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lunedì 16 marzo 2015

il Dio partoriente e le idiozie della traduzione. La modulazione.

 dissipabo et assorbebo

parole poste in bocca a Dio da Isaia nell'Inno della vittoria (42:14), rese così giustamente, e conservando tutta l'ambiguità dell'ebraico, da san Girolamo, il quale se ne fotte ampiamente del fatto che si è appena parlato di una partoriente (l'immagine a cui appunto è assimilato il Dio guerriero) - le urla della partoriente (כיולדה אפעה - urlerò come una partoriente) - e che tutte le traduzioni moderne (si eccettua la Bibbia inglese di re Giacomo) invece hanno stupidamente forzato, seguendo l'ebraico alla lettera, a intendere (dopo le urla) ciò che può adattarsi ancora a una partoriente (gemerò e mi affannerò), e che in realtà non può più essere se lo si riferisce a Dio. E' difficile che tale immagine (gemere e affannarsi) vada d'accordo col Dio guerriero di questo passo di Isaia, un Dio che al massimò urlerà, come la partoriente, ma poi i lamenti e gli affanni dovranno trasformarsi necessariamente in qualcos'altro.

E' questo un tipico esempio di modulazione nella narrazione:

... urlerò come una partoriente
e disperderò [farò a pezzi] (non gemerò) e ingoierò (non  mi affannerò ...

Insomma della partoriente si prenderà il momento della "furia", di cui il gemere e l'affannarsi sono semplicemento un complemento che sparisce di fronte alla visione maestosa di un Dio Guerriero che tutto polverizza e ingoia. D'altronde l'ebraico - come doveva giustamente aver compreso san Girolamo - conserva nei due verbi (sha'aph e nasham) tutta l'ambiguità possibile e immaginabile.


i romanzieri senza romanzo

Librum Iob quidam Moysen scripsisse arbitrantur, alii unum ex prophetis, nonnulli vero eundem Iob post plagam suae passionis scriptorem fuisse existimant, arbitrantes ut, qui certamina spiritalis pugnae sustinuit, ipse narraret quas victorias expedivit (Isid., Etimologiarum, vi, 2).

Il problema posto da Isidoro, in questo passo del sesto libro delle Etimologie, è in fondo molto semplice: se una qualsiasi storia possa essere narrata da chicchessia o se invece saprà farlo soltanto chi l'ha vissuta in prima persona. Ma è un problema di lana caprina. E' infatti vero che per quanti personaggi un autore metta in scena non riuscirà mai a fare niente di sensato se non sarà riuscito a immedesimarsi via via in ognuna delle sue creature: se cioè non abbia sentito la storia nella propria carne e non abbia vissuto all'interno dei suoi romanzi già prima di metterli sulla carta. In mancanza di questo farà soltanto opera didascalica, descrittiva (behaviouristica, comportamentistica). Sarà bravo al massimo a descrivere i movimenti, a rendere qualche spezzone di dialogo. Tanto vale servirsi di un regisrtatore (non ovviamente quello di Gadda, che non era affatto un registratore, anche se alcune delle sue insuperabili meraviglie - L'Adalgisa, ad esempio - sembrano frutto di registrazioni). Che è la ragione per cui i grandi scrittori in ogni tempo si sono sempre contati sulle dita di una mano. Tutto il resto è mondezza. Si avrà soltanto l'illusione di "appartenere" senza appartenere a un cazzo.

Vedi su questo anche ciò che diceva Simenon, che un po' prima di iniziare uno dei suoi romanzi cominciava ad avere tutti i tic dei vari personaggi: dal cardiopatico, allo sciancato, alla prostituta, alla portinaia eccetera


domenica 12 ottobre 2014

L'inferno della continuità

La continuità (così come il dettaglio) nuoce alla narrazione. Risulterebbe noioso e, oltre alle sorprese, toglierebbe al lettore (come una parete interminabile e senza porte) la possibilità di infilarci o anticipare qualcosa di suo, salvo ovviamente dover poi fare i conti con ciò che effettivamente sarà. Ma è il narratore il dominus:

ἔνθα τοι οὐκέτ' ἔπειτα διηνεκέως ἀγορεύσω,
ὁπποτέρῃ δή τοι ὁδὸς ἔσσεται (M, 56-57)

così Circe a Ulisse circa la strada che dovrà prendere una volta passato il luogo delle sirene.

διηνεκέως continuamente,  senza soluzione di continuità: vedi l’italiano dall’inizio alla fine

La continuità (o persistenza) è d’altronde un mito e un’illusione della percezione, la ragione per cui l’individuo, guardandosi allo specchio, continua a vedersi sempre uguale a tutte le età. Ma senza la rottura di questo mito della continuità non sarebbe possibile nessun romanzo: le psicologie dei personaggi resterebbero immobili dall’inizio alla fine, poca cosa per una storia che si svolga nell’arco di poche settimane ma insostenibile a lungo termine. Ancora, ovviamente, il panta rei di Eraclito.

giovedì 20 giugno 2013

Fiction, Africa, guerriglia, medici nazisti e emissari neri della mafia

                                                   Cascate Vittoria e ponte sullo Zambesi  



Ripubblico qui in italiano un mio pezzo inglese uscito a Londra alla fine del 2001 e ormai introvabile in originale. L'ho semplicemente ripreso e tradotto.





                                                                                      alla memoria di Miriam Basner


C’è un capitolo della storia dei movimenti anticolonialisti africani che a un certo punto, per quanto mi riguarda, si intreccia con un capitolo della topografia londinese: precisamente col Cinema Rio di Dalston, zona a nord est di Londra,

martedì 7 maggio 2013

Il dono impalpabile dell'eccesso


                                               Andrea Sacchi - Ritratto di Alessandro del Borro

Scrivevo ieri in un commento a un post sull'obesità nella letteratura, e dove si parlava anche di quella simpatia che invece grazie al dono della parola alcuni riescono comunque a suscitare nonostante certe loro "eccedenze fisiche", che sarebbe molto più interessante

venerdì 3 maggio 2013

L'eta giusta per pubblicare e il ragioniere



                                     Seguier durante l'entrata di Luigi XIV a Parigi


Tentare di pubblicare per la prima volta sottintende - diciamolo subito - il desiderio di un riconoscimento: essere considerati dei pari: cercare in tutti i modi di inserirsi in un ambiente al quale ancora non si appartiene, nel quale ancora non si è stati ammessi. Ricordo anni fa un amico d'infanzia, col quale continuavamo a divertirci pure da adulti, mi disse: “adesso sono un personaggio pubblico!” Lo disse soddisfatto, senza nessuna ironia. Ebbi allora l’impressione, anche perché non era eccessivamente alto, di trovarmi finalmente di fronte all’incarnazione di ciò che fino ad allora conoscevo solo come termine di dizionario: un salapuzio. Smisi di cercarlo. In realtà il suo nome apparve per pochissimo tempo su certe locandine e per quel poco che ne so credo che anche in seguito non abbia ottenuto quella visibilità che forse inizialmente si aspettava. In più ha perso un amico. E me ne dispiaccio, perché insieme si giocava veramente bene, almeno nel modo in cui lo facevamo noi.

C’è inoltre in Italia - a parte un legttimo desiderio di "pubblicare" - una certa ossessione per l’età giusta, quella che bisogna necessariamente avere quando si pubblica per la prima volta, cioè attorno ai vent'anni. Il che mi sembra di buon auspicio se è vero quanto si dice da millenni: che chi muore a vent'anni è perché gli dei lo amano. Ma sia pure. Pubblichi a vent'anni. Sei forse Mozart, che a undici anni musicava l'Apollo e Giacinto? Cosa mi racconti poi nei tuoi romanzi scritti a vent'anni? il numero dei contatti che hai su FB? il numero delle cliccate ricevute o il fatto che “a quello l’ho proprio pisciato perché c’aveva solo 15 followers"? Può anche andarmi bene, e anzi mi piace, ma se me lo ripeti dalla prima all'ultima riga preferisco sentirlo dal vero.

Di Umberto Ecco si legge su un blog letterario la risposta che ha dato a un ragazzo che voleva inviargli un suo manoscritto. Quest'uomo ormai ai vertici della fama - il che significa anche fuori dell'Italia - con le mani in pasta dovunque (riviste, quotidiani, corsi universitari, saggi, romanzi eccetera), dice al povero e sconosciuto aspirante alla gloria che purtroppo non potrà leggerlo. La sua risposta è emblematica: è un paradigma di paradossale gesuitismo, dove cioè si ammette e non si ammette nessun relativismo. Avrebbe potuto tagliar corto e fare come Bacon, che al pittore che in un pub chiedeva se poteva mostrargli le sue opere dice continuando tranquillamente a bere: "non ne ho bisogno, vedo già dalla cravatta che porti che non hai nessun talento". Con piglio invece da contabile più che da professore erasmiano Eco squaderna la sua memorabile agenda e spiega quali sono i motivi del suo rifiuto. Praticamente la mancanza di tempo. La mia giornata è così regolata, dice Eco: 5 min. per questo, dieci per questo, 23 per questo, un’ora e venti per questo, 2 ore per questo. E suggerisce al futuro romanziere di inserirsi negli ambienti delle riviste e cominciare a poco a poco a fare gavetta.

Un mio collega all’università a Londra ma di un altro dipartimento, genio dell'informatica, una ventina d'anni più di me, un bel giorno che eravamo fuori per il lunch e parlavamo di Giappone e di architettura contemporanea mi dice all'improvviso: “ma sai, io fino a qualche anno fa non ero per niente conosciuto nel mio campo, mi ero sempre occupato di urbanistica, lavoravo in un semplice studio dietro King’s Road: poi a quarant’anni ho fatto un altro PhD e eccomi qua a cinquanta a insegnare quello che sai".

L’ossessione dell’età non è poi un fatto troppo curioso in Italia (che non è per niente il reame dei navigatori dei poeti e dei santi - e la Francia ha fondato da sola più ordini monastici lei che tutti gli altri messi insieme): una nazione, la nostra, interessata più alla “bella figura” che alla sostanza - altri segni evidenti di questa sibaritica confusione e incertezza mentale e intellettuale sono l’intricata burocrazia e il desiderio di leggere i propri fatti sui siti stranieri - cosa dicono ad esempio  il Guardian, Le Monde o il Frankfurter Algemeine o El Pais se l'ultimo dirigente di un partito se l'è fatta adddosso. C’è proprio da immaginarli i britannici mentre consultano i giornali stranieri per vedere se si parla di loro, nelle piccole come nelle grandi cose.  

Montaigne non pubblicò quasi niente, il suo diario di viaggio venne stammpato un paio di secoli dopo, e quando pubblicò la prima edizione dei Saggi aveva quarantasette anni. Stendhal, a parte alcune cosucce su Rossini e Cimarosa e altre amenità, diede alle stampe il suo capolavoro, Il rosso e il nero, a cinquant’anni, forse qualche annetto in meno, ma nel tempo perso si divertì alla grande e soffrendo anche per amore e ad ogni modo nella maniera che descrive magistralmente in una delle sue opere più belle, pubblicata postuma, Ricordi di egotismo

E per sfortuna di tanti autori che credono di aver toccato i primi gradini della fama, di avere svoltato, di essersi finalmente inseriti da qualche parte mentre tra qualche anno ne ritroveremo i tristi volumi accatastati nei remainders, oggi c’è internet, su cui pubblicano tutti, e tutti possono farlo. Se fossi stato quindi nei panni di Eco avrei detto a quel ragazzo: vediamoci da qualche parte e ci prendiamo un bel caffè e chiacchieriamo d'altro: per quale motivo prendersi tanto sul serio, cercare di entrare dentro un ambiente nel quale sai bene, a giudicare dalla lettera che mi hai scritto, che non ti accetterebbero, e all'interno del quale, ammesso che tu riesca a passare e fossi pure uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, saresti in compagnia di tantissima mediocrità ... Avrebbe usato anche meno parole, il ragionier Eco. Un gran risparmio sul suo prezioso tempo.
  

lunedì 29 aprile 2013

La medicina i germi e la letteratura. Un ricordo di Isaac Bashevis Singer




                            Brueghel il Vecchio - La parabola del cieco


Dice Neville, il personaggio del mio romanzo inglese citato nel post su Chatwin, che l’inglese parlato a Londra è una realtà polverosa (dusty) se lo si confronta con l’inglese di New York. Polveroso è un termine che non saprei come meglio definire; ed effettivamente in generale non saprei dare nessuna spiegazione delle cose che scrivo se non che il modo in cui le scrivo è il miglior modo in cui  potrei farlo.

Oggi credo che Neville, che parlava in epoca post-Thatcher, quando a governare la Gran Bretagna c’era l’anche più grigio Major, verrebbe a contatto, tornando a New York, con un inglese newyorkese meno magico, e forse più asettico: di sicuro non ritroverebbe più molti di quei piccoli caffè dove gli piaceva andare sulle orme di Isaac Bashevis Singer (che scriveva in yddish) alla ricerca di qualche volto che pensa di aver perduto per sempre - e di cui parla a Fanfan, il giovane narratore, che ormai teme di essere finito nelle mani di uno psicopatico:
 
   ‘… perhaps death is not the end, and people do miraculously live on, even if just in the memory of those who knew them.’
    
   “... forse la morte non è tutto, e le persone continuano a vivere, fosse anche nella memoria di chi le ha conosciute. Ma sono veramente morte?”

Ma proprio grazie a Singer, cioè grazie alla letteratura, Neville ritrova ugualmente la sua New York: il luogo di ogni possibile incontro, anche con chi crede che sia già morto. E quando scrivevo questo romanzo mi sembrava di capire che Neville fosse andato a New York proprio per cercare di ritrovare nelle sue strade, in uno dei tanti volti di quella città, sua nonna Zita, che in punto di morte gli impedirono di vedere, rinchiusa in una stanza asettica. La rivide soltanto nella forma impalpabile di una colonna di fumo che saliva dalla ciminiera del crematorio. Il suo pensiero, allora, era stato abbastanza frivolo, forse perché sognava o immaginava che l’avrebbe comunque nuovamente incontrata. Dice tranquillo, a un Fanfan circospetto, che di quella cremazione l’aveva incuriosito soltanto un particolare tecnico:
  
   “Nel momento in cui Zita veniva cremata, qualcuno – credo fosse l'impiegato delle pompe funebri – mi disse che le differenti parti del corpo bruciano separatamente. Una cosa che già sapevo, ovviamente: il teschio resta intatto fino alla fine. E poi esplode” (‘the skull is left to the last. It explodes’).
  
Non si riesce a capire se Fanfan, che sta diventando cieco, creda veramente all’inquietante Neville quando Neville gli dice a un certo punto di essere un medico. Non sembra nemmeno voler capire se ci sia ironia quando dopo vergli detto che l’ultimo libro di Singer è una fogna di noia (totally dreary), Neville aggiunge, su quei suoi possibili incontri con gente scomparsa:
  
“I haven’t ever really recognized anybody, though I haven’t given up looking …”
  
“Non ho mai riconosciuto nessuno, anche se ovviamente non ho mai smesso di guardare …”


giovedì 25 aprile 2013

Sei un vero romanziere?




                            Il gioco degli ochi 

Come riconoscere se sei un vero romanziere?

1.  Da ciò che scrivi: cioè da come scrivi, e per il fatto che i tuoi personaggi s'impongono come veri fin dalle prime battute. La narrativa è arte realistica, anche quando appartiene alla letteratura fantastica - ad esempio l'Orlando Furioso, con tutti i suoi ippogrifi e le sue invenzioni fantastiche, è una delle opere più realistiche che ci siano. E perché?

2. Per via della lingua che usa. In questo senso, tra gli autori viventi pubblicati dalle grandi case editrici oggi in Italia, l'unico vero romanziere, anche quando scrive diari di viaggio è (a parte casi ancora nascosti) Aldo Busi: tutto il resto è piattume narcisistico e campagne di marketing. Soltanto Aldo Busi sa imitare, con  le sue frasi, l'effettivo movimento del suo tempo (a parte ovviamente Moresco di Lettere a nessuno, e Camilleri dialettale). Prima di lui c'erano Sciascia e, ancor prima di Sciascia, Gadda.

3. Un vero romanziere non prende mai partito per l'uno o per l'altro dei suoi personaggi: riflette sempre il suo tempo come uno specchio più o meno deformante e per questo ne preannuncia profeticamente gli sviluppi, li anticipa (per questo l'ultima parola spetta sempre ai posteri).

4.  Un vero romanziere (salvo rari casi in cui si trova suo malgrado a far parte della cricca) viene sempre inizialmente rifiutato dagli editori: anzi sputa letteralmente sangue prima di arrivare a vedersi riconosciuto, e il più delle volte lo è soltanto quando è già norto; e questo perché gli editori non capiscono un'acca della vera letteratura, capiscono solo, giustamente, come fare soldi. Non esistono editori che mirano alla qualità, e quando lo dicono, se non è pura tartufata, chiudono presto. Riconoscono un vero romanziere soltanto quando improvvisamente il manoscritto capita sotto gli occhi della persona giusta, che per sbaglio hanno assunto come lettore.

5. Un vero romanziere non ha mai seguito corsi di scrittura, né mai li seguirà né oserà organizzarli, a meno che non stia morendo di fame o non abbia un cravattaro nascosto sotto casa. Corsi di scrittura e vero romanziere sono aspetti insanabilmente contraddittori. Un vero romanziere osserva - senza poterci far niente - unicamente il suo tempo, e studia soltanto i grandi autori che l'hanno preceduto per capire come questi hanno risolto un certo problema di espressione e di imitazione del reale.

6. Un vero romanziere non proviene mai da anni di autocompiacimento nel mondo universitario, come è il caso di Umberto Eco e di altri felici universitari che si sono di punto in bianco scoperti romanzieri. I veri grandi professori universitari, rarissimi oggi, coloro cioè che scrivono i loro saggi meravigliosi centellinando le singole parole, lo sanno benissimo.

7. Umberto Eco è un vero romanziere? No. La lingua del Nome della rosa non solo fa cadere i cosiddetti tommasei ma non riproduce nulla del movimento del reale. E' puro gioco accademico, ragionieristico: è sfruttamento di una moda, un gusto del mistero, del Medioevo, di cui Eco si è occupato. Riproduce il reale solo nell'ottica dello sfruttamento della fame che il lettore ha del passato.

8. Quando inizia a scrivere un grande romanziere? Praticamente nel momento stesso in cui si rende conto che le parole sono soltanto un riflesso della realtà: che servono cioè a indicare le cose, gli oggetti, quindi intorno ai sei sette anni. E inizia a farlo scrivendo mentalmente i suoi futuri romanzi. A osservare il mondo dall'esterno pur standoci all'interno. Non ha bisogno di un'agendina.

9. Perché c'è oggi questa corsa a voler essere romanzieri? Per il semplice motivo che mai come oggi si era arrivati a essere talmente infatuati della propria immagine da convincersi non solo che si possano creare personaggi concreti senza essere veri romanzieri, ma che la propria vita valga veramente la pena di essere raccontata, cosa a cui un vero romanziere non ha mai creduto, nemmeno quando si chiama Proust, la cui vita ha avuto ai suoi occhi solo un'importanza relativa, utile a metterlo in contatto con ciò che doveva essere narrato.

10. Ho l'ispirazione, ho scritto un romanzo, e a chi me lo chiede potrei dire esattatemente come l'ho costruito. Sono un vero romanziere? No. Uno degli sceneggiatori del Grande sonno, avendo problemi con alcune parti del libro, prese a rincorrere Chandler da un albergo all'alltro del Nord America. Quando finalmente riuscì a beccarlo gli disse: "Senta, Chandler, c'è questa frase del suo romanzo, non capisco che vuole dire". E Chandler: "Ma cosa vuole che ne sappia, io ..."

11. Chiunque può diventare un vero romanziere? Si rileggano tutti i punti dall' 1 al 11 compreso.




sabato 20 aprile 2013

In Patagonia la leggenda del ritorno. Un flash su Chatwin


                                  Annalisa Parisi - Cavalli al pascolo, Massiccio del Fitz Roy, Patagonia

La berberis buxifolia è un arbusto che supera normalmente i due metri di altezza. È il simbolo della Patagonia, ed è conosciuto volgarmente come calafate, un termine della lingua dei Tehuelche, la lingua Chon. Con i suoi frutti si produce una marmellata che è tra le più gustose. Si dice che chi assaggi una di queste bacche sferiche, che hanno un colore che può andare dal blu al porpora, avrà la certezza di tornare un giorno in Patagonia.

Non ricordo se Bruce Chatwin, di cui è abbastanza conosciuto il diario del suo viaggio in quelle zone, le abbia provate, quelle bacche, e se i versi del poeta svizzero Cendrars ("non c'è che la Patagonia, la Patagonia che si adatti alla mia immensa tristezza") abbiano continuato a tormentarlo. So solo che quando lo vidi in un’ultima intervista alla televisione inglese, un po’ prima che morisse - l’immagine di uno scheletro - non faceva più pensare al Chatwin di cui parla Neville, il misterioso personaggio di un mio romanzo inglese, che lo descrive al giovane narratore in un momento in cui sembra dissolversi una loro precedente tensione (e mi viene da citare le prime righe proprio nell'originale):

   'Oh, yes ... He was a variation of that old type, the English explorer.  A valiant chap.  But he was modern, more sophisticated.  Nonetheless of the same breed.  And then ... he wrote a succession of books ... I think half a dozen.  I read most of them ... But how did I discover him?'
   'Kaleidoscope?'

che poi ho riscritto in italiano :

   “Questo autore”, mi dice Neville, “fu una variante di un vecchio modello già esistente: l’esploratore inglese, uno di quei tipi veramente tosti, anche se lui era già più moderno, più sofisticato. Eppure appartenente alla stessa razza. E poi scrisse una serie di libri, credo una mezza dozzina. Li lessi quasi tutti … Ma come lo scoprii? Questo è il dilemma …”
   “Caleidoscopio?”, faccio.
   “No”, fa lui. “Credo lessi semplicemente un articolo di un vecchio giornale, che avevo usato per incartare alcune tazze ... Fu quando traslocai nel mio nuovo appartamento ... Avevo avvolto tutte le mie poche cose e tutti quei miei insignificanti piattini in alcune pagine di giornale, e quando arrivai nella nuova casa e cominciai a fare un po' d'ordine trovai la foto di questo favoloso personaggio dai lineamenti incredibili: era Bruce Chatwin! E pensai: che cosa inusuale per un uomo così bello chiamarsi Bruce. Tutti i Bruce che avevo conosciuto erano uno più brutto dell'altro. E invece avevo adesso l'immagine di quest’uomo di straordinaria bellezza. E in più era uno scrittore. Così mi dissi: devo assolutamente leggerlo … E comprai Sulla collina nera ...”

Sulla collina nera è solo la storia di due fratelli in un villaggio del Galles, entrambi talmente attaccati l’uno all’altro che nessuno dei due riesce a sposarsi; ma di sicuro il Galles è stato centrale pure nel suo libro sulla  Patagonia, dove si parla di gruppi di agricoltori che emigrarono in quelle lontanissime regioni mi pare nell’Ottocento. Di una di queste sperdute comunità, che ancora parlano gallese, Chatwin andò alla ricerca. 

Non saprei dire se Neville abbia visto giusto riguardo alla bellezza di Chatwin. Resta il fatto che l’immagine pubblica che questo narratore ha lasciato di sé non è certo quella di uno scrittore a cui piacesse far capannello, unirsi coi suoi simili in un salotto o in un ristorante di una grande città. Non che ce ne siano molti di veri scrittori a cui piace incontrarsi nei momenti liberi coi propri pari, così come in fondo è difficile che un carrozziere la sera  preferisca vedersi con altri del mestiere. Chatwin però li riunì un po’ tutti, alla fine. Dice sempre Neville a Fanfan, lanciandosi in un inaspettato viscerale attacco contro un autore caratterialmente e stilisticamente diverso dal suo eroe:

   “È strano come certi scrittori in certe situazioni tendano a socializzare. Salman Rushdie era amico di Bruce Chatwin. E così un bel giorno quell’altro scrittore, come si chiama? … Paul Theroux, mi pare ... sì, si chiama così  … Ecco, Paul Theroux incontrò Salman Rushdie ai funerali di Bruce Chatwin. Erano passati un po' di giorni da quando l’ayatollah aveva pronunciato la famosa fatwa. E Paul Theroux disse: il prossimo funerale sarà il tuo se non ti guardi il sedere. Una frase veramente stupida.”
   “Bè, una frase tanto stupida non mi sembra.”
   “Che cosa?”
   “Era un consiglio amichevole.”
   “Assolutamente da imbecilli! Salman conosce il mondo musulmano molto bene, non ha bisogno di consigli. Questo è un altro motivo per cui non sopporto Paul Theroux”.

C’è da dire che Paul Theroux, che è americano, è scrittore anche lui di diari di viaggio, e se le premesse  sono queste a cui sembra alludere Neville, allora ci si dovrà aspettare un viaggiatore più sul modello statunitense, un tantino cioè ossessionato dal comfort personale - se in una stazione mettiamo del Tashkent ci siano dei gabinetti puliti, o se il bar offre dei sandwich presentabili invece che coloratissime bacche locali, che se non saranno proprio di calafate, ci si immagina comunque di un qualche altro arbusto di quei posti. E magari proprio una variante della berberis buxifolia: ad esempio la berberis buxifolia nana, che è molto più diffusa della prima, e i cui fiori sono gialli invece che arancione.

martedì 16 aprile 2013

I lucchetti dell’amore e gli obblighi del romanziere


                                              Uffizi - Piero della Francesca, I duchi di Urbino

Il nodo è uno di quei concetti più facilmente comprensibili, eppure è uno di quelli più legati alla possibilità di un’aporia, di un imbarazzo, dell'inestricabile, dell’indissolubile. Un nodo, in effetti, potrebbe veramente non potersi sciogliere più. In questi casi si usa forse ancora oggi uno dei metodi di cui si sarebbe servito Alessandro, quando si trovò davanti al più famoso nodo dell’antichità, il nodo di Gordio. Ci sono due versioni di come sarebbe riuscito a venirne a capo. Secondo la prima, un impaziente Alessandro avrebbe usato la spada e l’avrebbe semplicemente fatto a pezzi, secondo la seconda, quella di Aristobulo – entrambe riportate da Arriano e altri – si sarebbe limitato a smontare il giogo dal carro conservando intatto il nodo: togliendo il chiodo che teneva fisso il timone dell’aratro e lasciando quindi il problema insoluto.

Del nodo di Gordio si diceva che non si vedevano i due capi (oute telos oute arche ephaineto, dice il greco di Arriano: letteralmente non appariva né la fine né il principio), che è come dire che non si capiva neppure se era un nodo. Ma al di là di scherzi e congetture, il nodo resta quello che è: un simbolo di unione, anche e soprattutto amorosa; e più recentemente è stato scalzato, da questa sua millenaria funzione, dagli orribili lucchetti di un altrettanto orribile romanzo.

                                              nodo di Salomone

Questi lucchetti dell’amore, a chi ha avuto la sfortuna di vederli appesi a centinaia attorno ai lampioni di Ponte Milvio a Roma, è difficile che non ricordino delle disgustose escrescenze della pelle. È piuttosto curioso che proprio a queste ferrose escrescenze da film horror sia stata affidata la rappresentazione di uno dei sentimenti più impalpabili, incomprensibili, dolorosi e meravigliosi nello stesso tempo. È vero che il grande Stendhal parla dell'amore come di una forma di cristallizzazione, e che un po’ di brividi li fa venire anche lui: ma i suoi cristalli difficilmente farebbero pensare a una malattia, una corsa all’IDI a farti vedere da un bravo dermatologo: al massimo corri a venderti i brillanti di nonna, se non ti bastano i soldi per l’affitto. D’altra parte, il lucchetto richiama anche la cintura di castità, che è forse la ragione per cui è stato preso a simbolo dell'amore nel XXI secolo. In questa scelta del lucchetto l'autore si sarà sentito in un certo senso obbligato: voglio dire, con quei personaggi non proprio memorabili che ha messo in scena non è che avesse troppe alternative - a parte il fatto che quando il sindaco ha ordinato la rimozione di quei quintali di robaccia, per ragioni strutturali, di tenuta del ponte, pure lui ha fatto tuoni e fulmini, segno che magari un po’ troppo sul serio s'era preso. Che è un errore fatale per un romanziere: riveli che non sei capace di distinguere, di prendere le distanze tra te e le tue creature, e che anche quando scrivi, riversi la tua ideologia.

Continuo ogni tanto a pensare che un ottimo sostituto del lucchetto, nonostante l’arcaicità del termine, sia la gassa d’amante, anche se un ottimo scrittore, con la giusta ironia, ne farebbe un termine modernissimo, degno dell'epoca virtuale. Il famoso nodo marinaio, insomma: un po’ perché il termine sopravvive (in mare vanno in tantissimi), un po’ perché piace anche a me andare per mare, e un po’ perché descrive con una precisione veramente icastica il concetto a cui si riferisce. Questo nodo, infatti, è come l’abbraccio di due innamorati: più viene contrastato più tiene, ma basta veramente un niente per scioglierlo. Ma l’ideale, per chi volesse gettare la chiave del lucchetto nel fiume e restare legato per sempre alla sua dolce metà, sarebbe il nodo di Salomone, che un po’ ricorda il nodo di Gordio. A chi lo guarda finisce per togliere pure il respiro. 

sabato 13 aprile 2013

le risate di Kafka e il nuovo Castello


                                                        Magritte . Il castello dei Pirenei

Quante volte non ci siamo sentiti dire, da un perfetto sconosciuto alla fermata dell’autobus o aspettando alla posta o in treno o in aereo (dopo che nel giro di un quarto d'ora ci ha raccontato anche i particolari più struggenti della sua esistenza): “Ehh, e questo è niente! la mia vita sarebbe un romanzo se solo sapessi scrivere”.

Salvo che la propria vita non è mai veramente interessante: non lo sarebbe neanche quella dei più grandi romanzieri se non la inserissero tra le righe di ciò che dicono e fanno i loro personaggi, che stranamente restano impressi fin dall’inizio. Ma che oggi tutti si siano trasformati “di fatto” in romanzieri, questo è un altro discorso, ed è un po’ nell’ordine delle cose: non certo una grande sciagura, come vorrebbero invece far credere i nuovi castellani della carta stampata e virtuale, a meno che non si rigettino quelle stesse premesse tecnologiche su cui è costruito l'attuale Castello. Si è cominciato con i blog e i post giornalieri nei vari blog e forum: quella vertigine che a molti non sembrava vera: veder schizzare il proprio nome dal niente del privato al niente pubblico: passare da una bocca (affamata di niente) all’altra (ma c'era già stato in passato il democraticissimo elenco del telefono). La stessa vertigine che, credo, provasse in origine (“en archè” “bereshit”), chiunque vedeva all'improvviso il suo nome inserito nelle bacheche del comune, nelle pubblicazioni di matrimonio. Anche lì ho l’impressione che, in un mondo ugualmente disilluso, ci fosse ancora spazio per qualche brivido: che qualcuno - è il motivo per cui si fanno ancora queste pubblicazioni di matrimonio – se ne uscisse magari per scherzo magari per davvero e mandasse tutto all'aria: questo matrimonio non s’ha da fare, quest’uomo è già sposato (le donne non hanno il senso dell'avventura, e se ce l'hanno è un senso posticcio, imitativo). Gli anglosassoni sono già più diretti e più drammatici, sollecitano i vari sicofanti quando la cerimonia è già in corso: se qualcuno si oppone a questo matrimonio lo faccia ora o taccia per sempre!

Questo per dire che se da un lato internet ha scoperchiato il vaso di Pandora, dall’altro ha reso questo "tutto della notorietà" meno temibile, più facile, più fruibile, anche se il Castello resta lì, imprendibile, lo sappiamo bene.

Si scrive a Fazi o a un altro grande editore, si invia un file pdf col proprio romanzao, che il più delle volte, a onor del vero, è un orrore illeggibile, e naturalmente il Castello non spedisce alla locanda nessun dipendente in borghese con la faccia da attore, gli occhi sottili e le sopracciglia folte, a assicurarsi che l’intruso effettivamente sia un intruso. Semplicemente non risponde, quindi il Castello si è fatto, giustamente, anche più irraggiungibile rispetto ai tempi di Kafka. E sarebbe stato interessante leggere, nel lungo pezzo sul “morbo dello scrittore” di Mariarosa Mancuso, pubblicato sul Foglio, quanto successe anni fa a Londra, lo scherzo che giocò uno di questi tanti ignorati dalle case editrici, il quale mandò una copia dattiloscritta di Pride and Prejudice facendola passare per opera sua. Lo modernizzò solo tanticchia. E l’editore rispose con una gentilissima per niente ironica lettera (in realtà venne poi licenziato): “la ringraziamo, ma l’opera non rientra nei nostri piani editoriali”. D’altronde la Mancuso, che appartiene al Castello (anche se si affaccia ai merli), e che quindi non è un caso che non ricordi questa storia, cita poi stranamente tra i grandi romanzieri proprio Jane Austin. E su questo, che Jane Austen fosse una grande, e che in quanto grande ebbe non poche difficoltà in un mondo di mediocri e di castellani, siamo tutti d’accordo. O quasi.


venerdì 12 aprile 2013

La lettera rubata di Poe



                                          Edgar Allan Poe

Qualche tempo fa è stato riabilitato Vittorio Pisani, l'ex capo della squadra mobile di via Medina, a Napoli. Il gip ha sic et simpliciter archiviato le accuse di un collaboratore di giustizia. Noi, a quelle accuse, formulate in quel modo così rozzo, offensive dell'intelligenza di un giudice che si rispetti, non abbiamo mai creduto: un po' perché si è bazzicato Lisia, il grande avvocato dei tempi di Socrate, un po’ perché un capo di una squadra mobile che si fa corrompere nella maniera descritta da quel "pentito" (accettando cioè in strada una busta con 50 mila euro dentro)  non sta né in cielo né in terra – e chissà poi quanti avranno veramente un'idea di chi sia un capo di una squadra mobile, il capo, all'interno della Questura, della polizia giudiziaria di un'intera provincia: il che significa, in una città come Napoli, la gestione di otto sezioni, centinaia di uomini con gli occhi puntati sul capo: criminalità organizzata, omicidi, catturandi, antirapina, antidroga (e di questa sezione antidroga per un periodo è stato capo anche Marco Noto, il poliziotto che abbiamo creato) ecc.. Dobbiamo aggiungere altro? Una squadra mobile di una grande città è equiparata a una divisone: il suo capo è un primo dirigente, non è neanche più un vicequestore aggiunto, è l’omologo di un colonnello, tre stellette sulla corona, uno che mastica i meccanismi di polizia giudiziaria come nemmeno ci si immagina, che gode dell'avallo e della fiducia del capo della polizia: non stiamo certo parlando di Montalbano, che incorre in plateali quanto inverosimili falsi ideologici, un reato per il quale un poliziotto va quasi sicuramente diritto in carcere, con la pena raddoppiata rispetto al semplice cittadinio, e lo saprebbe pure il piccolo degli agenti. Il ritratto di un capo della mobile è, volenti o nolenti, questo. Ma noi in questi giorni abbiamo aspettato e aspettato Repubblica, li abbiamo attesi al varco (e li abbiamo seguiti costantemente sul sito - anche per il fatto che c'era l'altra novità, quella dei grilli parlanti) e volevamo vedere cosa avrebbe detto di questa riabilitazione il "guru" della lotta alla Camorra, dall’alto della sua cattedra o del suo scranno. E tuttavia niente! Quando tra due persone corre antipatia, uno che non ci piace dovrà essere come minimo ignorato. E bisogna allora fare come lo struzzo. E Pisani ebbe il torto (e qui fu eccessivo, "sia ben chiaro", direbbe il mio amico Antonio) di dire che Saviano non aveva bisogno della scorta, e per questo fu messo in croce. Ma che poi passasse sui giornali un'accusa tanto infamante (e bisognerà essere poliziotti per capire cosa significhi) senza che questa accusa fosse corroborata e sostenuta da prove convincenti allora l'avete fatta grossa... Nemmeno un bambino alle elementari avrebbe seguito un racconto formulato nel modo in cui è stato formulato: un elefante che entra in un negozio di cristalli senza romperne neanche uno, perché è questo ciò che segue e a cui crede chi ammette come realistica l'immagine del capo della mobile di Napoli che accetta sordidamente, pubblicamente, una busta con decine di migliaia di euro dopo averla in un primo momento rifiutata (“non posso accettarli!”).

Sì, c'è la lettera rubata di Poe (Lacan ci fece un bellissimo seminario, sopra): le cose più in vista sono quelle che non si vedono, ma qui è troppo. L'arroganza che pure Pisani, come poliziotto, avrà ogni tanto mostrato non è prova sufficiente a sostenere nessuna accusa del genere, e semmai e prova del contrario .... Ripeto: stiamo parlando del capo della mobile di Napoli, non della mobile della galassia di Andromeda. Ma dimenticavo che sul sito di Repubblica qualche giorno fa sono state pubblicate le "prove" fornite da un senatore grillino dell'inciucio tra PD e PDL. La prova dell’inciucio sarebbe che moglie e marito, entrambi deputati, lui è del PDL lei del PD. Ecco, con queste premesse ... Sarà forse la sovraesposizione a una massa di romanzi e fiction poliziesche scritte col deretano, senza non dico la noiosa perfezione, ma senza neppure un minimo di rigore ...