Chissà se Kafka, nell'altro mondo, non stia ancora rosicchiando il cranio del suo amico Max Brod, a cui aveva dato ordine in punto di morte di bruciare tutto: tutto ciò che non aveva pubblicato, che d'altronde era stato pochissimo, qualche racconto su rivista. E' un dato di fatto: si muore quasi sconosciuti senza sapere che si è stati come al solito profetici - e profeta, come scrisse Queneau, Kafka, come altri, lo era stato. E in due sensi: rappresentò, con un più adeguato modo di unire i segni, di costruire frasi, l'apparente follia (schizofrenia) dei rapporti tra le cose, cioè il relativismo, la condizione perenne in cui si dibatte l'uomo (non solo l'uomo di oggi, come scrivono tanti ciarlatani nelle università) e in secondo luogo, come tanti profeti, non venne capito nel suo tempo. Semplicemente, come scrisse Proust più in generale, nella prefazione a Tendres Stocks di Paul Morand, accennando a questo problema che ossessiona evidentemente ogni grande autore (il quale vorrebbe essere capito dal suo tempo e il suo tempo semplicemente non può capirlo, un po' per l'esistenza di nugoli di incapaci e inetti addetti ai lavori, e invidiosi, che lo impediscono, un po' perché quel "suo" tempo, senza malizia, non è proprio in grado di capirlo), dice Proust di ogni nuovo scrittore originale:
... ce nouvel écrivain est generalment assez fatiguant à lire et difficile à comprendre parce que' i l u ni t l e s c h o s e s p a r d e s r a p p o r t s n o u v e a u x ... Et on sent que c'est seulment parce que le nouvel écrivain est plus agile que nous
Unire cose con dei rapporti nuovi, questo, nel caso di Kafka, può senz'altro correre, a patto che si intenda che le cose erano già unite da rapporti nuovi che Kafka vedeva, anche se Kafka non era così difficile a leggersi (ma la difficoltà di "comprendere" non è evidentemente sempre e solo questione di sintassi - la sintassi del "pazzo" rispecchia la sintassi comune). E quanto poi dice Proust, che "si sente che la ragione sta nel fatto che questo scrittore è più agile di noi", è una ragione che ovviamente avranno avvertito soltanto Proust e pochi altri: i contemporanei non apprezzano mai ciò che non si comprende, e finiscono di conseguenza per disprezzarlo.
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martedì 22 luglio 2014
Nota sulla "ridondanza". Kafka e l'ispettore
A quanto ho già detto a proposito della "spiegazione scientifica", e sulla spiegazione in generale secondo Wittgenstein, si potrebbero aggiungere le audaci parole che Jopseph K., arrestato, rivolge all'ispettore, nel Processo:
Auch sollten Sie überhaupt im Reden zurückhaltender sein, fast alles, was Sie vorhin gesagt haben, hätte man auch, wenn Sie nur ein paar Worte gesagt hätten, Ihrem Verhalten entnehmen können, außerdem war es nichts für Sie übermäßig Günstiges.
Lei dovrebbe anche, soprattutto, conservare un certo ritegno nella parola: quasi tutto ciò che finora ha detto, lo si sarebbe potuto ricavare, se pure avesse detto solo due parole, dal semplice contegno; d'altra parte non c'era niente, in ciò che diceva, di vantaggioso per lei.
Auch sollten Sie überhaupt im Reden zurückhaltender sein, fast alles, was Sie vorhin gesagt haben, hätte man auch, wenn Sie nur ein paar Worte gesagt hätten, Ihrem Verhalten entnehmen können, außerdem war es nichts für Sie übermäßig Günstiges.
Lei dovrebbe anche, soprattutto, conservare un certo ritegno nella parola: quasi tutto ciò che finora ha detto, lo si sarebbe potuto ricavare, se pure avesse detto solo due parole, dal semplice contegno; d'altra parte non c'era niente, in ciò che diceva, di vantaggioso per lei.
venerdì 18 luglio 2014
Calunnia e diffamazione. Nota su Kafka e Busi querelato
Sarebbe strano scegliere di tradurre con “diffamazione” piuttosto che con “calunnia”
l’inizio comicissimo del Processo di Kafka, quando Joseph si è appena svegliato e prende atto di una nuova situazione:
Jemand mußte Josef K. v e r l e u m d e t haben, denn ohne daß er etwas Böses getan
hätte, wurde er eines Morgens verhaftet.
Qualcuno doveva aver “diffamato” Joseph
K., poiché senza che avesse fatto niente di male venne una mattina arrestato.
Verleumden, cioè
diffamare, di cui Diffamierung, da un punto di vista giuridico, è un
semplice sinonimo, è un reato ancora oggi previsto dal codice penale tedesco (articolo
187) – Kafka, che era laureato in Legge e era di
Praga (e morì a Vienna), visse in effetti per qualche tempo, saltuariamente, pure a Berlino, con la sua Felice, e proprio negli anni in cui
scrive il Processo. Ma a Kafka, almeno per la precisione terminologica, il diritto austro-ungarico o tedesco in questo passo interessava paradossalmente poco.
E’ indubbiamente, scegliere di tradurre l'inizio del Processo con “calunniato” invece che con "diffamato", una questione di registro (oltre che di causa e effetto - non ci sarebbe a rigore diffamazione senza che qualcuno ti calunni): diffamare
(articolo 595 del codice penale) suona immediatamente tecnico, calunniare, che pure è
tecnico (articolo 368) è nello stesso tempo più “terra terra” (e lasciamo perdere che nessuno sa cosa significhi giuridicamente, e che lo si usi come sinonimo di diffamazione): ha, nella mente dell'uomo e della donna della strada (o del cellulare) un qualcosa di generico, più facile da usare. Di più adatto insomma a un risveglio, come nel romanzo di Kafka, a un parlare a se stessi, quando non si pensa ancora all'ampia diffusione che avrà la "calunnia" (la calunnia è inizialmente un venticello): al più si penserà a una voce giunta all'autorità (la diffamazione, in termini giuridici e quindi sociali, verrà per forza in seguito). Epppure nessuno oggi per la strada, neanche a volersi riferire alle varie fasi di un'azione penale, direbbe l'ha calunniato (art, 368), nessuno si esprime così, se non nei vecchi romanzi, e non direbbe nemmeno l’ha diffamato (art. 595): in effetti si tende
a usare il sostantivo, il più delle volte senza specificare (si sa già di cosa si parla): s'è beccato una querela, una denuncia per diffamazione (il
termine “denuncia” è appunto usato costantemente a cazzo di cane, e la denuncia, a differenza della querela, non contiene nessuna manifestazione di volontà a voler perseguire il colpevole: è un
lavarsene le mani, può presentarla, la denuncia "chiunque", senza che poi compaia il suo nome. E' un po’ come dire:
io ve l’ho detto a voi poliziotti e carabinieri, poi fate "vobis"). E' un fare la spia, insomma.
Per poter querelare qualcuno per diffamazione (a parte quei pochi casi che raggiungono le aule di tribunale, e in genere per una parolaccia che un inquilino ha lanciato a un altro) bisogna comunque essere
famosi: cioè girare per la strada o entrare nei club più conosciuti con l'idea di essere un personaggio pubblico, con le
piume cioè che ti escono dal sedere: bisogna che in qualche modo si pensi che chi ha offeso la tua onorabilità ti abbia con ciò trasformato da persona famosa in diffamosa. E sarà forse per questo (perché vedo costantemente queste piume che escono dal sedere) che ogni volta che sento
dire che qualcuno ha querelato per una sciocchezza un altro per diffamazione, faccio tra me e me una pernacchia - tolti quindi i casi veramente più importanti e temibili, quando si è ingiustamente accusati di un reato - mi esce immancabilmente qualche volgarità. Il massimo è quando
si sente dire, improvvisamente, in televisione: “lei è querelato!”, come ha fatto con Aldo Busi
un ex ministro, mi pare, o deputata al (figuriamoci l'importanza) Parlamento italiano, deputata quindi
dal popolo tutto a rappresentarla, il quale deve essersi sentito anche lui diffamato insieme a questa sua eletta, che però non si era scelta affatto, visto che gli elettori non
potevano, in quella tornata eletterale, come nell'ultima, scegliere i loro candidati. E ha detto, questa ministra o deputata a Busi, scappando via dallo studio, forse per la vergogna (parlavano di mutandine): "lei è querelato!". Quasi a dire "sei querelato già prima che
io presenti la querela, sei nella condizione di querelato".
Ma in realtà, quest'ultimo esempio, non è incoerenza, mancanza di chiarezza o illogicità: è un ellissi vertiginosa, che rivela semplicemente una grande cultura letteraria, linguistica: sarebbe come dire: sappia, lei Busi, che domani a quest’ora, quando il mio avvocato presenterà querela, le è già querelato percché lo è da questo momento.
Ma in realtà, quest'ultimo esempio, non è incoerenza, mancanza di chiarezza o illogicità: è un ellissi vertiginosa, che rivela semplicemente una grande cultura letteraria, linguistica: sarebbe come dire: sappia, lei Busi, che domani a quest’ora, quando il mio avvocato presenterà querela, le è già querelato percché lo è da questo momento.
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sabato 13 aprile 2013
le risate di Kafka e il nuovo Castello
Quante volte non ci siamo sentiti dire, da un perfetto sconosciuto alla fermata dell’autobus o aspettando alla posta o in treno o in aereo (dopo che nel giro di un quarto d'ora ci ha raccontato anche i particolari più struggenti della sua esistenza): “Ehh, e questo è niente! la mia vita sarebbe un romanzo se solo sapessi scrivere”.
Salvo che la propria vita non è mai veramente interessante: non lo sarebbe neanche quella dei più grandi romanzieri se non la inserissero tra le righe di ciò che dicono e fanno i loro personaggi, che stranamente restano impressi fin dall’inizio. Ma che oggi tutti si siano trasformati “di fatto” in romanzieri, questo è un altro discorso, ed è un po’ nell’ordine delle cose: non certo una grande sciagura, come vorrebbero invece far credere i nuovi castellani della carta stampata e virtuale, a meno che non si rigettino quelle stesse premesse tecnologiche su cui è costruito l'attuale Castello. Si è cominciato con i blog e i post giornalieri nei vari blog e forum: quella vertigine che a molti non sembrava vera: veder schizzare il proprio nome dal niente del privato al niente pubblico: passare da una bocca (affamata di niente) all’altra (ma c'era già stato in passato il democraticissimo elenco del telefono). La stessa vertigine che, credo, provasse in origine (“en archè” “bereshit”), chiunque vedeva all'improvviso il suo nome inserito nelle bacheche del comune, nelle pubblicazioni di matrimonio. Anche lì ho l’impressione che, in un mondo ugualmente disilluso, ci fosse ancora spazio per qualche brivido: che qualcuno - è il motivo per cui si fanno ancora queste pubblicazioni di matrimonio – se ne uscisse magari per scherzo magari per davvero e mandasse tutto all'aria: questo matrimonio non s’ha da fare, quest’uomo è già sposato (le donne non hanno il senso dell'avventura, e se ce l'hanno è un senso posticcio, imitativo). Gli anglosassoni sono già più diretti e più drammatici, sollecitano i vari sicofanti quando la cerimonia è già in corso: se qualcuno si oppone a questo matrimonio lo faccia ora o taccia per sempre!
Questo per dire che se da un lato internet ha scoperchiato il vaso di Pandora, dall’altro ha reso questo "tutto della notorietà" meno temibile, più facile, più fruibile, anche se il Castello resta lì, imprendibile, lo sappiamo bene.
Si scrive a Fazi o a un altro grande editore, si invia un file pdf col proprio romanzao, che il più delle volte, a onor del vero, è un orrore illeggibile, e naturalmente il Castello non spedisce alla locanda nessun dipendente in borghese con la faccia da attore, gli occhi sottili e le sopracciglia folte, a assicurarsi che l’intruso effettivamente sia un intruso. Semplicemente non risponde, quindi il Castello si è fatto, giustamente, anche più irraggiungibile rispetto ai tempi di Kafka. E sarebbe stato interessante leggere, nel lungo pezzo sul “morbo dello scrittore” di Mariarosa Mancuso, pubblicato sul Foglio, quanto successe anni fa a Londra, lo scherzo che giocò uno di questi tanti ignorati dalle case editrici, il quale mandò una copia dattiloscritta di Pride and Prejudice facendola passare per opera sua. Lo modernizzò solo tanticchia. E l’editore rispose con una gentilissima per niente ironica lettera (in realtà venne poi licenziato): “la ringraziamo, ma l’opera non rientra nei nostri piani editoriali”. D’altronde la Mancuso, che appartiene al Castello (anche se si affaccia ai merli), e che quindi non è un caso che non ricordi questa storia, cita poi stranamente tra i grandi romanzieri proprio Jane Austin. E su questo, che Jane Austen fosse una grande, e che in quanto grande ebbe non poche difficoltà in un mondo di mediocri e di castellani, siamo tutti d’accordo. O quasi.
Salvo che la propria vita non è mai veramente interessante: non lo sarebbe neanche quella dei più grandi romanzieri se non la inserissero tra le righe di ciò che dicono e fanno i loro personaggi, che stranamente restano impressi fin dall’inizio. Ma che oggi tutti si siano trasformati “di fatto” in romanzieri, questo è un altro discorso, ed è un po’ nell’ordine delle cose: non certo una grande sciagura, come vorrebbero invece far credere i nuovi castellani della carta stampata e virtuale, a meno che non si rigettino quelle stesse premesse tecnologiche su cui è costruito l'attuale Castello. Si è cominciato con i blog e i post giornalieri nei vari blog e forum: quella vertigine che a molti non sembrava vera: veder schizzare il proprio nome dal niente del privato al niente pubblico: passare da una bocca (affamata di niente) all’altra (ma c'era già stato in passato il democraticissimo elenco del telefono). La stessa vertigine che, credo, provasse in origine (“en archè” “bereshit”), chiunque vedeva all'improvviso il suo nome inserito nelle bacheche del comune, nelle pubblicazioni di matrimonio. Anche lì ho l’impressione che, in un mondo ugualmente disilluso, ci fosse ancora spazio per qualche brivido: che qualcuno - è il motivo per cui si fanno ancora queste pubblicazioni di matrimonio – se ne uscisse magari per scherzo magari per davvero e mandasse tutto all'aria: questo matrimonio non s’ha da fare, quest’uomo è già sposato (le donne non hanno il senso dell'avventura, e se ce l'hanno è un senso posticcio, imitativo). Gli anglosassoni sono già più diretti e più drammatici, sollecitano i vari sicofanti quando la cerimonia è già in corso: se qualcuno si oppone a questo matrimonio lo faccia ora o taccia per sempre!
Questo per dire che se da un lato internet ha scoperchiato il vaso di Pandora, dall’altro ha reso questo "tutto della notorietà" meno temibile, più facile, più fruibile, anche se il Castello resta lì, imprendibile, lo sappiamo bene.
Si scrive a Fazi o a un altro grande editore, si invia un file pdf col proprio romanzao, che il più delle volte, a onor del vero, è un orrore illeggibile, e naturalmente il Castello non spedisce alla locanda nessun dipendente in borghese con la faccia da attore, gli occhi sottili e le sopracciglia folte, a assicurarsi che l’intruso effettivamente sia un intruso. Semplicemente non risponde, quindi il Castello si è fatto, giustamente, anche più irraggiungibile rispetto ai tempi di Kafka. E sarebbe stato interessante leggere, nel lungo pezzo sul “morbo dello scrittore” di Mariarosa Mancuso, pubblicato sul Foglio, quanto successe anni fa a Londra, lo scherzo che giocò uno di questi tanti ignorati dalle case editrici, il quale mandò una copia dattiloscritta di Pride and Prejudice facendola passare per opera sua. Lo modernizzò solo tanticchia. E l’editore rispose con una gentilissima per niente ironica lettera (in realtà venne poi licenziato): “la ringraziamo, ma l’opera non rientra nei nostri piani editoriali”. D’altronde la Mancuso, che appartiene al Castello (anche se si affaccia ai merli), e che quindi non è un caso che non ricordi questa storia, cita poi stranamente tra i grandi romanzieri proprio Jane Austin. E su questo, che Jane Austen fosse una grande, e che in quanto grande ebbe non poche difficoltà in un mondo di mediocri e di castellani, siamo tutti d’accordo. O quasi.
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