Sarebbe difficile dare un senso alle oscene eiaculazioni sinaptiche di tanti esperti e "conoscitori" del mondo antico se non ci si vedesse quella tipica tendenza all'idiozia da cui è affetto da sempre il mondo accademico. L'entusiasmo senza riserve per questo o quest'altro autore a cui si attribusice "profondità" di pensiero è una manifestazione di una idiosincrasia al contrario, di una immoderata simpatia, non potrà mai contare su ragioni obbiettive, non è altro che conseguenza di infatuazioni pseudoideologiche. Leggere e rileggere autori greci e latini va bene finché non ci si dimentica che erano epoche (e autori) che fondavano il loro benessere su un feroce sfruttamento della manodopera schiavistica. Platone o Aristotele, Demostene o Cicerone, Catullo, Cesare, Lisia o Isocrate, Antifonte, Erodoto, Senofonte, Sallustio, Tucidite o Tacito, Pindaro, Alceo, Anacreonte e chi più ne ha ne metta non provavno nessunissima vergogna a utilizzare la parola schiavo, a maneggiare, accettando lo stato di cose, la nozione di non libero. Non se ne salva nessuno. Il Cattolicesimo trae forza unica da Platone e Aristoetle (a entrambi nella storia del pensiero, pone fine soltanto Cartesio), ancora nei Dialoghi e nelle Lettere di Gregorio Magno, che scrive in veste di pontefice, si potrebbero citare decine di riferimenti al patrimonio della Chiesa, al "va bene così", alla sua accettazione di una struttura agraria che si regge sullo stesso tipo di sfruttamento che li aveva preceduti nel mondo pagano. L'ipocrita Agostino non la passa liscia quando in una lettera a Alipio di Tagaste (appartiene all'ultimo periodo) pare soltanto scagliarsi contro i mangones (mercanti di schiavi), in realtà riproponendo da cima a fondo il sistema libero/schiavo:
Nam vix pauci reperiuntur a parentibus venditi quos tamen non ut leges
Romanae sinunt ad operas viginti quinque annorum emunt isti, sed .... (CSEL, 10)
Se ne trovano pochissimi che siano stati venduti (legalmente) dai genitori e che (i mangones) comprano per farli lavorare non venticinque anni, come richiedono le leggi romane ma ...
Basterebbe questo "scambio privato" tra un futuro santo e un vescovo a far apparire la malafede pure in tutte le altre cose che ha scritto (altro che Confessioni), non ci sarebbe nemmeno bisogno di leggere se l'idea è di farne apologia.
Ciò che rese grande la Grecia e grande Roma,e poi il Cattolicesimo, non fu altro che lo stesso meccanismo (più evidente perché più vicino) che ha reso grande la scorreggiante America bianca o che rese ricco lo scorreggiante Sudafrica bianco all'epoca dell'Apartheid. Non c'è semplicemente nessuna ragione "umanistica", di superiorità dell'uomo sulla bestia, nessuna ragione di andare fieri del pensiero antico, di visitare Atene e commuoversi sull'Acropoli perché è lì che si sentono le origini del pensiero occidentale, o andare a Delfi a respirare il soffio magnetico di Apollo, o sedersi su un pezzo di tufo al Foro a Roma e piangere di commozione dentro una confezione di kleenex, così come non c'è nessuna ragione di andare fieri del "pensiero" moderno o contemporaneo, che fonda la sua libertà parolaia sui milioni di morti sul lavoro che si registrano ogni anno in tutto il mondo (circa due milioni, comprese le morti per malattie professionali). Parlare dei quali oltre un certo limite non attirerebbe audience.
L'unico grande evento memorabile nell'antichità fu la rivolta di Spartaco, un gruppo di schiavi che anelarono alla libertà. A parte questo, non successe niente.
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sabato 19 marzo 2016
domenica 4 gennaio 2015
La Biblioteca di Alessandria: il luogo dell'eccesso
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| Alessandria d'Egitto - Biblioteca Alexandrina |
Leggevo su un giornale egiziano che la biblioteca di Alessandria, quella attuale, la Biblioteca Alexandrina, ospiterà una conferenza araba sul tema del contrasto all'estremismo e al terrorismo. تطرف (tatàrruf) è il termine arabo per estremismo, ma viene usato anche in contesti non politici: ad esempio a indicare smodatezza, stravaganza, opulenza, e perfino negligenza, e di conseguenza dissipazione. Dovunque insomma ci sia l'idea di un oltrepassare la misura, moralmente o materialmente. Alcuni di questi significati si trovano pure nell'italiano estremismo, compreso quello politico, che è anzi il primo a cui si pensa. Ma è implicito ancora in opulenza, in negligenza eccetera, per quanto negligenza faccia in un primo tempo pensare a trascuratezza.
Che sia proprio la Biblioteca di Alessandria a organizzare una conferenza del mondo arabo sull'estremismo, sul radicalismo, appare come uno di quei fenomeni intrastorici nei quali si riosserva lo spirito dei luoghi ineluttabilmente all'opera, quando al genio del luogo non si pensava ormai più. Si può dire che la stessa antica biblioteca di Alessandria contenesse già nel suo destino, ben prima della sua fondazione, un iperbolico bisogno di eccedere: era la più grande biblioteca conosciuta dell'antichità e la sua definitiva distruzione, qualunque delle ipotesi si consideri buona, fu di nuovo il segno di un eccesso, che fosse direttamente ideologico (l'editto di Teodosio o l'ordine che avrebbe dato nel VII secolo Umar ibn al-Kattab - il sultano Omar) o conseguenza non voluta di azioni belliche (Cesare). E alla Biblioteca di Alessandria si possono poi attribuire tutte le varie connotazioni dell'arabo tatàrruf: fu una smodata collezione di libri, fu certamente stravagante, per la gran quantità di "cacata carta" che doveva contenere (secondo la descrizione che fa Catullo degli Annali di Volusio), e in questo senso fu anche negligente: la negligenza dei bibliotecari nella scelta dei libri, e fu indubbiamente opulenta, essendo una biblioteca reale, e era votata alla dissipazione, alla perdita del suo ricco patrimonio.
venerdì 16 maggio 2014
Archiloco e il sesso sfrenato degli antichi. "Insospettato" multiculturalismo
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| sigillo cilindrico achemenide VI s. - Louvre |
In un passo del profeta Ezechiele (23.20) si dice che Ooliba (dietro la quale si celerebbe Gerusalemme) aveva per amanti quegli uomini “la cui carne è quella
degli asini e la cui alluvione è quella dei cavalli”.
L'ebraico ha:
אֲשֶׁ֤ר בְּשַׂר־חֲמוֹרִים֙ בְּשָׂרָ֔ם וְזִרְמַ֥ת סוּסִ֖ים
זִרְמָתָֽ
(Asher bessar
chmurim bessaram we zirmath susim zirmatham)
un passo che nella traduzione della CEI
del 1974 e in quella del 2008 viene reso con:
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martedì 20 agosto 2013
Proust internauta e i wormholes
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| Philippe E. Hurbain, Wormhole: panorama of the dunes |
Mi è capitato di trovare, anni fa, nei diari di Philippe
Sollers, un certo giocoso e nostalgico riferimento a Proust. Diceva Sollers che se Proust vivesse oggi
sarebbe senz'altro un indemoniato del fax, delle email e di tutto il resto, e che lo si vedrebbe sposare
pienamente la causa di Internet - ammesso, ovviamente, che Internet si proponga una causa, un qualche fine umanitario, e
che non sia semplicemente la più potente e cavernicola forma di retorica che la Storia conosca, basata come tutte le retoriche che si rispettino, sulla manipolazione e il controllo totale dell'individuo. A dire
il vero Sollers non diceva indemoniato, ma il senso
era quello, che cioè proprio Proust, colui che più di ogni altro era parso immerso nei discorsi sociali di un mondo chiuso ed esclusivo, si sarebbe gettato oggi anima e corpo in tutti i più minuti meccanismi e varianti globali di queste odierne e dissocianti tecnologie dell'annullamento di una distanza. E in effetti di Proust (e inevitabilmente del Narratore della Recherche) si conosce la passione per le invenzioni dell'epoca: il telefono ancora agli inizi col quale ascoltava i concerti da casa, la bicicletta di Albertine a Balbec, l'aereo ammirato a Versaille e nei pressi del castello della Raspelière ma poi oggetto temutissimo durante la guerra. Non era certo un nostalgico. E inoltre si conosce almeno un caso in cui il Proust anagrafico si divertì per qualche ora a impersonare il portiere di uno stabile nel quale abitavano alcuni suoi amici, professione da sempre lanciata nel più lontano e più moderno futuro.
Non credo tuttavia che Sollers abbia posto o indicato la questione nei termini giusti. Non ha molto senso chiedersi come sarebbe o cosa farebbe oggi un Leonardo, o come sarebbero Balzac o Stendhal o Montaigne. Fa venire in mente quegli uomini che dicono che se fossero donne farebbero sesso ogni cinque minuti. Porre la questione in questi termini svela semplicemente un sentimentalismo o un arrapamento di tipo senile, anche piuttosto preoccupante in un intellettuale di un certo calibro che dovrebbe tenere confinati i propri istinti al privato, pure in un diario da rendere pubblico.
Non credo tuttavia che Sollers abbia posto o indicato la questione nei termini giusti. Non ha molto senso chiedersi come sarebbe o cosa farebbe oggi un Leonardo, o come sarebbero Balzac o Stendhal o Montaigne. Fa venire in mente quegli uomini che dicono che se fossero donne farebbero sesso ogni cinque minuti. Porre la questione in questi termini svela semplicemente un sentimentalismo o un arrapamento di tipo senile, anche piuttosto preoccupante in un intellettuale di un certo calibro che dovrebbe tenere confinati i propri istinti al privato, pure in un diario da rendere pubblico.
Avendo scritto la mia prima tesi sugli influssi della poesia alessandrina in Catullo, per un certo periodo rimasi convinto di essere la sua reincarnazione, considerato che dopotutto si chiamava Gaio Valerio e che io pure mi chiamo Valerio, e che già al liceo amavo i suoi epigrammi e anzi li avevo riscrittti adattandoli ai miei tempi e intitolando quel lavoretto Catullo allo specchio. Così, un autunno di tanti anni fa, arrivando sul lago di Garda e andando subito a vedere i resti della supposta Villa di Catullo chiesi agli amici con cui ero di lasciarmi per un po’ da solo: volevo fare un semplice esperimento: misurare una volta per tutte l'effettiva distanza ontologica, se ce n'era una, che mi separava da Catullo. Mi sedetti tra le antiche pietre e restai in silenzio qualche minuto. Ma non sentii niente. E pensai che o io non ero Catullo o che quella non era la sua villa.
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| ultima immagine di Proust |
Sarebbe più interessante chiedersi invece che cosa avrebbe da fare o cosa si troverebbe a fare uno
dei tanti scrittori che oggi vanno per la maggiore - ma anche uno dei tanti attori, musicisti, architetti o qualsiasi altro
personaggio pubblico convinto di essere qualcuno - di cosa si scoprirebbero appassionati se
venissero improvvisamente portati indietro nel tempo con lo stesso nome e
professione di oggi. E non so perché mi viene in mente una storiella morale di
san Bernardino da Siena, che racconta che un bel giorno un uomo che passeggiava per la via degli Speziali,
dove si sentivano nell'aria profumi e aromi di ogni genere, improvvisamente cadde a terra svenuto. Come ancora oggi succede, molte persone gli si fecero attorno, arrivò anche
un medico, che dopo averlo palpato e ripalpato chiese se qualcuno ne conosceva il mestiere. Quando gli dissero che faceva il
votatore di pitali, il medico sorrise e disse di portare dello sterco di cavallo. Come l'ebbe tra le mani, gliene passò un po’ sotto il naso e quello rinvenne.
Concludeva san Bernardino: voi ci ridete, et ecci da piangere.
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