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sabato 10 gennaio 2015
lunedì 29 dicembre 2014
Islam, Giudaismo e Cristianesimo disuniti nella "tentazione"
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| Salvador Dalì, La tentation de saint'Antoine |
Il mondo coranico è meno prono al comico rispetto al Giudaismo. E di conseguenza rispetto al Cristianesimo. La stessa cacciata di Adamo e della sua donna dal Paradiso è nella Lettura dell'Islam un fatto di pura spiritualità: per l'ammiccante, teatrale serpente, trasformato in seguito dall'esegesi ebraica in "portatore" di Satana, quasi fosse un carro, non c'è spazio. Così almeno nella seconda sura:
فَأَزَلَّهُمَا الشَّيْطَانُ عَنْهَا فَأَخْرَجَهُمَا مِمَّا كَانَا فِيهِ (fa azallahuma l-shaytanu 'anha fa-akhrajahuma)
e li fece scivolare il Maligno da quel posto e l i p o r t ò fuori da ciò in cui si trovavano (la loro condizione di felicità)
(Il verbo أَخْرَجَ (akhraja), nella forma IV, è usato invece in questa stessa sura al versetto 22 in un'accezione positiva (vedi quanto ho scritto nel Grado quarto della libertà), dovendosi riferire a Dio che fa della terra un giaciglio per l'uomo e del cielo un tetto (una volta) e manda giù pioggia che farà poi crescere il suo nutrimento:
فَأَخْرَجَ بِهِ مِنَ الثَّمَرَاتِ رِزْقًا لَّكُمْ (fa-akraja bihi mina l-thamarati riz'qan lakum):
e p o r t ò perciò frutti quale vostro sostentamento).
In questo senso l'Islam rappresenta - almeno in questo passo dell'Eden teologicamente fondante (il riferimento al primo peccato, alla trasgressione degli ordini divini) - un abbandono del concreto, un'elevamento in termini astratti e spirituali rispetto al Giudaismo e al Cristianesimo (mi pare sia stato Gore Vidal a dire una volta in una trasmissione qualcosa di simile: un miglioramento, an improvement, rispetto alle altre due grandi religioni, anche se non ricordo in che contesto vedeva lo vedeva, e riteneva comunque che anche l'Islam, come il Giudaismo e il Cristianesimo, avesse fallito). E non fa nessuna differenza il fatto che nelle varie tradizioni demonologiche musulmane Shaytan (il Maligno, in questo caso Iblis) possa assumere la forma di ogni creatura vivente: il cane, la iena, il serpente, perfino un aspetto umano: è in questo versetto 36 che non si fa menzione di zoomorfismi.
Il Cristianesimo, erede del Giudaismo, ha d'altronde sempre preferito un più prossimo contatto con la terra, e con le sue creature, soprattutto in situazioni estreme, dove però l'ascesi dovrebbe indicare più che un desiderio della terra tout court (come era per esempio nel caso delle sacerdotesse di Dodona) un suo immediato uso, uno strumento di elevazione, con tutti i rischi che questo comporta, anche di caduta nel comico, come nel caso dei primi asceti, che si sceglievano per dimora il deserto, notoriamente popolato da serpenti anche piuttosto pericolosi.
Credo che su questa questione del comico nel Giudaismo e nel Cristianesimo (o meglio nelle Scritture), di una sua certa continua teatralità, abbia giocato Flaubert nella Tentation de saint'Antoine. E' difficile leggere quel libro senza scoppiare a ridere, nonostante i lunghi passaggi descrittivi (ma forse anche a motivo di questo), deliranti per ricchezza ideativa e lessicale. Vedi ad esempio una delle allucinazioni di sant'Antonio, l'arrivo della carovana della Regina di Saba alla sua capanna nella Tebaide, carica di doni preziosi di ogni genere, che gli si getta al collo follemente innamorata. E' la continuazione di Eva che coglie il frutto dall'albero e porta tentazioni all'uomo - tanto più ridicola, la situazione, quanto più l'uomo sarà un eremita che da trent'anni vive solo e isolato dal resto del mondo.
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mercoledì 10 dicembre 2014
Il pendaglio da forca. Giuda salvato
All'interno delle primitive comunità cristiane la morte di Giuda Iscariota è un tipico esempio di ricerca di un sicuro capro espiatorio. Il tradimento è narrativamente - in funzione di exemplum - più appetibile della semplice sobillazione. In realtà il vero mandante del massacro e dell'omicidio di Gesù fu il sommo sacerdote Caifa, l'ipocrita ammantato di ricche vesti, il pupazzo che ossequiava i Romani e che pagò senza ritegno i trenta denari. Il vero pendaglio da forca, quindi, a rigore, non avrebbe dovuto essere Giuda ma Caifa, o meglio: Yosef Bar Kayafa: Giuseppe figlio di Caifa, altrimenti noto come Caifa. L'aver presentato come pendaglio da forca Giuda ha portato molta acqua al mulino della propaganda. Senza contare che se non ci fosse stato il suo sacrificio (cose dette e ridette dalle più serie riflessioni teologiche) non sarebbe stato possibile nemmeno il sacrificio di Cristo. Insomma la particolare fine di Giuda è un dato irrilevante della missione di Gesù e Giuda sarebbe stato anzi il primo a dover ricevere il perdono. La sua morte violenta (soprattutto in presenza di un pentimento) contraddice totalmente il piano salvifico e getta una luce aberrante, carica di retorica di bassa lega (manipolatrice), sul cristianasimo delle origini. E' una delle prime deviazioni dall'originario messaggio di Cristo.
sabato 26 luglio 2014
la gentilezza di Cacciari e il disprezzo di Aristotele
Uno dei tratti salienti del carattere di Massimo Cacciari
credo sia la gentilezza (quella che una
volta si chiamava gentilezza d’animo). Dico: “credo”, perché non l’ho mai conosciuto:
l’ho visto dal vero solo tre volte uno stesso giorno a Venezia, e tutte e tre
le volte l'ho incrociato su un vaporetto, quando era sindaco, e sempre con la
sua borsa di pelle che si lasciava indovinare piena di cartelle e documenti; non mi sono meravigliato quel giorno di vederlo così spesso: era
evidentemente uno che da sindaco lavorava sodo, e che soprattutto non si serviva del
motoscafo sperperando i soldi del contribuente: viaggiava insieme agli altri
veneziani coi mezzi pubblici. Buon esempio per la cittadinanza. I veneziani non
parevano nemmeno accorgersene, un uomo comunque famoso:
era – ed è - un cittadino tra i cittadini. Dico ancora che “credo” che il suo
carattere saliente sia la gentilezza (
nonostante i sui giudizi politici taglienti e nonostante l’aspetto apparentemente severo,
dovuto forse alla barba, che rimanda sempre a un’idea di ascetismo, di distacco
dal mondo) perché la fisiognomica (i
tratti del volto, lo sguardo) non è un’opinione – diceva Valery che se non si
fosse mai visto allo specchio, se non avesse saputo come era fatto si sarebbe
riconosciuto ugualmente se si fosse visto in una fotografia,
semplicemente osservando nel viso i segni che la vita vi aveva impresso.
Questa gentilezza di carattere di Cacciari (che può leggersi come il risvolto esterno della sua straordinaria cultura) – che evidentemente
non collide con momenti di più contingenti e solenni incazzature (non riesco a
immaginare che brutti quarti d’ora devono avergli fatto passare quando andò a
fuoco La Fenice) - oltre che dalla fisionomia mi pare si colga anche in certe modulazioni della sua
scrittura, ad esempio in quello che io considero uno dei suoi libri più belli,
forse il più bello e senz’altro il più filosofico,
il libro del pensatore, Dallo Steinhof. Prospettive viennesi del
primo Novecento, scritto ormai più di trent’anni fa, anche se poi rivisto.
Si veda per esempio il capitolo sull’ineffabile,
il riferimento a Agamben e a Wittgenstein, autori battuti e ribattuti, quel rimandare giustamente alle considerazioni di Agamben sulla dimensione dell’in-fanzia,
cioè quella dimensione in cui non si proferisce ancora parola, quel vederlo come l’archilimite del
mistico di Wittgenstein (che ne prevede l’esistenza alla fine del Tractatus), quel limite
che permette al linguaggio di "definirsi correttamente", e invece poi quel tratto di attenzione, di delicatezza col quale Cacciari cita
le baggianate teologizzanti di Baget-Bozzo e Benvenuto su questo mistico di Wittgenstein:
ma per altri (come per
Baget-Bozzo e Benvenuto, che affrontano il problema nell’ambito più
strettamente teologico del dire o tacere Dio) l’ineffabile di Wittgenstein
verrebbe anch’esso prodotto linguisticamente definendosi come funzione cardine
di un decreto che sviluppato così suonerebbe: “io dico, io (qui) taccio”.
Aggiunge Cacciari con una grazia unica, disarmante:
ma non sta nell’essenza
stessa del decreto la possibilità di essere trasgredito? e come va pensata
allora la possibilità della trasgressione? (p. 135).
Verrebbe da dire, che il decreto
di Baget-Bozzo e di Benvenuto, nel caso venisse trasgredito, suonerebbe
così:
“io taccio: io (qui) dico”
che non avrebbe più niente a che fare con l’inesprimibile,
con l’ineffabile, ma con la ciarla
perpetua.
Aristotele non andava troppo per il sottile invece nelle sue discussioni, e
sicuramente uno dei tratti salienti del suo carattere, a seguire le modulazioni
della sua scrittura, era il disprezzo dell’avversario se lo trovava cattivo
combattente:
οὗτοι μὲν
οὖν, ὥσπερ λέγομεν, καὶ μέχρι τούτου δυοῖν αἰτίαιν ὧν ἡμεῖς διωρίσαμεν ἐν τοῖς περὶ φύσεως ἡμμένοι φαίνονται (Metaphysica, 985a)
... questi dunque, secondo noi, e fino ad ora, considerano
solo due delle cause che noi abbiamo distinto nei nostri scritti sulla natura
(nel caso di Baget-Bozzo e Benvenuto soltanto una causa,
cioè Dio)
e lo fanno, dice Aristotele:
in maniera oscura, per
niente chiara, nel modo in cui nelle battaglie agiscono quei soldati non
esercitati. Anche questi infatti scorrazzano a destra e a sinistra e spesso menano anche dei bei colpi.
Ma così come questi agiscono senza averne cognizione anche quelli sembrano non
sapere quello che dicono, dal momento che non sanno farne uso se non
modestamente.
(ἀμυδρῶς
μέντοι καὶ οὐθὲν σαφῶς ἀλλ' οἷον ἐν ταῖς μάχαις οἱ ἀγύμναστοι ποιοῦσιν· καὶ γὰρ
ἐκεῖνοι περιφερόμενοι τύπτουσι πολλάκις καλὰς πληγάς, ἀλλ' οὔτε ἐκεῖνοι ἀπὸ ἐπιστήμης οὔτε οὗτοι ἐοίκασιν εἰδέναι ὅ τι λέγουσιν· σχεδὸν γὰρ οὐθὲν χρώμενοι φαίνονται τούτοις ἀλλ' ἢ κατὰ
μικρόν. Metaphysica, 985a)
O ancora, nella Fisica:
… e infatti le loro premesse (di
Melisso e Parmenide) sono false e le conseguenze senza logica. Ma è soprattutto
il ragionamento di Melisso a essere volgare e non crea problemi – una volta
ammessa un’assurdità, tutte le altre procedono: in questo niente di preoccupante.
(καὶ γὰρ
ψευδῆ λαμβάνουσι καὶ ἀσυλλόγιστοί εἰσιν· μᾶλλον δ' ὁ Μελίσσου φορτικὸς καὶ οὐκ ἔχων ἀπορίαν, ἀλλ' ἑνὸς ἀτόπου δοθέντος τὰ ἄλλα συμβαίνει· τοῦτο δὲ οὐδὲν χαλεπόν. 185a)
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