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martedì 3 dicembre 2013

Il Battaglione Sacro e le lacrime di Filippo




 Non so se ad altri, ma sicuramente a me succede nel leggere un articolo specialistico, una monografia - ma anche un semplice post di internet, un breve commento entusiasta di un qualsiasi lettore - sul leggendario Battaglione Sacro, l'unità militare beotica considerata almeno fino al giorno della battaglia di Cheronea invincibile e formata, secondo la tradizione, da 150 coppie di amanti

venerdì 9 agosto 2013

Il calcio non è gay: è omoerotico


Melchior d'Hondecoeter - Natura morta con galli e galline

Il termine coming out – letteralmente venir fuori, quindi uscita – presuppone soltanto che ci si trovi all’interno di un qualcosa, di un luogo dal quale effettivamente poter uscire. È semplicemente una forzatura poi identificare questo concetto dell'esterno con quello della luce del sole: posso venir fuori da un posto chiuso restando in un altro posto chiuso più grande e che lo racchiuda: ad esempio dall’ascensore alle scale. Sempre al chiuso sono.

L’ossesssione del mondo gay per tutto ciò che non è gay (vedrebbero gay dovunque e vorrebbero far fare coming out perfino ai santi), è un fatto relativamente recente. Chi ha fatto il cosiddetto coming out, chi si è finalmente “liberato”, si sente paladino di una causa morale e tende a considerare una qualsiasi manifestazione omoerotica inconscia - anche quando cioè non c’è consapevole desiderio omoerotico - come un fatto più che manifesto che lì ci sia qualcosa di gay e che in quanto tale vada esteriorizzato. Di queste frequenti manifestazioni omoerotiche inconscie, gli sport di squadra, soprattutto il calcio, abbondano: abbracci e effusioni in campo, baci bacini e bacetti dopo un gran goal ma anche dopo uno schifo di goal venuto soltanto per colpa di un girandolino a centro campo della squadra avversaria, palpatine eccetera; ma più che il segno di un conscio desiderio omosessuale queste manifestazioni non sono altro che banalissimi gesti di affetto e esultanza, la necessità di condividere con un amico o compagno di centuria un momento di felicità o comunque gesti (le palpatine) che da che mondo è mondo sono codici comportamentali tipici dell’ambiente maschile giovanile, il segno di un sopito desiderio anche fisico perché appunto codificato, l’unico modo in cui in una società globalmente e potentemente eterosessuale, certi istinti possono rivelarsi. Nel gioco, appunto. O nella lotta – si veda per esempio la lotta tra due maschi nel film Donne in amore di Ken Russel, o le scosse erotiche nel recentissimo Tensiòn sexual 1 dei registi argentini Marco Berger e Marcelo Mònaco, e si capirà molto di questo tipo di desiderio controllato, codificato. Ma di qui a dire che due uomini che fanno a botte o un calciatore che palpi le natiche di un altro calciatore sia gay ( o anche semplicemente omosessuale) ce ne passa e ce ne passa parecchia, ci passa tanta acqua quanta ce n’è nell’oceano Atlantico tra le due sponde.
A parte la questione omoerotismo, c'è da dire che non significano la stessa cosa nemmeno omosessualità e essere gay (parola bruttissima, senza spina dorsale e che fa scappare tutti - somiglia a un miagolio ed è strano che i gay non se ne siano mai accorti). Non comportano le stesse ragioni queste due parole perché "gay" riflette originariamente un’istanza politica che però oggi ha perso anche quel po’ di forza rivoluzionaria che aveva agli inizi, all’epoca degli eventi di Stonewall, il noto bar di travestiti a New York da cui si originarono a seguito di un pestaggio della polizia omofoba i violenti scontri che tennero sotto scacco il Greenwich Village per tre giorni; il primo termine invece (omosessualità) definisce un insieme di pulsioni e desideri e comportamenti ed esula dalla sfera politica in senso stretto, di impegno politico e civile, di chi combatte anche seriamente, sotto questa etichetta, per l’acquisizione di diritti per le coppie dello stesso sesso. A parte quindi la non assoluta possibilità di identificare visione gay della vita e comportamenti omoerotici e omosessuali, viene anche da chiedersi quale senso abbia (se non di presunzione) dire a un grande calciatore, a uno cioè che ha un ego smisurato, e che spesso ha pure un talento smisurato, che tocca il cielo con un dito, come si fa a dire a una persona del genere: devi fare coming out. La prima cosa che mi viene in mente è che un calciatore così impostato - che il gay vorrebbe tirare nel mondo gay come il mugnaio tira l'acqua al proprio mulino - ti faccia quand'anche sia dedito a amori omosessuali una sonora pernacchia e che finisca magari per dirti: "gay per questa volta ci sarai tu, a me di uscire dentro un ghetto non interesssa proprio un bel niente, non ho bisogno di nessuna etichetta in fronte. Se pure perde tempo a risponderti.


 C’è poi il caso di Cecchi Paone, il giornalista che ha fatto coming out e che ogni tanto si azzuffa, per la verità in maniera anche divertente, col mondo ufficiale del calcio. Mi è capitato diverse volte di sentirlo parlare in qualche intervista. Ma non mi pare che usi la parola gay, o almeno le volte che mi è capitato l’ho sempre e soltanto sentito usare termini come omoerotismo, o omosessualità. Ha pure scritto un libro su omosessualità e sport nel cui titolo non compare la parola gay e non so se e quante volte l'abbia usata all'interno perché non l'ho letto. Cecchi Paone però è cosa diversa: si diverte a mettere il dito nell’ipocrisia del mondo calcistico, e se anche la sua è una battaglia diciamo così etica fa prendere poi felicemente alla questione i toni divertenti del botta e risposta tra due ragazzini; non è comunque un caso che reagisca come reagisce ogni volta che sente un dirigente o un calciatore dire che nel calcio non ci sono maschi che vanno con altri maschi. Lo invitano a nozze. Pure a non considerare il carattere altamente omoerotico di un qualsiasi gioco di squadra (come fai a non pensare di dare il meglio anche e soprattutto perché - a parte i milioni che guadagni - i tuoi compagni di squadra ti stanno guardando e vuoi essere ammirato anche da loro?) è pure una palese assurdità, che dimostra non solo ignoranza della storia ma pure della natura se anche i cagnetti che si vedono scodinzolare nei giardini pubblici e nei parchi si annusano a tutto spiano, sia maschi con femmine che maschi con altri maschi. Ma spezzo qui una lancia in favore dei gay. In Shalespeare si trova il termine nosegay (letteralmente, nell'antico inglese, ornamento da avvicinare al naso, mazzetto di fiori che l'innamorarato regalava all'amata) e a quell'epoca a teatro i personaggi femminili erano interpretati esclusivamente da uomini.   



venerdì 12 aprile 2013

gay se fa comodo


                                          Scena di banchetto - Tomba del tuffatore a Paestum

Una cosa è essere gay una cosa è parlare di omoerotismo. Non avrebbe comunque molto senso (sarebbe nel migliore dei casi un atto di autopersuasione e nel peggiore dei casi un tentativo di bassa manipolazione ideologica) il voler applicare al passato, secondo il solito procedimento dell'ante litteram, la ormai più che abusata e noiosa etichetta gay, che si torni indietro di cinquanta o duemila e cinquecento anni (se un termine è applicato ante litteram vuol dire che quel termine non esisteva e se non esisteva la parola non esisteva nemmeno il concetto). Un gay è per definizione chiunque si senta in qualche modo "liberato": è una persona che sbandiera politicamente questa sua avvenuta "liberazione" - grazie ad anni di lotte e battaglie tra l'altro non sue - e lo fa a differenza di chi non vuole sbandierare un bel niente per tutta una serie di ragioni che non sta né ai gay né ai vari movimenti lgbt giudicare (tra l'altro con teorie psicologiche e psicanalitiche di dubbio valore). Alessandro Magno era gay? (era sessualmente liberato?) La domanda è semplicemente ridicola, improponibile, per la semplice ragione che non avrebbe avuto nessuna logica, nessun senso, per gli interessati. Greci Macedoni o Romani ragionavano tanticchia diversamente. Bisognava che agli occhi del mondo venissero rispettati (questo sì) certi elementari codici sociali. Se socialmente eri anche di un solo gradino al di sopra del tuo partner e lasciavi intendere ai vicini che ti piaceva riceverlo invece che darlo allora perdevi anche quel po' di considerazione che credevi di avere; e inoltre dovevi guardarti dal non tradire il genere all'interno del quale la natura ti aveva messo (storia e natura si equivalevano). Se nascevi uomo e ti truccavi e ti vestivi da donna o ti depilavi o agitavi un po' troppo i lombi o gesticolavi più del necessario, scattava impietosa la beffa o il sarcasmo: termini coloritissimi che esistevano allora come ai giorni nostri (ciò che mancava era l'omofobia, le pratiche criminali connese con l'inseguimento (la persecución, in spagnolo) con l'individuazione del nemico sulla base della mondezza ideologica che all'inseguitore è stata colata nel cervello); e di questi termini offensivi se ne reperivano a iosa. Eschine sbeffeggiò, nel famoso processo per la corona, il suo antagonista di sempre, il gigante Demostene, per quella sua certa “mantellina bianca” con cui si era presentato in tribunale. Lo chiamò in tutti modi possibili e immaginabili. Quando toccò poi a Demostene a prendere la parola (si dice che la sua parola riusciva a produrre in un fascinoso crescendo l’equivalente linguistico di una paurosa tempesta) lo distrusse. Eschine fu costretto a andarsene in esilio a Rodi. E pare che dopo aver letto ai suoi studenti l’orazione pronunciata contro Demostene, e meravigliandosi un po' tutti che con quel capolavoro non l'avesse battuto, Eschine abbia detto: “perché nessuno di voi ha mai sentito quella belva parlare!”

                                            Fidia, Dioniso - Partenone

Ciò che non esisteva nell’antichità era appunto l’omofobia, e anche le battute di Eschine erano un puro strumento retorico: sconfiggere l’avversario mediante una tecnica di scuola. Bisognerà allora forse interrogarsi sul perché l'omofobia oggi o nei secoli passati e non duemila e cinquecento anni fa. Tutto qui.

Aggiungiamo che sono argomentazioni prive di ogni fondamento storico e filologico quelle svolte da tante persone cosiddette colte (anche da qualche professore universitario) infatuati del mondo antico e greco in particolare: che cioè anche prima che la morale cristiana si consolidasse una relazione sessuale tra due uomini, al di fuori del rapporto educativo ragazzo/uomo maturo, era eticamente condannabile. Il sesso, in tutte le sue forme, in tutte le salse e a tutte le età, si faceva nella Grecia più arcaica come a Roma diversi secoli dopo e anche fin dentro i primi secoli dell'era cristiana, e più di quanto non si faccia oggi. Di questo, del fatto che nonostante accelerazioni in senso più moralistico nella Roma imperiale, il sesso continuasse a cuocere all'interno di un calderone dove c'era di tutto, è un pallido riflesso un trattato greco sull’interpretazione dei sogni, attribuito a Artemidoro e scritto più di 400 anni dopo la morte di Alessandro. Ma si può facilmente dimostrare che ai tempi di Artemidoro le interpretazioni di certi sogni erotici che oggi farebbero arrossire poggiava su premesse morali (non moralistiche) non dissimili da quelle dei tempi di Alessandro.