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lunedì 6 giugno 2016

Lo sguardo di chi passa alla storia

Se nella guerra contro Artaserse Ciro avesse prevalso, Senofonte avrebbe scritto un buon numero di altre opere, e siccome era destino che si conservasse tutto di questo scrittore, avremmo letto di Ciro negli anni della maturità e forse nella vecchiaia. Senofonte l'avrebbe seguito a Babilonia o a Susa, sarebbe rimasto a corte e avrebbe forse dimenticato generosità, nobiltà, coraggio, lealtà: tutto ciò che vedeva e apprezzava in lui, e avrebbe finito per scrivere papponi indigeribili.  Che sia quindi morto giovane e in battaglia è ammirevole. Restò il desiderio di scriverne. Di sicuro ebbe il tempo di farsi di nuovo osservare qualche istante prima della battaglia finale da un altrettanto giovane Senofonte, che giustamente, nella narrazione, dispone il punto di vista in terza persona, le poche righe nel primo dell'Anabasi, lo sguardo di due giganti a cavallo:

ἰδὼν δὲ αὐτὸν ἀπὸ τοῦ Ἑλληνικοῦ Ξενοφῶν Ἀθηναῖος, πελάσας ὡς συναντῆσαι ἤρετο εἴ τι παραγγέλλοι: ὁ δ᾽ ἐπιστήσας εἶπε καὶ λέγειν ἐκέλευε πᾶσιν ὅτι καὶ τὰ ἱερὰ καλὰ καὶ τὰ σφάγια καλά (I, viii, 15)

e vedendolo dalle schiere dei greci Senofonte l'ateniese essendosi avvicinato in modo da trovarselo davanti gli domandò se avesse ordini. Ciro fermandosi disse e ordinò di riferire a tutti che (ai sacerdoti)  le vittime erano apparse propizie e le viscere lo erano state ugualmente

- due giganti votati a passare alla Storia per motivi complementari: sia perché in un caso era stata una risalita (anabasis) e nell'altro sarebbe stata una discesa (katabasis), alla guida ideale della prima Ciro, della seconda Senofonte, sia perché l'uno senza l'altro sarebbe rimasto una figura sbiadita e viceversa. E resta incertezza sulla lingua usata, se ci fosse un interprete o se Ciro parlasse con Senofonte direttamente in greco.Vedi anche, sul sentimento di reciproca ammirazione - dell'uomo d'azione e dello storico - quanto scrive Plutarco nel De gloria Atheniensium, dedicato alla questione della preminenza, se sia cioè più importante chi fa la Storia o chi la scrive - Plutarco essendo semplicemnte biografo e geniale compilatore accetta la supremazia dell'uomo d'azione. E in effetti senza l'azione chi scrive di storia non avrebbe niente da dire ma è pur vero che tanti uomini d'azione ricevettero impulso dalla lettura. Che poi agli inizi, alle origini, ci sia prima di tutto l'azione diventa irrilevante.

lunedì 25 agosto 2014

Nietzsche e i farisei delle interpretazioni arbitrarie

Internet, il gran mercato di Internet, è pieno di siti (di luoghi?) e di blog in cui ci si domanda se il pensiero di Nietzsche deve essere associato al Nazismo in un rapporto di filiazione. Il pensiero, quando è pensiero, a maggior ragione quando è pensiero per antonomasia, come è il caso di Nietzsche, non può essere associato a niente altro che a se stesso. Quindi la migliore risposta si troverà nella lettura delle sue opere e scritti piuttosto che in questo o quest'altro blog a favore o contro, e certamente non in aritcoli di giornali, riviste, saggi di professori, interviste a traduttori, editori eccetera, e nemmeno nei libri di lettori di Nietzsche, siano anche illuminati e amorevoli alla maniera di Bataille. Nietzsche rivelò sempre (ed è assurdo che ancora circolino tali miti) un tale disgusto per l'antisemitismo e il "mettere a soqquadro le razze" che la cosa è palpabile tra le righe di quasi ogni sua pagina. Si potrebbe anzi dire, e per assurdo, che se la polizia nazista avesse fermato un Nietzsche redivivo lo avrebbe spedito direttamente a Dachau o in qualche altro luogo in cui si compiaceva in quegli anni il nichilismo delle masse malate, robotizzate e teleguidate da psicopatici nel cui cervello si sarebbe trovata soltanto segatura (proprio il contrario del senso dell'individuo sano propugnato e indicato da Nietzsche: un individuo che dovrebbe riacquistare piena potenza di sé in opposizione a qualsiasi tentativo di asservimento e trasformazione in macchina, cosa che hanno sempre voluto e continuano a volere tutti i fascismi di questo mondo, la cui immagine dell'uomo sano e forte è pura e criminale retorica, maschera grottesca dell'umano: prodotto dei vari idealismi, compreso, anzi soprattutto, quello hegeliano, con la sua fanatica visione della necessità storica.)

Che Nietzsche prevedesse un'mmediata e futura manipolazione di ogni sua parola virgola e punto, e che si facesse beffa di contemporanei e futuri farisei delle interpretazioni arbitrarie, è un fatto che va di pari passo con lo stesso svolgersi del suo pensiero, con le sue stesse cadenze: e avrebbe preferito sicuramente non essere capito che trovarsi davanti a chi pretendeva di averlo capito :

"Chi credeva di aver capito 'qualcosa' di me si è costruito questo 'qualcosa di me' a sua somiglianza - non di rado proprio l'opposto di me, ad esempio che io sia un idealista; chi non aveva capito niente di me, negava che io dovessi soprattutto essere preso in considerazione".

("Wer Etwas von mir verstanden zu haben glaubte, hat sich Etwas aus mir zurecht gemacht, nach seinem Bilde, - nicht selten einen Gegensatz von mir, zum Beispiel einen „Idealisten“; wer Nichts von mir verstanden hatte, leugnete, dass ich überhaupt in Betracht käme". [Ecce Homo. Warum ich so gute Bücher schreibe]).

La scelta, quindi, se mettersi nell'una o nell'altra categoria, è lasciata, come sempre, al lettore: tra il credere di aver capito e il non aver capito affatto. Anche perché l'aver capito non necessita mai esplicitazione. Opera il silenzio. Non senza un pizzico di delusione, perché con la comprensione se ne va un po' del fascino della cosciente incomprensione.

domenica 13 ottobre 2013

Topo Gigio e le pernacchie della Storia

A cosa dovrebbero servire le opere storiche dell'antichità se non a farci prendere atto che la nozione di corsi e ricorsi non è un astratto concetto elaborato da pensatori e filosofi ma uno strumento che la

sabato 31 agosto 2013

Causa e tempo nella storia. Narrazione e investigazione

 L’uso del principio di causa nella narrazione storica (e del concetto di pretesto) sarebbe (se la storia in senso hegeliano esistesse) antistorico: lo faceva costantemente osservare Croce (era un po’ la sua bestia nera): è comunque un semplice scimmiottamento della metodologia delle scienze sperimentali. Varrebbe la pena ripetere quanto Croce stesso affermava per esempio nei marginalia alla Teoria e storia della storiografia: che cioè l’introduzione di questo principio di causa interromperebbe qualsiasi movimento (storico), "la storia si fermerebbe a un tratto". A Croce interessava ridurre tutto all’idea di storia contemporanea quale attività dello spirito che riflette nel presente anche su eventi cosiddetti storici, cosa che però non cambierebbe lo stato della questione; in effetti, un qualsivoglia evento non è altro che il risultato di un infinito numero di cause, che è come dire che è il risultato di nessuna causa in particolare. Introdurre di punto in bianco una causa particolare da cui si origini un determinato evento equivale a bloccare tutto il processo, tutta la processione, troncare in due con una zappa il corpo di un serpente. Lo stesso dicasi dell’uso del concetto di tempo. Tutto ciò che si riesce a ottenere - pure in una narrazione non annalistica della "storia", una narrazione cioè che non enumeri i fatti uno dietro l’altro in ordine cronologico, è una temporalizzazione parallela, il che equivale a contraddire tutta l'impostazione, a sottrarre ogni forma non relativistica del tempo. E lo stesso vale per le enumerazioni annalistiche, sicché ci saranno gli annali di un popolo e gli annali di un altro, ma non saranno altro che descrizioni cronologiche parallele, e che bisognerà in qualche modo collegare orizzontalmente; si avranno quindi tanti tempi paralleli, e il tempo, storicamente parlando, non potrà mai essere uno, non potrà essere una infinita linea all’interno della quale mettere tutto in ordine; in altri termini ciò equivale ad affermare l’impossibilità – concetto ripetuto d’altronde anche da Croce - di una storia che sia universale (mito mai veramente superato).

Il falso metodo deduttivo, usato nelle narrazioni dei romanzi gialli tradizionali, è un'idealizzazione della metodologia dell’investigazione, la quale, se pure opera con parziali deduzioni, è nel suo insieme un risalire all’indietro, alla fonte, a un individuo che con le sue leggi logiche riesca a spiegare dei fatti di cui faccio esperienza, e che è tipico del metodo induttivo: conserva del vero metodo deduttivo (quello che definisce da subito la fonte originaria) solo l'apparenza dell'andare dal generale al particolare (dalla scena del crimine all'omicida); in realtà la sorgente non ce l'ha, deve trovarla. Ma la sorgente nella natura non ha causa in sé, e non ci sarebbe sorgente se non ci fossero piogge eccetera. L’individuazione del colpevole, quando lo si individua, è comunque sempre un brutale e non realistico tentativo di interrompere il processo della vita all’interno del quale l’assassino si muove. Questa impossibilità di fissare un punto preciso originario, una fonte primaria come causa ultima dell'omicidio, una causa nec plus ultra, le colonne d'Ercole al di là delle quale niente è più conoscibile, può essere osservato nelle faide, dove un omicidio dipende sempre da un altro omicidio. Ed è talmente ovvio che una nozione di causa imbarazza da sempre gli investigatori e la macchina della giustizia, che si è stati costretti a introdurre fin dall'antichità il sinonimo di movente, che è quanto di più aleatorio, non deterministico, possa darsi, e attorno al quale i castelli delle varie scuole psicologiche oggi più che mai si perdono e che lascia sempre dubbi su dubbi anche nei profani, che continueranno a dividersi tra innocentisti e colpevolisti. Diversamente dal concetto di causa per come è definito nelle scienze sperimentali.    

martedì 6 agosto 2013

Indovina chi viene a cena

Tiepolo - Allegoria del Merito


Let me have men about me that are fat,
Sleek-headed men and such as sleep a-nights.
Yond Cassius has a lean and hungry look.
He thinks too much. Such men are dangerous.

Sono forse le più famose parole pronunciate da Cesare nell’omonimo dramma di Shakespeare, per il quale  dipende da Plutarco. Le ho sentite così tante volte a Londra a teatro pronunciate da questo o da quest'altro attore che mi sono dimenticato le singole messe in scena, stracariche di messe in piega. Un certo John Ripley, che fu professore di letteratura inglese alla Mc Gil University a Montreal, scrisse perfino un libro quando io ero ancora piccolo sulla storia degli allestimenti di questo dramma - Julius Caesar on stage in England and America, 1593-1973. Ma per tornare a bomba, e ai versi citati, si potrebbe dire che se Shakespeare avesse scritto il Giulio Cesare un po’ prima delle Idi di marzo e non mille e cinquecento anni dopo, la storia gli avrebbe dato ugualmente ragione. Bruto, Casca i congiurati, erano tutti uomini sottili (per usare un termine caro a Raymond Chandler): d'una magrezza essenziale, o che comunque dormivano poco – in particolare Bruto, che conobbe soltanto da sveglio il fantasma che l’ossessionò fino a Filippi - e che sicuramente dovevano pensare e riflettere molto, visto che ammazzare (si fa per dire) un gigante della Storia non era cosa da torpori mentali: richiedeva una non comune elasticità fisica, una certa capacità di tenere in mano un pugnale, saltare da un punto all’altro dell'aula del Senato per evitare la reazione di Cesare, che pare si difendesse fin dai primissimi fendenti con una furia che ci può soltanto immaginare.

Il contrario di questi congiurati delle Idi di marzo (per restare sulla questione dei pensatori grassi o magri) è un certo giornalista italiano, che in passato si vantò di essere stato al soldo della Cia e che in seguito, in un tribunale francese, si rimangiò tutto: spiegò che s'era trattato di una bufala all'italiana, che se l’era inventato. Lasciamo perdere il fatto che un giornalista e osservatore politico ammetta penosamente di essersi divertito a mentire e che scambi moralità pubblica coi suoi vizi privati, e dica ogni volta, quando è messo alle strette, faccio come mi pare (e lo può fare soltanto perché da tipico figlietto di papà mai veramente cresciuto non si è mai neppure affrancato, idealmente, dal tetto paterno). Lessi una volta un suo strambo e immemorabile articolo in cui più o meno lasciava trapelare un certo desiderio di passare alla Storia - in realtà condivideva questa assurda e ridicola speranza (nessuno gli ha ancora spiegato che non si passa più alla storia) con un altro giornalista italiano, da lui stesso nominato nel medesimo articolo: Paolo Mieli. Il problema (anche ammettendo che alla Storia ci si passi ancora) è come ci passi tu in particolare? Che fai? Chi ti ci mette? chi ti consegna con un suo scritto alla Storia?

Veronese, Le Nozze di Cana (il miracolo)
                                 
Disse candidamente il rigoroso Contini nel corso di una lunga intervista a Ludovica Ripa di Meana, e rispondendo indirettamente alle accuse di alcuni suoi amici scrittori  – non li aveva inseriti nella sua Letteratura Italiana tra gli autori che secondo lui sarebbero rimasti - disse Contini: "io proprio non immaginavo che avessero così tanta fiducia nella qualità della loro scrittura".

Questo giornalista in realtà una qualche chance di passare alla Storia l’avrebbe (sempre nell'ipotesi che ci si passi), indipendentemente dal fatto che da ex sessantottino (per differenza di età non posso dire di averli visti col megafono in mano) si ritrovi oggi penosamente a più di sessant’anni sul versante opposto a fare il paladino dei teocon, o del suo amato Cesarino della Brianza (in greco questo giornalista sarebbe l'erastìs, l'amante, l'altro sarebbe l'eròmenos, l'amato) – e detto en passant, trovo alquanto disgustoso l’innamoramento a una certa età. Capitò anche a Goethe, che a settant’anni si innamorò senza speranza di una ragazzina tedesca, una diciassettenne o diciottenne, un amore impossibile, quasi anticipato tanti anni prima in uno dei suoi libri peggiori: I dolori del giovane Werther, il cui inizio ricordo stranamente ancora a memoria, e proprio in tedesco: "Was ich von der Geschichte des armen Werther nur habe auffinden konnen ...": ciò che ho potuto trovare della storia del povero Werther l’ho raccolto con cura e ve lo propongo. Me lo recitavo a vent'anni lungo l'Isar a Monaco. Ma se il Werther fosse anticipazione di quell'amore impossibile che Goethe proverà in vecchiaia (e non mi meraviglierei, considerata la natura profetica di ogni artista) significherebbe allora che almeno lui, il grande Goiethe, s'era scelto un più accettabile alter ego (che tra l’altro si sparerà un colpo di pistola alla fine): un ragazzo che raccolga più di quarant'anni prima le sue pene di patetico settantenne innamorato d’una ragazzina – e per come sono viste oggi le cose, l’autore delle Affinità elettive sarebbe considerato quasi un pedofilo, con la sua Elegia di Marienbad.

Goethe

Insomma l’amore a una certa età è meglio lasciarlo ai ventenni: che si tratti di amore dei sensi o politico, mentre sarà in qualche modo più giusto, se proprio uno ci crede, inventarsi un modo più sicuro di passare ai posteri, dal momento che non si può essere tutti Giulio Cesare, che era pure un notevole crittore: chiedersi appunto sul vagone di chi - tra coloro che forse una qualche csperanza ce l'hanno - decidersi a salire.

Così, tornando al noto giornalista e considerate le sue capacità stilistiche e intellettuali, non c’è ragione alcuna di credere che davanti alla stazione della Storia riesca a transitarci coi suoi stessi piedi: avrà bisogno di un calcio, di una spinta, in linea coi bei costumi nazionali di cui è fiero assertore, trainato da qualcuno che forse i posteri potrà se non vederli quantomeno immaginarli. Dovrà sperare nel vezzo di un qualche scrittore, ma non so, non riesco a pensare a nessunissmo italiano vivente che passerà in letteratura nel numero degli eletti", se non forse quel maestrino di Busi e insieme a lui ovviamente Alberto Arbasino: sia per Fratelli d’Italia che per Super Eliogabalo. Mi pare tra l’altro che Arbasino nomini questo giornalista in uno dei suoi bellissimi rap. Quindi chissà, hai visto mai che ci passi davvero a futura memoria? Che un qualche lontano filologo tra un paio di millenni, scrivendo le note a un’edizione di Busi o di Arbasino, non inserisca una nota, un chiarimento per il lettore una volta giunto a questo oscuro nome del commensale del farmacista di Voghera: "pubblicista italiano di cui non si sa altro a parte il fatto che venne invitato a una cena con rap".

lunedì 8 luglio 2013

Tacita democrazia, ellissi e manipolazione



Dice Tacito, nel libro quindicesimo degli Annali, che le persecuzioni dei cristiani volute da Nerone (usati anche come torce umane) facevano nascere nella cittadinanza un nuovo sentimento di

giovedì 9 maggio 2013

Retorica, oh cara bistrattata …


                                              Magritte, La Grande Guerre


Retorica è un termine che al borsino della Storia è definitivamente crollato, quantomeno a "parole": perché se pure è diventato sinonimo di tutto il peggio, di tutto ciò che è enfatico e vuoto, è difficile che prima o poi anche i suoi più ideologizzati nemici non ci sbattano anche loro il grugno. Una frase del tipo: curioso esercizio retorico, il tuo, trabocca di quella stessa retorica che si vorrebbe condannare, non fosse altro che perché si fonda su un'accurata scelta e disposizione delle singole parole: l’aggettivo curioso, messo all'inizio in funzione non epatica ma enfatica, segnala una tua superiore "sospensione di giudizio"; l’uso di esercizio, a cui si dai un valore negativo, segnala una tua supposta modernità, al passo coi tempi, l'accettazione di un certo linguaggio "oggettivo", "scientifico" (anche se poi ci si dimentica che proprio questa parola, esercizio, viene da sempre corteggiata e apprezzata all'interno del mondo ascetico: cioè in quel mondo che ugualmente, al pari della scienza, disprezza tutto ciò che è superfluo); e infine quell’indice puntato contro il colpevole: quel meraviglioso "tuo", posto ugualmente in posizione enfatica alla fine (i riflettori in una frase illuminano sempre le due estremità).

La retorica è stata ed è tecnica della persuasione: non c'è aspetto della vita di oggi, così tanto ossessionata da questa curiosa idea dell'originalità, che ne sia immune: dalla pubblicità a Twitter a FaceBook (che viene detto anche FakeBook) ai messaggini, ai più specifici rapporti intersoggetivi, nei quali è quasi sempre questione di manipolazione dell’altro, anche quando si resta muti e impassibili e si lascia tutto allo sguardo - per non dire di quando ci si scopre strabici ... E se poi lo strabismo è di Venere, se è divergente, allora sono guai anche più seri.

Amor che al cor gentil ratto s’apprende
mi prese del costui piacer sì tanto
che come vedi ancor non m’abbandona

E in effetti sono passati duemila e cinquecento anni dalle prime codificazioni della retorica, e retore in greco significa colui che parla, lo speaker, come anche si dice oggi quando si indicano i relatori di un convegno..