Ci sarebbe da chiedersi se il passaggio dal senso proprio al senso figurato di una parola non sia un semplice espediente dell'uomo: l'umanità che attraverso la poesia tenta di liberarsi dai vincoli del "fascismo" della lingua, secondo la definizione data da Roland Barthes al Collège de France: la lingua che ti obbliga a dire. In effetti sono numerosi gli esempi nelle lingue semitiche e indoeuropee in cui a un senso proprio segue un senso figurato che è in un certo senso il capovolgimento del primo:
יַבָּשָׁה (yabbasha) che in ebraico vale terra asciutta ha sempre connotazioni positive nell'Antico Testamento: è la terra asciutta di Esodo 14,16, che Mosè dovrà aprire agli israeliti nella rocambolesca fuga attraverso il Mar Rosso: בַּיַּבָּשָֽׁה (bayabbasha - su terra asciutta), e lo stesso si deve pensare di Genesi, la terra che viene originariamente separata dalle acque, e il senso anche qui è "buono": su terra asciutta vivranno tranquillamente gli uomini e le donne. E lo stesso vale per il letto del Giordano in Giosuè 4,22, le cui acque, come per il Mar Rosso, si separano per lasciar passare senza pericolo gli israeliti, e a volte yabbasha significa anche spiaggia: comunque luogo sicuro.
In senso figurato invece terra asciutta non può che avere una connotazione negativa: secca, arida, riferita allla condizione dell' uomo assetato spiritualmente - vedi Isaia 44, 3-4:
כִּ֤י אֶצָּק־מַ֙יִם֙ עַל־צָמֵ֔א וְנֹזְלִ֖ים עַל־יַבָּשָׁ֑ה אֶצֹּ֤ק רוּחִי֙ עַל־זַרְעֶ֔ךָ וּבִרְכָתִ֖י עַל־צֶאֱצָאֶֽיךָ׃ וְצָמְח֖וּ בְּבֵ֣ין חָצִ֑יר כַּעֲרָבִ֖ים עַל־יִבְלֵי־מָֽיִם
perché io verserò acqua sull'assetato, torrenti sulla terra arida, verserò il mio spirito sui tuoi germogli e la mia benedizione sulla tua discendenzae crescerà tra l'erba come salici lungo corsi d'acqua.
Considerazioni simili, e per lo stesso termine, si possono fare per l'arabo, il greco, il latino ma anche per le nostre lingue moderne: un significato proprio che ammette un senso figurato può in alcuni casi contraddirlo: pascolo (non è certo il civilizzato pasto ma cristianamente diventa luogo di nutrimento divino), armadio (perde la sua utilità se riferito alla taglia di una persona), strada, via (è "buona" perché unisce due punti ma deve lottare con uno dei due sensi figurati: ci sono due vie, per il bene e per il male), piatto (dove si mangia ma anche stile, paesaggio piatto), mattone (riferito a libro), sola a Roma (nel senso di suola ma anche fregatura) d'altronde, come dice il prverbio: non fu mai bella scarpa che non diventi ciabatta. E si potrebbero fare tantissimi esempi in qualsiasi lingua. E anche in tantissimi casi in cui il senso proprio non può negativizzarsi allora corre in aiuto l'ironia.
Il problema è che una fuga dalla costrizione, dalle catene della lingua, è sempre una fuga di breve durata, di corto respiro, una vittoria di Pirro: una volta che ci si insedia nel nuovo senso, quando si pensava di essere gia liberi, ci si accorge che si è incatenati né più né meno che come prima. E nelle lingue occidentali, al di fuori dei famosi quattro sensi dell'esegesi cristiana, non riesco a pensarne altri. Bisognerà fermarsi per forza al grado quarto. Rinunciare a qualsiasi volontà di andare oltre, un po' come nei versi dell'andaluso Machado:
Mi voluntad se ha muerto una noche de luna
en que era tan hermoso no pensar ni querer
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mercoledì 24 dicembre 2014
martedì 23 dicembre 2014
la resa dei conti: quella parola che non conosco.
L'altra sera tornando a casa mi è successo un fatto strano. Sulla porta a vetri della guardiola del portiere c'era affisso un foglio - che non hanno ancora tolto. "In qualità", si dice su questo foglio, " di proprietario dell'appartamento interno eccetera piano eccetera, comunico che inzieranno i lavori eccetera". Sono stato davanti a quel foglio a bocca aperta almeno un minuto, a cercare di capire una certa parola, una parola mai sentita. Proprietario. Mi sono detto, che vorrà dire 'sta parola? l'italiano un po' lo conosco e non mi dice niente. E' presa da un'altra lingua? Eppure ho bazzicato si può dire quasi tutte le lingue del mondo e del passato, magari alcune approfondite, altre meno, dal persiano, al cinese, al sanscrito, all'arabo, all'ebraico, allo swaili, per non parlare dell'insieme del ceppo indoeuropeo e del blocco ugrofinnico, con qualche nozione di varie lingue del Burkina Faso: dalla lingua more (che andrebbe pronunciato mòoré - un po' come dire amore a Roma - alla lingua dioula, parlata a Bobo-Dioulasso. la linga bobo, samo, peul, bambara: insieme, ovviamente, alla matematica, le lingue sono state, si può dire, la mia unica vera grande passione, fin da piccolo, sia perché pensavo che potessero mettermi in contatto col passato (latino, greco, accadico assiro, ebraico, sanscrito ecc.) sia che mi mettessero in contatto col futuro (matematica). Possibile che proprietario appartenga a una di quelle lingue che ho studiato meno, il cinese, per esempio, o il giapponese, e che questa parola la conosca proprio uno che abita dove abito io, dove non ci sono né cinesi né giapponesi? possibile che ancora ignori una nozione magari meravigliosa?
Sono risalito a casa e non ci ho dormito tutta la notte. La mattina mi sono svegliato e niente: la parola proprietario non la conosco. Non mi dice niente. Sono stato tentato di scendere, strappare quel foglio (se non fosse che il nostro portiere è sempre così attento, preciso). Strappare il mezzo che contiene un'offesa palese alla mia esperienza. Alla fine mi sono detto, che per quanti sforzi, per quanti studi uno faccia, quante persone, quanti paesi veda, resta sempre fuori qualcosa. Non c'è niente da fare. Morale della favola, continuo a ignorare il senso di proprietario. Con un po' di giochi associativi riesco al massimo a pensare che da proprietario possa coniarsi un'espressione come proprietà privata. Ma verrebbe rigettata sicuramente dalla comunità dei parlanti. E il senso evidentemente, anche qui, mi resterebbe totalmente oscuro.
Sono risalito a casa e non ci ho dormito tutta la notte. La mattina mi sono svegliato e niente: la parola proprietario non la conosco. Non mi dice niente. Sono stato tentato di scendere, strappare quel foglio (se non fosse che il nostro portiere è sempre così attento, preciso). Strappare il mezzo che contiene un'offesa palese alla mia esperienza. Alla fine mi sono detto, che per quanti sforzi, per quanti studi uno faccia, quante persone, quanti paesi veda, resta sempre fuori qualcosa. Non c'è niente da fare. Morale della favola, continuo a ignorare il senso di proprietario. Con un po' di giochi associativi riesco al massimo a pensare che da proprietario possa coniarsi un'espressione come proprietà privata. Ma verrebbe rigettata sicuramente dalla comunità dei parlanti. E il senso evidentemente, anche qui, mi resterebbe totalmente oscuro.
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sabato 26 luglio 2014
La macchina dello Stato e i benemeriti artisti. Nota su Nietzsche
La tragedia antica
come educatrice del popolo poteva formarsi solo al servizio dello Stato.
(Die antike Tragödie als Volkslehrerin konnte
nur im Dienste des Staates zu Stande kommen. Nachgelassene Fragmente Ende
1870 — April 1871, 7 [23])
Questa affermazione di Nietzsche, contenuta in uno dei frammenti cosiddetti postumi, potrebbe apparire, come ogni giudizio umano non ancora analizzato con gli strumenti della logica informale, apodittica, di
principio, creatura di un possibile ideologismo. Ma è il giudizio di una voce particolarmente autorevole, difficilmente quindi ribaltabile. Intanto ci si dovrebbe piuttosto domandare per quale ragione
la tragedia antica, nella sua funzione educativa, non debba o non possa invece formarsi al di fuori dello Stato; oppure, che equivale allo stesso, per quale
ragione lo Stato debba profondere così tanti mezzi quanti sono
quelli necessari all’allestimento di così tante tragedie in concorso ogni anno
nei vari festival (ogni autore ne
presentava tre più un dramma satiresco, la cosiddetta tetralogia). Oppure ci si può chiedere per quale ragione la stessa
cosa, la profusione di così tanti mezzi, non possa immaginarsi come fatta da una
singola famiglia che voglia celebrare se stessa, la propria schiatta. Oppure: a
cosa porterebbe immaginare una singola famiglia o anche più di una – il che
rientrerebbe comunque in una concezione di Stato - che si faccia promotrice del
“bene” estetico pubblico?
Porterebbe, è ovvio, in primo luogo, al concetto di noia e quindi, dato un certo esiguo numero di anni, all’abbattimento del sistema del singolo. Dice Nietzsche nello stesso
frammento:
Con il suo
elevatissimo egoismo il singolo essere non arriverebbe mai a promuovere la
civiltà. Per questo si dà l’impulso politico, nel quale in un primo momento l’egoismo
se ne sta tranquillo.
(Das einzelne höchst
selbstsüchtige Wesen würde nie dazu kommen, die Kultur zu fördern. Darum giebt es den politischen Trieb, bei dem zunächst der Egoismus beruhigt ist.)
E ancora prima:
Per questa ragione
[la tragedia antica come educatrice all’interno dello Stato] il livello della vita politica e la dedizione
allo Stato si era così accresciuto che anche gli artisti pensavano soprattutto
allo Stato. Lo Stato era” strumento
della realtà artistica”. Per questo
la più alta aspirazione allo Stato doveva trovarsi proprio in quelle
cerchie che avevano bisogno dell’arte. Tutto ciò era possibile solo se lo Stato
si reggeva da sé, cosa che è pensabile solo se un esiguo numero di cittadini
accede al potere.
(Darum war das politische Leben und die
Ergebenheit für den Staat so gesteigert, daß auch die Künstler an ihn vor allem
dachten. Der Staat war ein “Mittel der Kunstwirklichkeit”:
deshalb mußte die Gier zum Staate in den kunstbedürftigen Kreisen die
allerhöchste sein. Dies war nur möglich durch Selbstregierung, diese aber ist
nur denkbar bei geringer Zahl von regierungsbefähigten Bürgern.)
In realtà non sarebbe difficile assegnare il "valore di verità del vero" a questa funzione ideologico-educativa del prodotto estetico pure nel caso dell’uomo
e della donna di oggi: della televisione, del cinema, delle università, dei giornali
finanziati dallo Stato. L’artista, l’intellettuale, che si pone anche in una netta
posizione di critica sociale o del potere [vedi La grande bellezza, che raggiunge addirittura gli Oscar] è a tutti gli effetti lui l’inconsapevole reggitore interno, il reggitore dello Stato: di questa spaventosa macchina senza
altro nocchiero se non la “potente”
propaganda delle immagini e delle parole. Il capitale, la finanza hanno ben
poco da preoccuparsi, così come una mamma non si preoccupa affatto di lasciare
i pargoli nelle mani di una fidata babysitter. Il lavoro che dovrebbero fare
loro, il capitale e la finanza, viene tranquillamente delegato a questo esercito (pur
sempre sparuto) di immaginifici e parolai. È interesse, cioè, dei singoli
pifferai non tirare la corda oltre un certo limite, pena – oltre la rottura
della corda – l’annullamento di sé.
Dice Nietzsche:
L’immane spiegamento di
istituzioni politiche e sociali veniva in fin dei conti effettuato a vantaggio
di pochi: cioè dei grandi artisti e filosofi – che però non debbono avere la
pretesa di entrare nella vita politica, come richiede invece lo Stato
platonico. Per loro la natura impiega le altissime e illusorie immagini, mentre
per la massa bastano gli scarti del genio.
(Der ungeheure Aufwand des Staats- und Gesellschaftswesens
wird schließlich doch nur für einige Wenige aufgeführt: dies sind die großen
Künstler und Philosophen — die nur nicht beanspruchen sollen, mit hinein zu
treten in das politische Wesen, wie es Plato’s Staat fordert. Für sie braucht
die Natur die höchsten Wahngebilde, während für die Masse nur die Abfälle des
Genius ausreichen.)
Il paradosso,
molla fascinosa e fondamentale di un potere che è dovunque e in nessun luogo, è d’altronde sempre ben oliata e
funzionante:
Lo Stato sorge in modo
crudelissimo dalla sottomissione, dalla generazione [aggiungerei continua] di una schiatta di fuchi. La sua superiore
vocazione consiste nel far crescere [aggiungerei: e far preservare] da questi fuchi una civiltà. L’impulso politico
tende alla conservazione della civiltà, così che non si debba ricominciare in
continuazione daccapo.
(Der Staat entsteht auf die grausamste Weise
durch Unterwerfung, durch die Erzeugung eines Drohnengeschlechts. Seine höhere
Bestimmung nun ist, aus diesen Drohnen eine Kultur erwachsen zu lassen. Der politische Trieb geht auf
Erhaltung der Kultur, damit nicht fortwährend von vorn angefangen werden muß.)
È uno Stato illusorio ma in fin dei conti benemerito, che ha pensato
anche a uno smaltimento indolore di ciò che non è, via via, necessario:
Vale lo stesso,
dice infatti Nietzsche, per il linguaggio:
è il parto degli esseri più geniali,
mentre il popolo ne utilizza solo la minima parte, e in certo qual modo soltanto
i rifiuti.
(Es verhält sich mit
der Sprache ähnlich: sie ist die Geburt der genialsten Wesen, zum Gebrauch für
die genialsten Wesen, während das Volk sie zum geringsten Theile braucht und
gleichsam nur die Abfälle benutzt.)
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venerdì 18 luglio 2014
Calunnia e diffamazione. Nota su Kafka e Busi querelato
Sarebbe strano scegliere di tradurre con “diffamazione” piuttosto che con “calunnia”
l’inizio comicissimo del Processo di Kafka, quando Joseph si è appena svegliato e prende atto di una nuova situazione:
Jemand mußte Josef K. v e r l e u m d e t haben, denn ohne daß er etwas Böses getan
hätte, wurde er eines Morgens verhaftet.
Qualcuno doveva aver “diffamato” Joseph
K., poiché senza che avesse fatto niente di male venne una mattina arrestato.
Verleumden, cioè
diffamare, di cui Diffamierung, da un punto di vista giuridico, è un
semplice sinonimo, è un reato ancora oggi previsto dal codice penale tedesco (articolo
187) – Kafka, che era laureato in Legge e era di
Praga (e morì a Vienna), visse in effetti per qualche tempo, saltuariamente, pure a Berlino, con la sua Felice, e proprio negli anni in cui
scrive il Processo. Ma a Kafka, almeno per la precisione terminologica, il diritto austro-ungarico o tedesco in questo passo interessava paradossalmente poco.
E’ indubbiamente, scegliere di tradurre l'inizio del Processo con “calunniato” invece che con "diffamato", una questione di registro (oltre che di causa e effetto - non ci sarebbe a rigore diffamazione senza che qualcuno ti calunni): diffamare
(articolo 595 del codice penale) suona immediatamente tecnico, calunniare, che pure è
tecnico (articolo 368) è nello stesso tempo più “terra terra” (e lasciamo perdere che nessuno sa cosa significhi giuridicamente, e che lo si usi come sinonimo di diffamazione): ha, nella mente dell'uomo e della donna della strada (o del cellulare) un qualcosa di generico, più facile da usare. Di più adatto insomma a un risveglio, come nel romanzo di Kafka, a un parlare a se stessi, quando non si pensa ancora all'ampia diffusione che avrà la "calunnia" (la calunnia è inizialmente un venticello): al più si penserà a una voce giunta all'autorità (la diffamazione, in termini giuridici e quindi sociali, verrà per forza in seguito). Epppure nessuno oggi per la strada, neanche a volersi riferire alle varie fasi di un'azione penale, direbbe l'ha calunniato (art, 368), nessuno si esprime così, se non nei vecchi romanzi, e non direbbe nemmeno l’ha diffamato (art. 595): in effetti si tende
a usare il sostantivo, il più delle volte senza specificare (si sa già di cosa si parla): s'è beccato una querela, una denuncia per diffamazione (il
termine “denuncia” è appunto usato costantemente a cazzo di cane, e la denuncia, a differenza della querela, non contiene nessuna manifestazione di volontà a voler perseguire il colpevole: è un
lavarsene le mani, può presentarla, la denuncia "chiunque", senza che poi compaia il suo nome. E' un po’ come dire:
io ve l’ho detto a voi poliziotti e carabinieri, poi fate "vobis"). E' un fare la spia, insomma.
Per poter querelare qualcuno per diffamazione (a parte quei pochi casi che raggiungono le aule di tribunale, e in genere per una parolaccia che un inquilino ha lanciato a un altro) bisogna comunque essere
famosi: cioè girare per la strada o entrare nei club più conosciuti con l'idea di essere un personaggio pubblico, con le
piume cioè che ti escono dal sedere: bisogna che in qualche modo si pensi che chi ha offeso la tua onorabilità ti abbia con ciò trasformato da persona famosa in diffamosa. E sarà forse per questo (perché vedo costantemente queste piume che escono dal sedere) che ogni volta che sento
dire che qualcuno ha querelato per una sciocchezza un altro per diffamazione, faccio tra me e me una pernacchia - tolti quindi i casi veramente più importanti e temibili, quando si è ingiustamente accusati di un reato - mi esce immancabilmente qualche volgarità. Il massimo è quando
si sente dire, improvvisamente, in televisione: “lei è querelato!”, come ha fatto con Aldo Busi
un ex ministro, mi pare, o deputata al (figuriamoci l'importanza) Parlamento italiano, deputata quindi
dal popolo tutto a rappresentarla, il quale deve essersi sentito anche lui diffamato insieme a questa sua eletta, che però non si era scelta affatto, visto che gli elettori non
potevano, in quella tornata eletterale, come nell'ultima, scegliere i loro candidati. E ha detto, questa ministra o deputata a Busi, scappando via dallo studio, forse per la vergogna (parlavano di mutandine): "lei è querelato!". Quasi a dire "sei querelato già prima che
io presenti la querela, sei nella condizione di querelato".
Ma in realtà, quest'ultimo esempio, non è incoerenza, mancanza di chiarezza o illogicità: è un ellissi vertiginosa, che rivela semplicemente una grande cultura letteraria, linguistica: sarebbe come dire: sappia, lei Busi, che domani a quest’ora, quando il mio avvocato presenterà querela, le è già querelato percché lo è da questo momento.
Ma in realtà, quest'ultimo esempio, non è incoerenza, mancanza di chiarezza o illogicità: è un ellissi vertiginosa, che rivela semplicemente una grande cultura letteraria, linguistica: sarebbe come dire: sappia, lei Busi, che domani a quest’ora, quando il mio avvocato presenterà querela, le è già querelato percché lo è da questo momento.
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sabato 12 luglio 2014
L'invidia e la stupidità. Il politicamente idiota
L'invidia è quella del pene, dell'organo genitale maschile, di cui sono invidiose le donne. Ma non tutte, che sarebbe un dramma. A molte, alla maggioranza delle donne, il pene sta bene dove sta e se ne delizia. Le invidiose sono invece, è un fatto conosciuto, le femministe, che non hanno mai saputo né voluto ammettere la bancarotta delle ideologie su cui
venerdì 4 luglio 2014
Il rosso e il blu. Lingua e galera
Burning Blue, titolo di un recente film americano: la storia d’amore tra due piloti dell'aviazione navale negli anni precedenti il periodo clintoniano, l’amministrazione Clinton, che cercò di cancellare le norme antiomosessuali in vigore in ambiente militare e si finì invece per adottare la politica dello struzzo: don’t ask don’t tell ( se sei omosessuale, uomo o donna, tientelo per te e noi, vertici militari, non ti rompiamo i c. – "promessa", tra l'altro, da marinaio).
Sempre sull'espressione burning blue. E' un tipico ossimoro, nel caso del titolo del film perfino inevitabile dati i legami altamente esplosivi di cui il film racconta (Les liaisons dangereuses è giustamente uno dei libri più disseminati di ossimori, compreso il titolo). Un ossimoro per chi ce lo sa vedere, per chi ha visto o immagina una storia d’amore tra due uomini, due ragazzoni sposati, freddi, algidi (o che dovrebbero esserlo), e che dovrebbero solcare i cieli a velocità supersoniche e far bruciare il freddo blu dei cieli con la loro passione.
Ancora su burning blue. D'altra parte il cielo è sempre più blu e freddo. Nessuno riuscirebbe
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l'abbraccio e la paura
L’abbraccio tra due delinquenti, due spietati killer, due
pericolosi malavitanti non è il segno di un residuo granello di umanità: semmai,
caratteristica più propria all’umanità è l'essere feroce, spietata.
L’abbraccio, i baci, le manifestazioni di affetto tra due criminali non sono
altro che il segno di una paura che cova, il pegno di un legame di
protezione. In altri termini è pura
retorica. Opera continua di persuasione.
Lo stesso può dirsi dell’abbraccio in generale, dei baci, delle manifestazioni
di affetto tra parenti, amici. Sono semplicemente un simbolo. La sostituzione
di un linguaggio, quello delle emozioni, con un altro, quello gestuale
rappresentativo di queste emozioni. Il simbolo della strutturale
debolezza biologica dell’individuo, e della sua conseguente fragilità emotiva. Quindi la manifestazione sociale della sua piena solitudine.
Paradossalmente è meno solo chi è solo (ma con se stesso) che chi partecipa di un legame
affettivo: costui non è né solo né "non solo". Se così non fosse,
l’individuo non avrebbe bisogno di sentirsi rassicurato e di rassicurare.
L’abbraccio, i baci, sono la manifestazione di un’isteria. Dell’essere
pietrificati di fronte all’incertezza. Sono il segno del limbo perpetuo nel quale si muove l’individuo: non si è né all’inferno né in
paradiso.
L’amicizia è un rito apotropaico, il cui scopo sarebbe lo stesso del corno portafortuna che usano i napoletani.
L’amicizia è un rito apotropaico, il cui scopo sarebbe lo stesso del corno portafortuna che usano i napoletani.
I popoli caratterialmente più marziali sono quelli che si sottraggono, fin che possono, alle manifestazioni di affetto – vedi ancora oggi
gli inglesi. O vedi un atteggiamento tipico delle loro classi dirigenti, dell'establishment: "sono stato
educato così, a nascondere i miei sentimenti". E questo, a sua volta, è pura tattica.
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