teatrali
italiani – ma è da almeno una trentina d’anni - dietro una sempre più ossessiva
spinta all’imitazione di tutto ciò che è inglese o americano e per evitare l’accusa
di essere poco filologici si attengano anche più che in passato a una precisa, anzi letterale traduzione del titolo e preferiscano portare in scena un meno compromettente Romeo e Giulietta invece del classico Giulietta e Romeo, come in Italia il
grosso pubblico continua a nominarsi questa coppia; e in questo modo più popolare e più diffuso continuano in effetti a chiamarsi tanti alberghi ristoranti, bar eccetera. E sarà
poi, checché ne dica la popolazione rozza e ignorante, una banale questione di
abitudine. E per chi vuole capire questo è campo specifico dell’estetica. Ci si dimentica d'altronde, pur con le migliori intenzioni di tanti registi e traduttori, che
una qualsiasi rappresentazione del teatro di Shakespeare oggi sarebbe comunque non precisamente
filologica in partenza se non si escludessero dal palcoscenico le donne - women were prohibited by law, se volessi ripetere il fatto in inglese, to act on the Elizabethan stage. Elisabetta non gradiva. Così come non gradiva
Giacomo I. I più accreditati anglisti, pronti a difendere l’indifendibile, assicurano, in mancanza di fonti certe, che le parti femminili erano sempre e soltanto affidate a ragazzi e mai a uomini maturi. Quando possibile sarà stato così: ma se mancavano questi benedetti bei ragazzi senza barba e dai tratti poco virili e a cui la voce si “rompeva” tardi, tanto che se ne sarebbero potute ascoltare le grazie femminili anche dopo i vent’anni, e che fossero nello stesso tempo
bravi e professionali, che si faceva, si rinunciava al teatro? È vero invece
che il teatro shakesperiano era un teatro molto più simbolico di quanto il pubblico
che va a teatro oggi non immagini, ciò che risulta abbastanza chiaramente
dalle stage directions inserite nei
manoscritti e nelle prime edizioni, cioè dalle didascalie relative ai movimenti
degli attori, alla musica, e agli eventi, e anche dalle descrizioni
scenografiche, che riportano, quando pure avviene, soltanto miseri suggerimenti,
tanto che un allampanato cespuglio poteva indicare un’intera foresta – un intelligente contributo
in questo senso venne da Masolino D’Amico, nel suo antico Scena e parola in Shakespeare, del lontano 1974, insuperata ricerca sulle funzioni sceniche della
parola: la sola parola, il testo, avrebbe la capacità di generare spazi,
luoghi, tempo e gli aspetti più materiali del teatro. Che poi è cosa tipica di
ogni grande autore, mentre si vedano i goffi tentativi di Baudelaire di elaborare un proprio teatro, il quale risulta in realtà un non teatro: la parola cioè non sa
generare gli spazi, le azioni, non c'è movimento. In questo senso il teatro elisabettiano ricorda invece,
anche più di altre grandi tradizioni nazionali, la simbologia del teatro giapponese
e orientale in generale: il pubblico era così abituato alla magia della parola
che per assurdo pure una peluria non l’avrebbe vista sul volto della stupenda e poco più che
ragazzina Cordelia; oppure se l’attore l’avesse indicata con un dito e avesse
detto che era cipria o belletto lo spettatore ci avrebbe visto soltanto questi, perché alla parola era interessato, non a gustare voyeuristicamente, con la bava alla
bocca, le forme dell’attrice sotto il costume. Shakespeare stesso ci gioca nel Midsummer
Night’s Dream, quando una compagnia di dilettanti deve spiegare alle
altezze reali – alle donne in primo luogo - che il personaggio che fa la parte
del leone e indossa soltanto una pellaccia polverosa e sudicia non è un vero leone,
e lo stesso deve fare l’attore che impersona una parete attraverso un buco della quale i due innamorati devono parlarsi.
Così, se si volessero scimmiottare fino
in fondo i filologi, non basterebbe più nemmeno scrivere Romeo e Giulietta, bisognerebbe semmai avere il coraggio di
allestire un Romeo e Giulietto, o
anche un Rometto e Giulieo. Oppure
abbandonare completamente questi sogni di gloria e di originalità camuffati contraddittoriamente nel
concetto opposto e non interessante di “in
origine era così”, di scarsa rilevanza per il contemporaneo.
martedì 6 agosto 2013
Indovina chi viene a cena
Let me have men about me that are fat,
Sleek-headed
men and such as sleep a-nights.
Yond
Cassius has a lean and hungry look.
He
thinks too much. Such men are dangerous.
Sono forse le più famose parole pronunciate
da Cesare nell’omonimo dramma di Shakespeare, per il quale dipende da Plutarco. Le ho sentite così tante volte a Londra a teatro pronunciate da questo o da quest'altro attore che mi sono dimenticato le singole messe in scena, stracariche di messe in piega. Un certo John Ripley, che fu professore di letteratura inglese alla Mc Gil University a Montreal, scrisse perfino un libro quando io ero ancora piccolo sulla storia degli allestimenti di questo dramma - Julius Caesar on stage in England and America, 1593-1973. Ma per tornare a bomba, e ai versi citati, si potrebbe dire che se Shakespeare avesse scritto il Giulio Cesare un po’ prima delle Idi di marzo e
non mille e cinquecento anni dopo, la storia gli avrebbe dato ugualmente ragione.
Bruto, Casca i congiurati, erano tutti uomini sottili (per usare un termine caro a Raymond Chandler): d'una magrezza essenziale, o che comunque dormivano poco –
in particolare Bruto, che conobbe soltanto da sveglio il fantasma che l’ossessionò fino a Filippi - e che sicuramente dovevano pensare e riflettere molto, visto che ammazzare (si fa per dire) un gigante della Storia non era cosa da torpori mentali: richiedeva una non comune elasticità fisica, una certa capacità di tenere in mano un pugnale, saltare da un punto all’altro dell'aula del Senato per evitare la reazione di Cesare,
che pare si difendesse fin dai primissimi fendenti con una furia che ci può soltanto immaginare.
Il contrario di questi congiurati delle Idi di marzo (per restare sulla questione dei pensatori grassi o magri) è un certo giornalista italiano, che in passato si vantò di essere stato al soldo della Cia e che in seguito, in un tribunale francese, si rimangiò tutto: spiegò che s'era trattato di una bufala all'italiana, che se l’era inventato. Lasciamo perdere il fatto che un giornalista e osservatore politico ammetta penosamente di essersi divertito a mentire e che scambi moralità pubblica coi suoi vizi privati, e dica ogni volta, quando è messo alle strette, faccio come mi pare (e lo può fare soltanto perché da tipico figlietto di papà mai veramente cresciuto non si è mai neppure affrancato, idealmente, dal tetto paterno). Lessi una volta un suo strambo e immemorabile articolo in cui più o meno lasciava trapelare un certo desiderio di passare alla Storia - in realtà condivideva questa assurda e ridicola speranza (nessuno gli ha ancora spiegato che non si passa più alla storia) con un altro giornalista italiano, da lui stesso nominato nel medesimo articolo: Paolo Mieli. Il problema (anche ammettendo che alla Storia ci si passi ancora) è come ci passi tu in particolare? Che fai? Chi ti ci mette? chi ti consegna con un suo scritto alla Storia?
Il contrario di questi congiurati delle Idi di marzo (per restare sulla questione dei pensatori grassi o magri) è un certo giornalista italiano, che in passato si vantò di essere stato al soldo della Cia e che in seguito, in un tribunale francese, si rimangiò tutto: spiegò che s'era trattato di una bufala all'italiana, che se l’era inventato. Lasciamo perdere il fatto che un giornalista e osservatore politico ammetta penosamente di essersi divertito a mentire e che scambi moralità pubblica coi suoi vizi privati, e dica ogni volta, quando è messo alle strette, faccio come mi pare (e lo può fare soltanto perché da tipico figlietto di papà mai veramente cresciuto non si è mai neppure affrancato, idealmente, dal tetto paterno). Lessi una volta un suo strambo e immemorabile articolo in cui più o meno lasciava trapelare un certo desiderio di passare alla Storia - in realtà condivideva questa assurda e ridicola speranza (nessuno gli ha ancora spiegato che non si passa più alla storia) con un altro giornalista italiano, da lui stesso nominato nel medesimo articolo: Paolo Mieli. Il problema (anche ammettendo che alla Storia ci si passi ancora) è come ci passi tu in particolare? Che fai? Chi ti ci mette? chi ti consegna con un suo scritto alla Storia?
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| Veronese, Le Nozze di Cana (il miracolo) |
Disse candidamente il rigoroso Contini nel corso di una lunga intervista a Ludovica Ripa di Meana, e rispondendo indirettamente alle
accuse di alcuni suoi amici scrittori – non li aveva inseriti nella
sua Letteratura Italiana tra gli autori che secondo lui sarebbero rimasti - disse Contini:
"io proprio non immaginavo che avessero così tanta fiducia nella qualità della loro scrittura".
Questo giornalista in realtà una qualche chance di passare alla Storia l’avrebbe (sempre nell'ipotesi che ci si passi),
indipendentemente dal fatto che da ex sessantottino (per differenza di età non posso dire di averli visti col megafono in mano) si ritrovi oggi penosamente a più di sessant’anni sul versante opposto a fare il paladino dei teocon, o del suo amato Cesarino della Brianza (in greco questo giornalista sarebbe l'erastìs, l'amante, l'altro sarebbe l'eròmenos, l'amato) –
e detto en passant, trovo alquanto disgustoso l’innamoramento a una certa età. Capitò anche a Goethe, che a settant’anni si innamorò senza speranza di una ragazzina tedesca,
una diciassettenne o diciottenne, un amore impossibile, quasi anticipato tanti anni prima in uno
dei suoi libri peggiori: I dolori del
giovane Werther, il cui inizio ricordo stranamente ancora a memoria, e proprio in
tedesco: "Was ich von der Geschichte des armen Werther nur habe auffinden konnen ...": ciò che ho potuto
trovare della storia del povero Werther l’ho raccolto con cura e ve lo
propongo. Me lo recitavo a vent'anni lungo l'Isar a Monaco. Ma se il Werther fosse anticipazione di quell'amore impossibile che Goethe proverà in vecchiaia (e non mi meraviglierei, considerata la natura profetica di ogni artista) significherebbe allora che almeno lui, il grande Goiethe, s'era scelto un più accettabile alter
ego (che tra l’altro si sparerà un colpo di pistola alla fine): un ragazzo che
raccolga più di quarant'anni prima le sue pene di patetico settantenne innamorato d’una ragazzina – e per
come sono viste oggi le cose, l’autore delle Affinità elettive sarebbe considerato quasi un pedofilo, con la sua Elegia di Marienbad.
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| Goethe |
Insomma l’amore
a una certa età è meglio lasciarlo ai ventenni: che si tratti di amore dei sensi o politico, mentre sarà in qualche modo più giusto, se proprio uno ci crede, inventarsi
un modo più sicuro di passare ai posteri, dal momento che non si può essere tutti Giulio Cesare, che era pure un notevole crittore: chiedersi appunto sul vagone di chi -
tra coloro che forse una qualche csperanza ce l'hanno - decidersi a salire.
Così, tornando al noto giornalista e considerate le sue capacità stilistiche e intellettuali, non c’è ragione alcuna di credere che davanti alla stazione della Storia riesca a transitarci coi suoi stessi piedi: avrà bisogno di un calcio, di una spinta, in linea coi bei costumi nazionali di cui è fiero assertore, trainato da qualcuno che forse i posteri potrà se non vederli quantomeno immaginarli. Dovrà sperare nel vezzo di un qualche scrittore, ma non so, non riesco a pensare a nessunissmo italiano vivente che passerà in letteratura nel numero degli eletti", se non forse quel maestrino di Busi e insieme a lui ovviamente Alberto Arbasino: sia per Fratelli d’Italia che per Super Eliogabalo. Mi pare tra l’altro che Arbasino nomini questo giornalista in uno dei suoi bellissimi rap. Quindi chissà, hai visto mai che ci passi davvero a futura memoria? Che un qualche lontano filologo tra un paio di millenni, scrivendo le note a un’edizione di Busi o di Arbasino, non inserisca una nota, un chiarimento per il lettore una volta giunto a questo oscuro nome del commensale del farmacista di Voghera: "pubblicista italiano di cui non si sa altro a parte il fatto che venne invitato a una cena con rap".
Così, tornando al noto giornalista e considerate le sue capacità stilistiche e intellettuali, non c’è ragione alcuna di credere che davanti alla stazione della Storia riesca a transitarci coi suoi stessi piedi: avrà bisogno di un calcio, di una spinta, in linea coi bei costumi nazionali di cui è fiero assertore, trainato da qualcuno che forse i posteri potrà se non vederli quantomeno immaginarli. Dovrà sperare nel vezzo di un qualche scrittore, ma non so, non riesco a pensare a nessunissmo italiano vivente che passerà in letteratura nel numero degli eletti", se non forse quel maestrino di Busi e insieme a lui ovviamente Alberto Arbasino: sia per Fratelli d’Italia che per Super Eliogabalo. Mi pare tra l’altro che Arbasino nomini questo giornalista in uno dei suoi bellissimi rap. Quindi chissà, hai visto mai che ci passi davvero a futura memoria? Che un qualche lontano filologo tra un paio di millenni, scrivendo le note a un’edizione di Busi o di Arbasino, non inserisca una nota, un chiarimento per il lettore una volta giunto a questo oscuro nome del commensale del farmacista di Voghera: "pubblicista italiano di cui non si sa altro a parte il fatto che venne invitato a una cena con rap".
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