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giovedì 15 settembre 2016

Leggi "simpatiche"

La legge di Osthoff è una di quelle leggi "simpatiche", poco complicate, lo studente di greco avrebbe buon gioco. Peccato che come tutte le leggi e i tentativi di normalizzare i fatti di lingua, contiene eccezioni, e basta un'eccezione per invalidare una legge (l'omerico νῆυσι resta per esempio felicemente fuori, e il tentativo di spiegarlo da un originario *néh2u-, rimane una congettura.

Lo stesso può dirsi della legge di Wheeler, ugualmente "simpatica", amichevole, una vera chicca fonologica dal soprannome sfizioso: la legge del dattilo finale. Ha quantomeno il merito di "illuminare" la questione dell'accento nel participio perfetto medio-passivo (perché diavolo a differenza degli altri participi che gli somigliano avrebbe quello strano accento sulla penultima). Ma anche qui le eccezioni non mancano: μυελός, ὀμφαλός,ὀρφανός, e restano fuori ( a differenza del latino e dell'italiano) gli aggettivi del tipo -ικος (μαθηματικός, ἀστικός ecc.) - aggettivi però di "classe", colti, intelellettualizzanti (Aristofane li mette in bocca ai "bei parlatori"),  e si prestano a essere accentuati in un certo modo, un segno di distinzione, così come in italiano si tende a accentuare in modo errato, ritraendo l'accento sulla terzultima, alcuni nomi poco nell'uso e creduti colti (pùdico, tàfano), e in effetti anche nel latino e poi nelle lingue europee questo suffisso finisce per denotare l'appartenenza a un gruppo, ha una funzione classificatoria, categorizzante (vedi su questo l'insuperato e insuperabile studio di Chantraine). In questo senso, e solo in questo senso, farebbe pensare al -ka dell'indoeuropeo, che è la marca del genitivo dei pronomi personali, una marca di appartenenza.

martedì 27 gennaio 2015

dove la luna è maschile: un attributo di Śiva e le lingue germaniche




 सिद्धिः साध्ये सताम् अस्तु प्रसादात् तस्य धूर्जटेः /
जाह्नवीफेनलेखेव यन्मूर्ध्नि शशिनः कला //

Che la riuscita, nel perfezionamento dei buoni, sia un segno del favore di quel Dhurjati (Siva)
sulla cui testa è - simile a uno schiumoso spicchio del Gange - la sedicesima parte della luna

Passo iniziale dell'Hitopadesa comunemente frainteso. Il locativo साध्ये - sādhye (nel perfezionamento, per il perfezionamento) - non può che riferirsi al termine che segue, ai buoni: non avrebbe nessun senso intenderlo

martedì 23 dicembre 2014

la resa dei conti: quella parola che non conosco.

L'altra sera tornando a casa mi è successo un fatto strano. Sulla porta a vetri della guardiola del portiere c'era affisso un foglio - che non hanno ancora tolto. "In qualità", si dice su questo foglio, " di proprietario dell'appartamento interno eccetera piano eccetera, comunico che inzieranno i lavori eccetera". Sono stato davanti a quel foglio a bocca aperta almeno un minuto, a cercare di capire una certa parola, una parola mai sentita. Proprietario. Mi sono detto, che vorrà dire 'sta parola? l'italiano un po' lo conosco e non mi dice niente. E' presa da un'altra lingua? Eppure ho bazzicato si può dire quasi tutte le lingue del mondo e del passato, magari alcune approfondite, altre meno, dal persiano, al cinese, al sanscrito, all'arabo, all'ebraico, allo swaili, per non parlare dell'insieme del ceppo indoeuropeo e del blocco ugrofinnico, con qualche nozione di varie lingue del Burkina Faso: dalla lingua more (che andrebbe pronunciato mòoré - un po' come dire amore a Roma - alla lingua dioula, parlata a Bobo-Dioulasso. la linga bobo, samo, peul, bambara: insieme, ovviamente, alla matematica, le lingue sono state, si può dire, la mia unica vera grande passione, fin da piccolo, sia perché pensavo che potessero mettermi in contatto col passato (latino, greco, accadico assiro, ebraico, sanscrito ecc.) sia che mi mettessero in contatto col futuro (matematica). Possibile che proprietario appartenga a una di quelle lingue che ho studiato meno, il cinese, per esempio, o il giapponese, e che questa parola la conosca proprio uno che abita dove abito io, dove non ci sono né cinesi né giapponesi? possibile che ancora ignori una nozione magari meravigliosa?

Sono risalito a casa e non ci ho dormito tutta la notte. La mattina mi sono svegliato e niente:  la parola proprietario non la conosco. Non mi dice niente. Sono stato tentato di scendere, strappare quel foglio (se non fosse che il nostro portiere è sempre così attento, preciso). Strappare il mezzo che contiene un'offesa palese alla mia esperienza. Alla fine mi sono detto, che per quanti sforzi, per quanti studi uno faccia, quante persone, quanti paesi veda, resta sempre fuori qualcosa. Non c'è niente da fare. Morale della favola, continuo a ignorare il senso di proprietario. Con un po' di giochi associativi riesco al massimo a pensare che da proprietario possa coniarsi un'espressione come proprietà privata. Ma verrebbe rigettata sicuramente dalla comunità dei parlanti. E il senso evidentemente, anche qui, mi resterebbe totalmente oscuro.

martedì 21 ottobre 2014

La vedova e il marito vivo. Un motivo in Lucano.

Alcuni semplici versi di Lucano hanno creato non pochi problemi in vecchi studiosi della sua opera e continuano a crearne in nuovi. Si tratta del passo in cui Pompeo rimprovera sua moglie Cornelia che piange sulla spiaggia di Lesbo dopo la disfatta di Farsalo:

... tu nulla tulisti
bello damna meo: vivit post proelia Magnus
sed fortuna perit: quod defles, illud amasti.

... tu non hai subito alcun
danno dalla mia guerra: dopo essersi battuto, questo “grande” continua a vivere
anche se la fortuna è morta: ciò che piangi è ciò che si è amato.

Vennero ritenuti questi versi “vergognosi” (abominable) da Haitland nella sua introduzione all’edizione di Haskin. In un suo articolo nel Classical Quarterly (On some Passages in Lucan VIII, I, 1907, p. 75) J.J. Postgate  ritiene la parole di Haitland eccessive anche se poi finisce per sposarne lui stesso la causa (“For the crude brutality of the statement  in the last four words there is however no excuse”). E suggerisce, per attenuare questa supposta "brutalità" di intervenire sulla punteggiatura e di inserire un punto interrogativo alla fine: quod defles illud amasti? e il senso, secondo Postgate, dovrebbe essere, mi pare:

forse non ci sono già più, che piangi? sono forse già morto?

 L’interpretazione del perfetto secondo l’uso tipico del sistema indoeuropeo (stato dedotto dall'azione), di azione cioè vista come conclusa nel passato ma con conseguenze nel presente, amasti per non ami più (vixerunt per sono morti in Cicerone) è accettabile, ciò che invece è superfluo è l’intervento sulla punteggiatura, non necessario. Ciò che piangi (ciò che si piange), dice semplicemente Pompeo, è ciò che hai amato (ciò che si è amato, e che quindi non c’è più). In altri termini: una moglie piange il marito quando è morto. I versi che immediatamente precedono indicano d'altronde che questa linea di interpretazione è quella giusta, lì dove Pompeo dice a sua moglie che piangere il proprio marito deve essere l’ultima cosa a cui affidarsi, l’ultimo credo:

... ultima debet

esse fides lugere virum ...

(Londra, 2001)