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venerdì 17 ottobre 2014

Tortura, investigazione, ricerca della verità

Non c'è dubbio che la mente greca si rivela (rispetto a quella latina) speculativa perfino nelle questioni più pratiche, in quelle più estreme, nelle questioni di vita o di morte. Così avviene senz'altro a proposito della tortura: basanos, basanizesthai (torturare, ma in origine confrontare - basanos è la cosiddetta pietra lidia, la pietra con cui si testa la purezza dell'oro; e l'origine è comunque ancora semitica: l'egiziano conserva bahan, una specie di scisto usato in questo stesso senso [vedi Chantraine s.v. e vedi basalto in italiano] e anche in ebraico bahan, confermare. Il latino ha semplicemente (già in epoca classica) crucio, inizialmente mettere sulla croce, che varrà poi in seguito quale termine tecnico per tortura.

Dunque originariamente l'uomo latino è affascinato dallo strumento in sé, dall'idea di morte, e lo è già prima di avere appreso la "verità" processuale: quindi dal quadro d'insieme, dall'effetto, dallo spettacolo: si pone direttamente come spettatore, alla maniera di quanto avviene oggi in America, un paese psicologicamente rimpicciolito dagli ultimi sviluppi del caso ebola, dove il pubblico ammesso alle esecuzioni capitali assiste incuriosito al dramma dei medici che iniettano merda farmaceutica  nelle braccia di un loro simile, anche se solo dopo aver appreso  la "verita": un pubblico ovviamente non visto da chi è nella stanza degli orrori, protetto (per ragioni di privacy - non si sa di chi) dalla classica finestra usata anche negli interrogatori di polizia, seduto in una serie di file come se si fosse al cinema (in questo senso, la Cina - la sedicente comunista Cina - si mostra invece giustamente oscurantista e bigotta: censura ogni divertimento, fa direttamente sparire i condannati a morte, nessuno sa come dove è quando verranno giustiziati: nemmeno i familiari sanno niente, e nemmeno il condannato a morte). A differenza quindi - in un caso come nell'altro - del greco, che vuole ancora e sempre e fino alla fine semplicemente sapere, sentir parlare, conoscere, mettere alla prova, investigare (e pur sapendo che come il suo cugino latino anche lui può torturare soltanto gli schiavi, i quali poi saranno pronti a giurare il falso pur di evitare la corda o qualche altro aggeggio, con buona pace del vero): l'uomo greco insomma, nonostante le ingenuità metodologiche connesse con ogni tipo di tortura, è attante, è soggetto conoscitivo attivo anche quando delega al torturatore (basanistes - lo stesso che inquirente) che agisce per suo conto nella camera della "prova" (basanisterion) coi suoi strumenti della "conoscenza" (basanisteria).

Basanizesthai è d'altra parte ampiamente usato in senso scientifico:

διόπερ εὐλόγως βασανίζεται ταῖς πείραις τό γε τῶν ἀνδρῶν, εἰ ἄγονον, ἐν τῷ ὕδατι (Arist., De generatione animalium, 747a)

perciò giustamente viene "testato" quello maschile (lo sperma) nell'acqua, per vedere se è sterile.

E in logica:

ἀπὸ τῶν πανταχόθεν βεβασανισμένων (Philodemus, De signis, 29).

da ciò che è stato provato in ogni maniera (inferenza).

L'uso figurato di basanizesthai nella critica e nella stilistica: contorto (da torcere), rappresenta invece un totale capovolgimento di prospettiva: dove c'è tortura non può esserci né veritàpersuasione: vedi ad esempio quanto detto dei primi discorsi del giovane Demostene, agli inizi della sua carriera, quando l'assemblea del popolo ancora rideva a crepapelle di una sua certa goffaggine nell'espressione:

τοῦ λόγου συγκεχύσθαι ταῖς περιόδοις καὶ βεβασανίσθαι τοῖς ἐνθυμήμασι πικρῶς ἄγαν καὶ κατακόρως δοκοῦντος (Plu., Dem., 6)

sembrando il suo periodare confuso, troppo fastidiosamente contorto (torturato) ed eccessivo per l'uso di formalismi argomentativi.

Che è poi il difetto di tutti i principianti.







   

mercoledì 24 aprile 2013

Le risate di Giacomino Leopardi


Bruegel il Vecchio - Tre tre giù giù


C’è in greco antico delle frasi che hanno, come in questa mia frase, il verbo al singolare e il soggetto al plurale. E succede non solo coi nomi neutri, che sarebbe d’obbligo, ma anche coi nomi maschili e con quelli femminili. È anche vero che si tratta di casi rari, e che a questa costruzione piuttosto allegra si dà un nome particolare e altisonante: schema pindarico, sicuramente per il fatto che Pindaro, il poeta dei vincitori delle Olimpiadi, ne fa a malapena uso. Curiosamente, il contrario non funzionerebbe, nemmeno in italiano: difficile poter dire: ci sono una frase, anche se poi, omnibus non perpensis, cioè al di fuori di ogni dramma, quale sarebbe il dramma? Eppure internet è pieno di forum dove fioccano una dietro l'altra domande preoccupatissime su come si debba scrivere una certa parola: se è meglio usare coscia o cosca, o quale sia il vero plurale: se cacce o caccie o cacche, quale la vera e giusta preposizione: se indulgere a o indulgere in. E piovono risposte di tutti i tipi: si inizia in genere col citare il Treccani e si finisce nel patatrac del Treggatti - e ogni tanto, anche se non così raramente, nel superpatatrec del Tommaseo, dizionario che tuttavia amava Sciascia (come fonte di citazioni).

Leopardi, che venne ostacolato in tutti i modi da una banda anzi da una gang non di scrittori ma di letterati, di eccelsi mediocri, i quali in effetti gli tolsero in vita quella fama a cui aspirava (e in questa gang di mediocri senza talento c’era anche il Tommaseo) dettava un giorno al suo amico Ranieri - il quale scriveva di malavoglia viste le volgarità a cui Leopardi si stava abbandonando - che "Monti usava d'esclamare in un significato singolarissimo: oggi mi dolgono i tommasei"; inizio di un capolavoro perduto perché immediatamente Ranieri, come lui stesso racconta, si alzò e disse: "Leopardi, tu sai s'io sono devoto a te e alla tua gloria, ma ti prego di non continuare ". E lo invitò anzi a distruggere quanto aveva fino a quel momento dettato. Cosa a cui Leopardi, che era un angelo, acconsentì di buon grado. Il che è anche una conferma della sua natura giocosa e solare, tutt'altro che morbosamente cupa o depressa, come tanto a vanvera si racconta nel mondo. Lo Zibaldone infatti, bibbia filosofico-linguistica, è un monumentale inno al sole dell’intelligenza. E non a caso Giacomino, grande amante di gelati e sorbetti, se ne andò tranquillamente a morire a Napoli, quando lo Zibaldone, tra l'altro, l'aveva già chiuso da un pezzo, perché aveva già detto tutto quello che aveva da dire. Pare che le ultime parole dette a Ranieri, prima di spirare, siano state: io non ti veggo più!