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mercoledì 14 gennaio 2015

Francia adorata e senza errori

Voltaire anziano

 Difficile pensare a un mondo senza la Francia: sarebbe un mondo meno questo, meno quello, meno tutto: sarebbe orfano dell'esprit, dell'intelligenza, della matematica, della geometria della lingua, delle singole frasi. Insomma la France è sempre la Fraaance! detto senza ironia, perché avrei letto in fondo più in francese che in italiano o in inglese.

I francesi (un po' come succede tra i cugini arabi e israeliani) vengono capiti poco in Italia. Un mediocre giornalista italiano, che non si sa come

domenica 12 ottobre 2014

L'esondazione a Genova, la stupidità umana e i francesi

Quello che è successo a Genova in questi giorni può significare due cose: o che contro le forze della natura non si può fare niente oppure che l'umanità è sempre più vittima della sua stupidità.

Il problema non è l'aver stabilito, come vuole Wittgenstein, che se la gente non facesse cose stupide niente di intelligente verrebbe mai fatto: la questione è il saper calcolare la percentuale di cose stupide e di cose intelligenti che vengono ogni giorno dette e fatte. Se infatti le cose stupide fossero in misura minore di quelle intelligenti l'intelligenza prenderebbe facilmente il sopravvento fino ad annullare completamente la stupidità. E' vero quindi il contrario. L'umanità è condannata alla stupidità senza possibilità di resto. I francesi, sempre superiori agli altri in questo genere di calcoli e discussioni, hanno trovato brillantemente, per indicare la stupidità, il termine che più le si addice da un punto di vista umano: bêtise, comportamento o pensiero da bestia. Basterebbe farsi, credo, un giretto nel Larousse, o nel Littré. La bêtise è prima di tutto la più grande delle cose immense:

L'"idozia" umana è un abisso senza fondo, e l'oceano che vedo dalla finestra mi pare in confronto ben piccola cosa

(La bêtise humaine est un gouffre sans fond, et l'océan que j'aperçois de ma fenêtre me paraît bien petit à côté [Flaubert, Correspondence, 1875 - e credo, se non ricordo male, che si tratti di una lettera al suo amico Edmond Laporte, che lo aiutava in tutto, forse anche ad andare di corpo, e che Flaubert affezionatamente chiamava la sua soeur de charité - la sua Dama di san Vincenzo, quando non lo chiamava direttamente El Bab, traduzione araba di Laporte].

 Ma incalcolabile è pure il numero di sciocchezze che albergano perfino nei pensieri di una persona intelligente:

Le nombre de bêtises qu'une personne intelligente peut dire dans une journée n'est pas croyable (Gide, Journal, 1940).

(Il numero di sciocchezze che una persona intelligente è in grado di dire in una giornata è incredibile).

Nel Diario dei Goncourt si era più realistici riguardo alle dimensioni, meno visionari di Flaubert: la si connette, la stupidità, a un'idea di possesso, al costruire (giustamente in quegli anni a Parigi si costruiva molto: tutto veniva raso al suolo per lasciar spazio ai grandi boulevards delle moderne democrazie):

Il y entre de prétendues idées fortes, qui font dire aux plus intelligents des bêtises grosses comme des maisons (E. et J. de Goncourt, Journal,1871).

(Entrano [nel cervello] delle idee a cui si dà il titolo di "idee superiori" che fanno dire ai più intelligenti delle stupidità grosse come delle case). 

Ma per gli intellettuali, per i politici che sembrano sempre saper parlare, articolare i loro pensieri come se fossero appena usciti dalla stanza della maestrina, così come per la maggiornaza disarticolata sempre pronta a bersi tutto ciò che lo sciocchezzaio della politica mondiale produce e offre nessuno forse meglio di Rabelais, col suo bel francese del Cinquecento, con la sua contorta grafia, cadrebbe a proposito:

Je ne sçay quoy premier en lui je doibve admirer, ou son oultre cuydance ou sa besterye (Gargantua, 1, 9)

(Non so che cosa posso ammirare di più in lui, se la sua presunzione o la sua idiozia).




lunedì 23 settembre 2013

Illogicismo del logicismo



Esempio di errata argomentazione (proposta in ambito accademico): “Mais leur conclusion générale (di Münzer e Rabenhorst) paraît aquise: en effet, si Pline  ne s’était pas inspiré d’un ouvrage encyclopédique, comment porrait-on s’expliquer que le même groupe d’observations se retrouve chez Valère Maxime, qui dépend visiblement de la même source?

Non si contesta la possibilità che Plinio per il settimo libro della sua Naturalis Historia attinga anche (e non solo) da una raccolta enciclopedica; ciò che non torna, delle conclusioni di questo studioso, è come si possa dedurre dal fatto che Valerio Massimo dipende visibilmente da una stessa fonte (di Plinio) che questa fonte sia una raccolta enciclopedica. Al più, sulla base di questo rilevato parallelismo, si potrà ipotizzare una fonte comune. Ma li ci si ferma. Difatti, per il gruppo di osservazioni in questione la fonte di  Valerio Massimo non si conosce. Né ovviamente la conosceva chi ha dedicato interi libri a questa ridicola ipotesi di una fonte unica (enciclopedica) di Plinio (i lavori di Münzer e Rabenhorst).

È curioso che una tale illogicità argomentativa venga proposta da un francese in francese, una lingua che si è sempre piccata di essere la più logica delle lingue (mito peraltro tutto francese).

venerdì 19 luglio 2013

specialità italiane



Stage nel senso di periodo di prova, addestramento, è parola francesissima e si dovrebbe pronunciare alla francese non all’inglese, che significherebbe palcoscenico o mettere in scena. E anche gli inglesi, nel significato di tirocinio, la pronunciano alla francese. Viene dall’antico francese estage, che significa dimora, soggiorno ma anche piano; e dal francese, con quest’ultimo significato, è passata all’inglese come termine teatrale.